Archivio mensile:Gennaio 2017

RC, morte immediata: non è risarcibile per diritto ereditario il bene vita.

La giurisprudenza della Cassazione è stata più volte chiamata negli ultimi anni a decidere se i prossimi congiunti di una persona morta nell’immediatezza –o quasi- di un sinistro conservino la possibilità di ereditare il risarcimento dovuto alla vittima primaria per la perdita del “bene vita”.

Il 22.07.2015, con la sentenza a Sezioni Unite n. 15350, la Suprema Corte ha chiarito che tale danno non è risarcibile e quindi non è ereditabile.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

I prossimi congiunti di chi dovesse perdere la vita a causa di un illecito altrui hanno diritto ad ottenere il risarcimento non patrimoniale per la definitiva perdita del rapporto parentale.

Tale voce di danno, il cui risarcimento è dovuto ai parenti “iure proprio”, cioè come riparazione alla lesione di un interesse giuridico proprio degli stessi, mira a tutelare il principio di intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, oltre alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana.

La liquidazione del risarcimento avviene secondo il criterio equitativo, attraverso –appunto-  un’equa  personalizzazione in considerazione di determinati fattori come , ad esempio, l’età, lo stato di salute e delle speranze di vita futura della vittima etc. Insomma, per quanto vengano presi come punto di riferimento dei valori tabellari (in quasi tutta la Penisola trovano applicazione i valori indicati nell cd. Tabelle di Milano), la liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale dovrà necessariamente differenziarsi caso per caso.

Oltre alla voce di danno appena descritta, i prossimi congiunti hanno diritto ad ottenere tutte quelle prestazioni patrimoniali –anche aggiuntive- che venivano erogate in vita dal deceduto, in danaro o in altre forme comportanti un’utilità economica, e che sono andate perdute a seguito della morte del parente.

Giunti a questo punto, la giurisprudenza si è interrogata per anni se ai parenti della vittima primaria fosse dovuto anche il risarcimento del danno non patrimoniale patito da quest’ultima per la perdita del “bene vita” (danno tanatologico), quando l’illecito ne abbia provocato una morte pressoché istantanea.

Orbene, nonostante la Cassazione avesse ritenuto nel 2014 (Cass. Civ. n. 1361/2014) che “il risarcimento del danno da perdita della vita ha funzione compensativa, e il relativo diritto è trasmissibile iure hereditatis (in via ereditaria) ”, la recente pronuncia delle Sezioni Unite (Cass. Civ. n. n. 15350/2015) ha chiarito che quando la persona muore poco dopo l’evento dannoso, in capo alla stessa non può nascere alcun credito risarcitorio.

Praticamente, l’irrisarcibilità deriva dall’assenza di un soggetto al quale sia collegabile la perdita di natura non patrimoniale del bene vita, e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito. Quindi, per i Giudici della Corte Suprema non può essere ereditato un credito che non è mai nato.

La soluzione appena prospettata è in linea con le principali esperienze giudiziarie europee!

Comunque, non ci sono dubbi che si dovrà giungere ad una diversa conclusione qualora il congiunto muoia non nell’immediatezza dei fatti ma dopo un certo lasso di tempo.

Per approfondimenti si consiglia la lettura integrale della pronuncia Cass. Civ. SS.UU. n. 15350/2015

Responsabilità medica: errore nella gestione del travaglio e concausa naturale

Il caso di specie riguarda un neonato che, a seguito di una gestione sbagliata del travaglio da parte del Ginecologo,  riportò una invalidità permanente del 100% per ipossia da soffocamento. L’ammontare del danno che liquidò il Giudice di primo grado a titolo di incapacità lavorativa specifica futura fu poi ridotto dell’esatta metà nel successivo grado di giudizio perché, secondo la Corte territoriale, l’invalidità permanente dell’infante era in parte dovuta alla preesistente sindrome di Down da cui era affetto.

Insomma, secondo la Corte d’Appello, la futura capacità lavorativa del bambino non la si poteva considerare totalmente pregiudicata dal comportamento del medico, essendo il “piccolo” già affetto da Downismo o Trisomia 21.

La conseguenza fu che la porzione del 50% dell’invaliditá permanente riportata dal neonato al momento della nascita è stata imputata solo alla concausa naturale della sindrome di Down, restando imputata al personale medico operante la residua percentuale del 50%.

Tale ripartizione (50% – 50%) fu giustificata con l’applicazione del principio generale dell’eguaglianza delle concause espresso dall’art. 2055 c.c., comma 3 (Nel dubbio, le singole colpe si presumono uguali), nell’ambito di un modello di causalità equitativo proporzionale adottato attraverso il ricorso alla norma dell’articolo 1226 codice civile.

L’aspetto più critico di questa sentenza d’appello è che non tiene nella dovuta considerazione il fatto che la condotta del medico poteva da sola porsi quale specifico ed autonomo antecedente causale dell’evento dannoso. Ciò significa che anche un bambino non affetto da Downismo avrebbe senz’altro riportato una invalidità del 100% se fosse nato nelle medesime condizioni (ipossia da soffocamento).

Tale dato oltre ad essere importante è anche dirimente per la Cassazione. Difatti, ragionando in quest’ottica, i Giudici della Corte Suprema, alla conclusione del ricorso presentato dai genitori del minore,  hanno ritenuto di cassare la decisione impugnata rinviandola alla Corte d’Appello di Genova in diversa composizione e di sancire il principio per cui: “ in materia di responsabilità per attività medico chirurgica, ove si individui in un pregresso stato morboso del danneggiato/paziente un antecedente privo di interdipendenza con la condotta colposa del sanitario, ma dotato di efficacia concausale nella determinazione della complessiva situazione patologica riscontrata, allo stesso non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione del nesso di causalità tra detta condotta e l’evento dannoso, bensì unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, potendosi così pervenire -con prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto- solo ad una delimitazione del quantum risarcitorio“.

Quindi, se l’interpretazione è corretta, qualora la condotta colposa del medico assuma rilievo di causa del danno indipendentemente dalla causa originaria (nel nostro caso la sindrome di Down), e cioè di causa idonea a determinare il 100% dell’invalidità permanente del minore, deve trarsene che il relativo autore è tenuto a risarcire l’intero danno”.

Per approfondimenti vedasi Cass. Civ., Sez. III, n. 3893, 29.02.2016