Archivio mensile:Luglio 2013

Cade davanti a casa perchè il cantiere non è interdetto alla circolazione: paga l’appaltatore ed il Comune

Cade davanti al portone di casa per via di alcuni lavori al manto stradale.

Il cantiere non è messo in sicurezza in quanto non è delimitato in modo tale da impedire la circolazione, quindi la responsabilità per omessa custodia grava anche sul Comune.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 maggio – 25 giugno 2013, n. 15882
Presidente Spirito – Relatore Cirillo

Svolgimento del processo

1. V..C. conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Perugia, il Comune di Todi e la società Colle di Todi a r.l. chiedendo che fossero condannati in solido a risarcirle i danni conseguenti ad una caduta verificatasi all’uscita della propria abitazione, sita a (OMISSIS) . Esponeva l’attrice che tale evento dannoso era stato determinato dall’esistenza di un dislivello venutosi a creare tra la porta della sua abitazione ed il fondo stradale, a causa di lavori di ristrutturazione eseguiti dalla società Colle di Todi che avevano comportato la rimozione della pavimentazione esistente.
Si costituivano entrambi i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda; il Comune di Todi chiedeva di poter chiamare in causa la Regione Umbria, la quale si costituiva eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva.
Il Tribunale, con sentenza del 12 dicembre 2002, accoglieva la domanda nei confronti del Comune di Todi e della società Colle di Todi a r.l., che condannava al pagamento della somma di Euro 33.707,22, riconoscendo un concorso di colpa della C. nella misura del 15 per cento.
2. Avverso tale pronuncia proponeva appello il Comune di Todi cui si affiancava quello della società Colle di Todi, mentre la Regione Umbria e V..C. chiedevano la conferma dell’impugnata sentenza.
La Corte d’appello di Perugia, con sentenza del 15 dicembre 2006, rigettava l’appello, confermava la sentenza impugnata e condannava il Comune di Todi al pagamento delle ulteriori spese del grado nei confronti della C. e della Regione Umbria.
Osservava la Corte territoriale, per quanto ancora interessa in questa sede, che il fatto che il Comune avesse affidato lo svolgimento dei lavori ad una società esterna non faceva venire meno il suo potere-dovere di vigilanza, che costituisce conseguenza del diritto di proprietà sul bene pubblico. Né risultava che l’affidamento dei lavori avesse determinato un qualche temporaneo affievolimento delle prerogative essenziali del diritto di proprietà.
La conservazione necessaria, in capo al Comune, dei poteri autoritativi sul bene – ivi compresi quelli di cui all’art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 – rendeva impossibile ipotizzare che fossero venuti meno gli obblighi di custodia; obblighi che, del resto, non possono essere dismessi “a piacimento”, sicché il sopravvenire di una concorrente responsabilità di altro soggetto “si somma ai doveri dell’ente senza eliderli in alcun modo”.
Quanto all’art. 2051 cod. civ., poi, la Corte perugina rilevava che il venire meno dell’obbligo di custodia potrebbe ipotizzarsi solo in presenza di beni pubblici che, a causa della loro estensione o configurazione, rendano in effetti impossibile un controllo; circostanza, questa, che non ricorreva nel caso di specie, perché i lavori di rifacimento della pavimentazione stradale riguardavano “luoghi estesi della città, ma determinati e non enormi”.
In riferimento all’attribuzione della responsabilità, in tutto o in parte, alla C. , il giudice d’appello poneva in evidenza che la ricostruzione del fatto induceva ad escludere che l’evento dannoso potesse essere ricondotto a responsabilità unica dell’appellata. Costei, infatti, settantanovenne all’epoca dei fatti, si era trovata a dover fare “una specie di salto in basso di circa 60 centimetri” senza alcun appoggio, anche perché il portone della sua abitazione era rimasto privo della necessaria passerella; sicché l’attribuzione a suo carico di un 15 per cento di responsabilità appariva addirittura criticabile per eccessiva severità.
3. Avverso la sentenza della Corte d’appello di Perugia propone ricorso il Comune di Todi, con atto affidato a cinque motivi.
Resistono con separati controricorsi la società Colle di Todi e la Regione Umbria.
Il Comune di Todi e la società Colle di Todi hanno presentato memoria.

Motivi della decisione

1.1. Col primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 5), cod. proc. civ., omessa o insufficiente motivazione circa la natura, la tipologia, l’entità e l’estensione dei lavori relativi al Comune di Todi.
Rileva il ricorrente che era stata commissionata alla società cooperativa Colle di Todi l’esecuzione di una serie talmente imponente di lavori che si trattava della costruzione di una nuova opera e non della modifica di quella precedente, sicché non era ipotizzabile l’esistenza di un obbligo di custodia. A norma dell’art. 28 della Convenzione, infatti, il Comune di Todi si era spogliato della custodia, essendo la medesima affidata alla società appaltatrice dei lavori, la quale si era impegnata alla manutenzione fino alla formale consegna delle opere realizzate.
1.2. Premesso che la censura, posta in termini di vizio di motivazione, manca del necessario momento di sintesi trattandosi di ricorso soggetto, ratione temporis, alla disposizione di cui all’art. 366-bis cod. proc. civ. – essa si risolve, in sostanza, in una critica all’operato della Corte d’appello in ordine all’interpretazione dell’art. 28 della convenzione intercorsa tra la Regione Umbria e la società Colle di Todi. Ora, anche volendo trascurare il dato formale per il quale una simile censura avrebbe dovuto essere posta come violazione di legge e, specificamente, come violazione delle regole in tema di ermeneutica contrattuale, resta il fatto decisivo che, ove anche fosse esatto il rilievo per il quale alla società appaltatrice era stata commissionata la costruzione di una nuova opera, ciò comunque non si tradurrebbe, di per sé, nell’automatico venire meno dell’obbligo di custodia; in conformità a quanto meglio si dirà nell’esame degli altri motivi.
2. Conviene esaminare congiuntamente, per ragioni di economia processuale, il secondo ed il quarto motivo di ricorso.
2.1. Col secondo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 del codice civile.
Osserva il ricorrente che la decisione della Corte d’appello si fonda sulla convinzione che il potere-dovere di K i custodia esistente a carico dell’ente pubblico sia una conseguenza del diritto di proprietà; nel caso specifico, invece, il Comune di Todi non poteva continuare ad esercitare l’attività di custodia, trattandosi di lavori pubblici di notevole entità in relazione ai quali la custodia della cosa era affidata alla società appaltatrice.
2.2. Col quarto motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 cod. civ., in riferimento alle leggi speciali per il risanamento del colle di Todi.
Osserva in proposito il ricorrente – richiamando la sentenza 6 luglio 2006, n. 15383, di questa Corte – che la sentenza impugnata avrebbe omesso di considerare l’esistenza di una relazione qualificata tra i beni in questione ed altri soggetti, nella specie la Regione Umbria e la società appaltatrice dei lavori. Il Consiglio comunale di Todi, con delibera del 2 marzo 1990, aveva dato atto della propria impossibilità di esercitare un’adeguata custodia dei beni assoggettati ai lavori di rinnovamento urbano; e ciò farebbe venire meno i poteri di custodia e vigilanza, perché per fattori oggettivi la cosa era stata sottratta al dominio del Comune stesso.
2.3. Entrambi i motivi, i quali pongono all’esame della Corte il problema dei limiti della responsabilità a titolo di custodia, sono privi di fondamento.
La giurisprudenza di questa Corte ha anche di recente ribadito, in conformità ad un pacifico orientamento, che la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 cod. civ., ha carattere oggettivo, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell’attore del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con il bene in custodia: una volta provate queste circostanze, il custode, per escludere la propria responsabilità, ha l’onere di provare il caso fortuito, ossia l’esistenza di un fattore estraneo che, per il suo carattere di imprevedibilità e di eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso causale (così, più di recente, le sentenze 19 maggio 2011, n. 11016, e 5 febbraio 2013, n. 2660). D’altra parte, il rapporto di custodia è stato identificato come una relazione di fatto tra il soggetto e la cosa che sia tale da consentirne il “potere di governo”, ossia la possibilità di esercitare un controllo tale da eliminare le situazioni di pericolo insorte e da escludere i terzi dal contatto con la cosa (sentenza 12 luglio 2006, n. 15779), ove essa sia fonte di pericolo.
Nonostante il carattere oggettivo di tale responsabilità, la quale è esclusa soltanto dalla prova del caso fortuito, la giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto che il comportamento colposo del danneggiato può – secondo un ordine crescente di gravità – atteggiarsi come concorso causale colposo, valutabile ai sensi dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., ovvero addirittura giungere ad escludere del tutto la responsabilità del custode (v. sentenza n. 15779 del 2006 cit.)- Si è detto, infatti, che il dovere di segnalare il pericolo, che costituisce normale obbligo gravante sul custode, si arresta in presenza di un uso improprio, anomalo e del tutto imprevedibile della cosa, la cui pericolosità sia talmente evidente da integrare essa stessa gli estremi del caso fortuito (v. la sentenza 19 febbraio 2008, n. 4279, nonché la sentenza 4 dicembre 2012, n. 21727).
In relazione al problema specifico dell’obbligo di custodia connesso all’esistenza di un cantiere stradale, questa Corte ha affermato che, qualora l’area di cantiere risulti completamente enucleata, delimitata ed affidata all’esclusiva custodia dell’appaltatore, con conseguente assoluto divieto su di essa del traffico veicolare e pedonale, dei danni subiti all’interno di questa area risponde esclusivamente l’appaltatore, che ne è l’unico custode. Allorquando, invece, l’area su cui vengono eseguiti i lavori e insiste il cantiere risulti ancora adibita al traffico e, quindi, utilizzata a fini di circolazione, questa situazione dimostra la conservazione della custodia da parte dell’ente titolare della strada, sia pure insieme all’appaltatore, sicché la responsabilità ai sensi dell’art. 2051 cod. civ. sussiste sia a carico dell’appaltatore che dell’ente (sentenze 6 luglio 2006, n. 15383, 16 maggio 2008, n. 12425, e 23 luglio 2012, n. 12811).
2.4. Alle citate pronunce si intende dare continuità.
Nella specie, è indubbio che l’area interessata dai lavori stradali non era interdetta al pubblico, tanto che la C. ha patito l’incidente per cui è causa uscendo dalla propria abitazione. Correttamente, pertanto, la Corte d’appello è pervenuta alla conclusione della persistenza dell’obbligo di custodia a carico anche del Comune di Todi, in solido con la società appaltatrice, non essendo stata fornita alcuna prova dell’esistenza di ragioni oggettive che avrebbero dovuto escludere la responsabilità del Comune; né va trascurato che è stato riconosciuto un concorso di colpa anche a carico della C. .
Il quadro non muta in base alle leggi speciali – citate nel quarto motivo di ricorso – relative al risanamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi; esse, infatti, non prevedono alcun esonero di responsabilità dei Comuni interessati, ma soltanto un obbligo di attivazione da parte della Regione Umbria per l’esecuzione dei progetti necessari al fine di evitare i movimenti franosi e di sollecitare il pieno recupero delle due zone, di particolare rilievo artistico ed ambientale (si vedano, ad esempio, l’art. 2 della legge 25 maggio 1978, n. 230, e l’art. 2 della legge 12 giugno 1984, n. 227).
3.1. Col terzo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 54 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
Rileva il ricorrente, in proposito, che sarebbe errata l’affermazione della Corte di merito secondo cui il Comune di Todi conservava intatti i propri poteri di custodia, ivi compresa la possibilità di emanare provvedimenti di urgenza in base al citato art. 54. Quest’ultimo, infatti, è entrato in vigore dopo i fatti di causa, che risalgono al 1992, per cui non poteva certamente essere applicato al caso in esame.
3.2. Il motivo non è fondato.
La previsione dell’art. 54, comma 4, sopra citato disposizione che riconosce al sindaco il potere di adottare provvedimenti contingibili e urgenti, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, a tutela dell’incolumità pubblica e della sicurezza urbana – non è che la sostanziale trasposizione dell’art. 38, comma 2, della legge 8 giugno 1990, n. 142, vigente all’epoca dei fatti di causa (norma la quale, a sua volta, affonda le proprie radici in altre assai più risalenti nel tempo); ma comunque, anche a prescindere da tale dato formale, resta che il richiamo a detta disposizione non è che una argomentazione di contorno, nell’economia della decisione impugnata, al fine di dimostrare la persistenza di poteri organizzativi e di custodia a carico del Comune di Todi.
4.1. Col quinto motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 cod. civ., oltre ad errata ed insufficiente valutazione del fatto del danneggiato ai fini della sussistenza del nesso di causalità e del caso fortuito.
Rileva il Comune ricorrente che dall’istruttoria svolta era emerso che la danneggiata C. conosceva molto bene lo stato dei luoghi ed era pienamente in grado di notare l’esistenza di un dislivello di circa 60 centimetri, sicché l’evento dannoso era da ricondurre a responsabilità esclusiva della stessa vittima e, eventualmente, a concorrente responsabilità della società Colle di Todi appaltatrice dei lavori, poiché alla stessa andava addebitata la mancata posa in opera delle necessarie passerelle.
4.2. Anche questo motivo non è fondato.
In relazione al punto della sussistenza di una responsabilità esclusiva della società appaltatrice, è sufficiente richiamare quanto si è detto a proposito del secondo e del quarto motivo.
Per quanto riguarda, invece, il riparto delle responsabilità, si osserva che la Corte d’appello ha motivato, con pienezza di argomenti ed in modo ineccepibile, ricostruendo la dinamica dell’incidente e lasciando chiaramente intuire che l’attribuzione alla C. di un concorso di colpa nella misura del 15 per cento poteva, semmai, apparire troppo severo nei confronti della medesima. Il che è del tutto condivisibile se si considera che, nel caso in esame, la C. si era trovata, uscendo dalla propria abitazione, a dover sopportare un salto di circa 60 centimetri, senza l’ausilio di alcuna passerella.
Il motivo si risolve, pertanto, nel tentativo di sollecitare questa Corte ad un nuovo e non consentito esame delle prove esistenti, al fine di conseguire un risultato processuale più favorevole.
5. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
A tale esito segue la condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in conformità ai soli parametri introdotti dal decreto ministeriale 20 luglio 2012, n. 140, sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 4.500, di cui Euro 200 per spese, oltre accessori di legge.

Contratto di assicurazione: limitazione della garanzia, la Cassazione non ci sta!

Su ricorso presentato dalla Compagnia Fondiaria Sai SpA avverso la sentenza d’Appello del Tribunale di Prato, la Corte di Cassazione ha definitivamente sentenziato che se il contratto di assicurazione della responsabilità civile prevede la limitazione della garanzia ai danni derivati da fatti accidentali, la garanzia assicurativa opera anche nell’ipotesi di fatti colposi.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 maggio – 26 giugno 2013, n. 16108
Presidente Spirito – Relatore Cirillo

Svolgimento del processo

1. Il Giudice di pace di Prato condannava la Prontocolor s.n.c. a pagare ad An..Pa. la somma di Euro 2.456 a titolo di risarcimento dei danni causati all’autovettura del medesimo da schizzi e macchie di vernice, nel corso dell’operazione di tinteggiatura di una recinzione metallica; contestualmente, quel Giudice respingeva la domanda con la quale la società convenuta aveva chiesto alla propria assicuratrice, la Fondiaria SAI s.p.a., di essere manlevata in caso di condanna.
2. Appellata la sentenza dalla Prontocolor s.n.c., il Tribunale di Prato, con sentenza del 19 agosto 2006, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, condannava la Fondiaria s.p.a. a tenere indenne la società appellante di tutte le somme dovute al Pa. , con condanna al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.
Preliminarmente, il Tribunale rilevava che non potevano essere utilizzate né la deposizione resa dalla teste M.F. né la c.t.u. espletata nell’ambito di una diversa causa, trattandosi di richieste istruttorie tardivamente formulate.
Nel merito, il Tribunale osservava che l’interpretazione del contratto di assicurazione stipulato tra le parti conduceva alla conclusione che la garanzia assicurativa era operante nella fattispecie. La relativa clausola, infatti, in conformità all’art. 1917 cod. civ., doveva essere interpretata nel senso che rientravano nella copertura assicurativa tutti i fatti dannosi non cagionati volontariamente, ossia anche quelli colposi, a prescindere dal grado della colpa. E poiché nel caso in esame era pacifico che l’imbrattamento della vettura del danneggiato era avvenuta nel mentre i dipendenti della Prontocolor s.n.c. stavano lavorando, non essendo ipotizzabile, da parte dei medesimi, un’azione dolosa, era chiaro che il fatto generatore del danno rientrava nella copertura prevista dalla polizza.
3. Avverso la sentenza del Tribunale di Prato propone ricorso per cassazione la Fondiaria SAI s.p.a., con atto affidato a due motivi.
Resiste con controricorso la Prontocolor s.n.c..

Motivi delia decisione

1.1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1917 cod. civ., oltre a omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Osserva la società ricorrente che la clausola contrattuale in discussione prevede che l’assicuratore sia obbligato a tenere indenne l’assicurato di quanto questi sia tenuto a pagare “in conseguenza di un fatto accidentale”. Essa sarebbe stata erroneamente interpretata dal Tribunale di Prato, nonostante il senso letterale delle espressioni ivi contenute rivelasse in modo pacifico il senso della comune volontà delle parti. E poiché possono esistere fatti non dolosi che, tuttavia, non sono accidentali, la limitazione, prevista nella clausola, ai soli fatti accidentali dovrebbe comportare l’esclusione della garanzia nel caso in esame; l’accidentalità, infatti, non esiste quando l’evento dannoso si verifica in dipendenza della sola attività dell’agente e delle stesse modalità con cui essa è stata predisposta ed eseguita.
Nel caso in esame, essendo pacifico che il danno si è determinato per un fattore umano – ossia la colpa dei dipendenti della Prontocolor s.n.c. – mancherebbero i requisiti necessari per poter configurare tale fatto come accidentale. L’interpretazione data dal Tribunale – secondo cui la garanzia sarebbe operativa per tutti i fatti non dolosi né fortuiti – sarebbe quindi errata, oltre che in contrasto con l’art. 1917 cod. civ., perché farebbe venire meno la natura aleatoria del contratto di assicurazione.
1.2. Il motivo, a conclusione del quale vengono formulati due diversi quesiti, è privo di fondamento.
Costituisce pacifica acquisizione della giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui il contratto di assicurazione della responsabilità civile che preveda nelle condizioni generali la limitazione della garanzia ai danni derivati da fatti accidentali è correttamente interpretato nel senso che la garanzia assicurativa opera anche nell’ipotesi di fatti colposi, non potendo ipotizzarsi un contratto di assicurazione in relazione a fatti meramente accidentali che, derivando da caso fortuito o da forza maggiore, non possono essere comunque fonte di responsabilità civile (principio contenuto già nella sentenza 5 aprile 1990, n. 2863, poi costantemente ribadito, fra le altre, dalle sentenze 10 aprile 1995, n. 4118, 28 febbraio 2008, n. 5273, e, da ultimo, 26 febbraio 2013, n. 4799).
Alla luce di tale orientamento – al quale l’odierna pronuncia intende dare continuità – risulta chiaro che la sentenza del Tribunale di Prato non è incorsa in alcuna delle violazioni censurate nel primo motivo di ricorso. Non vi è stata, infatti, né un’erronea interpretazione della clausola contrattuale – la quale disponeva l’operatività della garanzia assicurativa in relazione ai danni involontariamente cagionati a terzi in conseguenza di un fatto accidentale verificatosi nello svolgimento dell’attività dichiarata – né la ipotizzata lesione dell’art. 1917 cod. civ., il quale non a caso esclude dalla garanzia i danni derivanti da fatti dolosi. E la sentenza impugnata ha spiegato che l’incidente, consistito nell’imbrattamento di una vettura avvenuto nel corso dell’attività di verniciatura, era da ricondurre ad evidente disattenzione dei lavoratori dipendenti della società Prontocolor, ossia, appunto, ad un fatto accidentale.
2.1. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 61 e 191 cod. proc. civ., in relazione al mancato accoglimento delle istanze istruttorie.
Si osserva, al riguardo, che il Tribunale avrebbe errato nel non consentire l’acquisizione di una testimonianza e di una c.t.u. espletate in diverso procedimento, in quanto “un’eventuale richiesta di c.t.u. formulata al giudice dalle parti non può mai essere considerata tardiva”, non trattandosi di una richiesta istruttoria rimessa alla disponibilità delle parti. Il Tribunale, cioè, avrebbe potuto anche negare l’acquisizione della c.t.u. considerandola superflua, ma non avrebbe potuto rigettare la richiesta sull’errato presupposto della tardività della medesima.
2.2. Il motivo è inammissibile.
Anche volendo prescindere, infatti, dal dato formale per cui la censura avrebbe dovuto essere posta in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 4), cod. proc. civ., assume rilevanza decisiva la circostanza che l’odierno ricorrente si è limitato a lamentare che il Tribunale di Prato abbia rigettato, siccome tardiva, l’istanza di acquisizione di una testimonianza e di una c.t.u. espletata in un altro processo, senza riportarne in alcun modo il contenuto e senza dare conto, quindi, della rilevanza e della decisività delle prove che si sarebbero dovute acquisire. Così facendo il ricorrente non ha dimostrato la sussistenza di un effettivo interesse al rispetto delle norme processuali delle quali lamenta la violazione.
Questa Corte, inoltre, ha in più occasioni affermato che ricorrente il quale, in sede di legittimità, denunci la mancata ammissione di un mezzo istruttorie o la mancata valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, la S.C. deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (ordinanza 30 luglio 2010, n. 17915, conforme a pacifico orientamento).
3. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
A siffatta decisione segue la condanna della società ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo alla stregua dei soli parametri introdotti dal decreto ministeriale 20 luglio 2012, n. 140, sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 1.200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre accessori di legge.

Il danno non patrimoniale è indipendente dall’esistenza del reato

Con la sentenza del 30 aprile – 3 luglio 2013  n. 16612 la I° sezione civile della Corte di Cassazione ha ribadito che
il danno non patrimoniale, attinente alla personalità e alla dignità della persona, è indipendente dall’esistenza del reato.

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Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 30 aprile – 3 luglio 2013, n. 16612
Presidente Salmè – Relatore Dogliotti

Svolgimento del processo

Con atto di citazione, notificato in data 5-1-1996, P.E. conveniva in giudizio davanti il Tribunale di Lecce la Banca Tamborrino Sangiovanni, di cui era correntista, nonché fideiussore per una società, pure correntista, per sentir condannare la banca alla corresponsione dell’importo di un assegno, tratto sul suo conto corrente per L. 16.000.000 – (che la banca stessa non aveva pagato, avendo unilateralmente effettuato una compensazione del saldo attivo del predetto conto corrente con il credito da essa vantato nei confronti della società garantita), nonché al risarcimento dei danni relativi. Costituitosi il contraddittorio, il Credito Emiliano S.p.A., successore, chiedeva il rigetto della domanda.
Il Tribunale di Lecce, con sentenza in data 15-4-2003, dichiarava illegittimo il rifiuto di pagamento dell’assegno da parte della banca, e la condannava alla corresponsione dell’importo dell’assegno stesso, escludendo peraltro ogni risarcimento.
Proponeva appello il P. . Costituitosi il contraddittorio, il Credito Emiliano s.p.a. ne chiedeva il rigetto, e in via di appello incidentale, chiedeva la riforma della sentenza di primo grado, là dove esso era rimasto soccombente. La Corte d’Appello di Lecce, con sentenza 18-2-/19-10-2005, rigettava l’appello principale e dichiarava inammissibile per tardività quello incidentale.

Ricorre per cassazione il P..
Resiste, con controricorso, il Credito Emiliano S.p.A..

Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione dell’art. 112 c.p.c. nonché vizio di motivazione, in quanto la Corte d’Appello, pur avendo dichiarato inammissibile per tardività l’appello incidentale, aveva “tradito” la sua stessa pronuncia, sostenendo il comportamento pienamente legittimo della banca e traendone indebite conseguenze circa l’esclusione del risarcimento del danno. Con il secondo, violazione dell’art. 1253, 1243 e 1936 c.c. nonché vizio di motivazione, sostenendo la mancanza, al momento della compensazione, di una valida costituzione in mora. Con il terzo, violazione dell’art. 189 c.p.c. in relazione agli artt. 278, 183 e 184 c.p.c. nonché vizio di motivazione, in quanto il tribunale, che si era riservato di decidere ai sensi dell’art. 278 c.p.c., non avrebbe potuto emettere sentenza definitiva. Il primo motivo appare fondato.
Come precisa correttamente il ricorrente, la Corte, dopo aver dichiarato tardivo l’appello incidentale, ove, chiedendosi la revoca della condanna della banca alla corresponsione dell’importo dell’assegno, si intendeva affermare la legittimità del comportamento della banca stessa, ha in sostanza riesaminato tale profilo, ciò che non poteva fare, perché ormai la questione era coperta da giudicato, e ne ha tratto ulteriori conseguenze: ritenendo legittimo il comportamento della banca, in ordine all’avvenuta compensazione, ha affermato l’insussistenza del danno morale. Al contrario, il giudice d’appello avrebbe dovuto limitarsi a valutare la sussistenza di tale danno, sotto il profilo della sua effettiva consistenza e del nesso di causalità con il comportamento della banca, e non già pervenire ad escluderlo per difetto del presupposto.
Va precisato che la Corte afferma l’insussistenza del danno morale non configurandosi nel comportamento della banca il reato di appropriazione indebita, nonché del danno patrimoniale, per mancanza del nesso di causalità tra il comportamento della banca stessa e le perdite economiche ovvero il mancato guadagno del Tasca. Su tali affermazioni non vi è in sostanza contestazione da parte del ricorrente.
Rimane tuttavia una posta rilevante di danno, quello non patrimoniale, attinente alla personalità e alla dignità della persona, indipendentemente dall’esistenza di reato. Come si è detto, la Corte di merito non esamina tale profilo di danno, limitandosi ad insistere sulla legittimità del comportamento della banca, ciò che essa, come si è detto, non poteva fare. All’accoglimento del primo motivo consegue l’assorbimento del secondo.
Quanto al terzo motivo, esso va dichiarato inammissibile. E infatti sulla carenza di interesse, come affermata dal giudice d’appello (per il quale nessun pregiudizio era derivato all’odierno ricorrente dalla sentenza definitiva in primo grado, indipendentemente dalla legittimità di essa, posto che la richiesta prova testimoniale, dedotta dal P. , e implicitamente disattesa dal Tribunale, nulla avrebbe aggiunto riguardo al danno e al relativo nesso causale) non vi è alcuna argomentazione o contestazione da parte dell’odierno ricorrente.
Va pertanto accolto, nei termini di cui in motivazione, il ricorso, cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello di Lecce, in diversa composizione, che dovrà attenersi a quanto sopra indicato, e in particolare valutare, sulla base dell’illegittimo comportamento della banca, l’eventuale sussistenza del danno, determinandone l’ammontare. La Corte d’Appello si pronuncerà altresì sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata nei termini di cui in motivazione, e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Lecce, in diversa composizione.

Risarcimento diretto: chi devo citare in giudizio?

Molti ritengono doveroso, in osservanza all’art 149 c. 6 del Codice delle Assicurazioni private, rivolgersi giudizialmente alla propria Compagnia assicuratrice al fine di ottenere il risarcimento del danno subito. Orbene, è vero che l’interpretazione letterale di detto articolo potrebbe indurre a configurare un tale obbligo senza alternative, tuttavia, la Corte Costituzionale ha totalmente ribaltato questa lettura con la sentenza 10-19 Giugno 2009 n. 180. Difatti, con tale pronuncia  la Consulta ha precisato che la norma stabilisce una facultas agendi a favore del soggetto danneggiato, il quale non deve necessariamente agire contro la propria assicuratrice, ma può benissimo citare (azione tradizionale) la Compagnia del responsabile civile (controparte nell’incidente).

Quindi, nella fase stragiudiziale, il danneggiato può tentare di ottenere il risarcimento dalla propria Assicurazione, tuttavia, se non dovesse riuscire a raggiungere un accordo, non gli è preclusa la possibiltà di esercitare l’azione (incardinare la causa) contro il responsabile civile (la controparte nell’incidente) e la sua impresa assicuratrice.

La prescrizione del diritto al risarcimento dei danni da circolazione stradale e la mancata querela

Poichè mi sono pervenute molte domande su questo argomento ritengo opportuno segnalare che, con la sentenza n. 27337 del 18.11.2008, le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno stabilito che “nel caso in cui l’illecito civile sia considerato dalla legge come reato, ma il giudizio penale non sia stato promosso, anche se per mancata presentazione della querela, l’eventuale più lunga prescrizione prevista per il reato si applica anche all’azione di risarcimento, a condizione che il Giudice civile accerti, incidenter tantum, la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi ed oggettivi, e la prescrizione stessa decorre dalla data del fatto”.

Quindi, sulla scorta di quanto letto par di capire che il Giudice debba appurare, di volta in volta, se nel caso di specie sussistano l’elemento oggettivo (condotta) e soggettivo (dolo o colpa) propri di una fattispecie di reato. Se così fosse, il danneggiato gode di un termine prescrizionale del suo diritto al risarcimento più lungo di quello previsto nei primi due commi dell’art. 2947, indipendentemente dalla presentazione o meno della querela. Insomma, non è detto che il diritto al risarcimento del danno fisico si prescriva nel termine biennale.