Archivio mensile:Maggio 2012

Risarcimento da incidente mortale: anche il convivente non sposato ha diritto ad ottenere il ristoro dei danni subiti

Molti si chiedono se al convivente more uxorio (convivente non sposato) spetti il risarcimento per i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti a seguito della perdita del proprio compagno di vita. La Corte di Cassazione si è espressa più volte su quest’argomento, dando vita ad un indirizzo che oggigiorno lo si può definire maggioritario.

La sentenza che si riporta di seguito è un chiaro esempio dell’attuale orientamento fornito dalla Suprema Corte.

Cassazione Civile, Sez. III, 07 Giugno 2011, n. 12278

In caso di incidente mortale, il risarcimento del danno morale deve essere riconosciuto sia alla famiglia legale della vittima,  sia alla c.d. famiglia di fatto (ossia al convivente more uxorio ed agli eventuali figli). L’unico presupposto richiesto per ottenere tale risarcimento è  che “venga fornita, con qualsiasi mezzo, la prova dell’esistenza e della durata di una comunanza di vita e di affetti e di una vicendevole assistenza morale e materiale, cioè di una relazione di convivenza avente le stesse caratteristiche di quelle dal legislatore ritenute proprie del vincolo coniugale”.

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

M.G. ed i figli legittimi V.C., V.A. F. e V.G. citavano in giudizio la omissis Trasporti srl e la omissis Assicurazioni, poi omissis e attualmente omissis Assicurazioni s.p.a, per sentirli condannare al risarcimento dei danni conseguenti all’incidente stradale del omissis, nel quale aveva trovato la morte il proprio marito e padre V. A.. Nel giudizio intervenivano la convivente del V., S.M.T., e la figlia naturale dello stesso, S. F.. La sentenza di primo grado ha accertato la pari responsabilità della omissis Trasporti e di V.A. nella causazione dell’incidente ed ha risarcito il danno morale subito dalla moglie del V., M.G., nella misura di Euro 20.658,28, e dai i figli legittimi V.C. e V. G. nella misura di Euro 10.329,14, dalla figlia legittima V.A.F. nella misura di Euro 5.164,57, dalla convivente S.M.T. nella misura di Euro 20.658,28 e dalla figlia naturale S.F. nella misura di Euro 10.329,14; ha liquidato in uguale misura il danno patrimoniale fra la famiglia legale e quella di fatto. Con sentenza del 12-2-2008 la Corte di Appello di omissis ha confermato la sentenza di primo grado. Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione M. G. ed i figli legittimi V.C., V.A.F. e V.G. con tre motivi. Resiste con controricorso la omissis Assicurazioni s.p.a. già omissis Assicurazioni illustrato anche da memoria ex art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso viene denunziata la violazione degli artt. 2059, 2056, 1223 e 1226 c.c. e dei principi generali in materia di liquidazione del danno non patrimoniale, nonchè vizi di motivazione sul punto ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Ad avviso dei ricorrenti il giudice del merito non poteva procedere ad una determinazione complessiva ed unitaria del danno morale ed alla conseguente ripartizione dell’intero importo in modo automaticamente proporzionale tra tutti gli aventi diritto, bensì doveva determinare in concreto il danno morale per ciascuno dei congiunti tenendo conto delle effettive sofferenze patite. 1.1. Il motivo è infondato. Infatti i giudici di merito hanno proceduto alla ripartizione dell’importo dovuto per danno morale tra tutti gli aventi diritto non in modo automatico, ma nella determinazione in concreto del danno per ciascuno dei congiunti hanno tenuto conto delle effettive sofferenze patite, in modo da rendere la somma riconosciuta adeguata al particolare caso concreto (Cass. n. 116/2001). 1.2. I giudici di merito hanno tenuto conto della particolarità della situazione in oggetto, condividendo la giurisprudenza, anche di legittimità, che in materia di responsabilità civile ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno conseguente alle lesioni o alla morte di una persona in favore del convivente “more uxorio” di questa, pur richiedendo che venga fornita, con qualsiasi mezzo, la prova dell’esistenza e della durata di una comunanza di vita e di affetti e di una vicendevole assistenza morale e materiale, cioè di una relazione di convivenza avente le stesse caratteristiche di quelle dal legislatore ritenute proprie del vincolo coniugale (Cass. Sez. 3, 29/4/2005 n. 8976). In base agli stessi presupposti, la Corte di Appello ha ritenuto la sussistenza del diritto al risarcimento in favore di chi sia stata legata da un vincolo di filiazione naturale alla vittima del sinistro, ancorchè non legalmente riconosciuta, laddove tale vincolo sia stato contraddistinto dalle medesime caratteristiche di quello tra genitore e figlio legittimo o naturale riconosciuto. Dall’esame del compendio probatorio, i giudici di merito hanno ritenuto provato che da molti anni V.A. aveva stabilito la sede principale della sua attività lavorativa a omissis e lì aveva costituito con S.M.T. un’unione stabile, caratterizzata non soltanto da un legame affettivo, ma anche dalla gestione comune dei molteplici aspetti della vita quotidiana, con reciproco appoggio morale e materiale, nonchè, successivamente, dalla condivisione dei compiti connessi alla nascita e alla crescita della figlia F., con la quale il V. intratteneva un rapporto sotto ogni profilo assimilabile a quello genitore-figlio; che V.A. aveva peraltro mantenuto stabili legami, anche affettivi, con i figli legittimi e con la moglie, i quali vivevano a Salerno e con i quali trascorreva regolarmente le principali festività, provvedendo sotto il profilo economico alle esigenze anche di questo nucleo familiare. 1.3. Si osserva che i Giudici di appello hanno parificato, ai fini del risarcimento dei danno morale, la famiglia legale e la famiglia di fatto, in quanto per quest’ultima è stata provata la stabilità e la continuità nel tempo del rapporto e delle relazioni affettiva. Successivamente hanno differenziato le singole posizioni degli aventi diritto, riconoscendo alla moglie ed alla convivente un importo maggiore rispetto ai figli, e per i figli un importo diverso per quelli conviventi e per la figlia sposata, a cui è stato liquidato un importo inferiore. 1.4. Quindi, nel risarcimento concreto del danno, tenendo conto della particolarissima situazione di un soggetto con due nuclei familiari legati a lui da una rapporto di protratta e contemporanea stabilità nel tempo, i giudici di merito, lungi dal lamentato automatismo, hanno tenuto conto della diversa intensità del vincolo familiare, moglie convivente e figli, e della effettiva convivenza liquidando alla figlia sposata un importo inferiore. 2. Con il secondo motivo viene dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 2059, 2056, 1223 e 1226 c.c. e dei principi generali in materia di liquidazione del danno non patrimoniale nonchè vizi di motivazione sul punto ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. I ricorrenti deducono che la liquidazione del danno non patrimoniale deve comunque rispettare alla esigenza di una ragionevole correlazione tra gravità effettiva del danno ed ammontare dell’indennizzo (e non può consistere in una espressione simbolica). 2.1. Si osserva che i ricorrenti non hanno contestato in appello il criterio utilizzato per la quantificazione del danno morale complessivo, richiamando solo nella comparsa conclusionale del giudizio di appello i più recenti e più elevati importi, da centomila e duecentomila Euro, previsti nelle tabelle del Tribunale di Milano nella liquidazione del danno morale in favore del coniuge e dei figli. Il motivo quindi deve considerarsi inammissibile perchè introdotto per la prima volta nel giudizio di cassazione. 3. Come terzo motivo di ricorso viene denunziato vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione per aver i giudici di merito riconosciuto un contributo annuo di L. 10 milioni alla famiglia di fatto, nell’ambito della quantificazione del danno patrimoniale. Infatti secondo i ricorrenti i giudici di merito avevano riconosciuto che il V. erogava un contributo annuo di Euro 10.000,00 in favore della famiglia di fatto, senza che di tale circostanza fosse stata fornita alcuna prova. 3.1. Si osserva che sotto l’apparente denunzia di vizio di omessa motivazione i ricorrenti richiedono a questa Corte un riesame del merito della controversia con una valutazione delle risultanze probatoria diversa da quella motivatamente fatta propria dai giudici di merito. Il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa. 3.2. Nel caso di specie la Corte di Appello ha ritenuto raggiunta la prova dell’effettiva coesistenza dei due nuclei familiari entrambi percepiti e vissuti dal defunto come “famiglia” e del sostegno economico fornito in uguale misura ad entrambi. Della linea argomentativa sviluppata, fondata su prove documentali e deposizioni testimoniali ritenute dalla Corte di appello attendibili, i ricorrenti non segnalano alcuna caduta di consequenzialità, mentre l’impugnazione si risolve in una generica prospettazione dei fatti alternativa a quella del giudice di merito: il che non può trovare spazio nel giudizio di cassazione. Giusti motivi impongono la compensazione delle spese del grado.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione

Risarcimento da incidente mortale:soggetti legittimati a richiederlo

Chi è colpito da un lutto in famiglia è costretto a convivere con un profondo senso di vuoto e di impotenza. Il patimento morale che ne derivaè tutt’altro che trascurabile.

Sul come dovesse essere risarcito detto pregiudizio si sono succeduti diversi orientamenti giurisprudenziali e dottrinali. Tuttavia, ogni apparente contrasto pare essere stato superato dall’intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, le quali hanno infatti stabilito che:

(a) tutti i danni si dividono in due grandi categorie: patrimoniali e non patrimoniali;

(b) il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c. ha natura omnicomprensiva ( cioè si è deciso di far confluire all’interno di un’unica voce -appunto danno non patrimoniale- tutte le singole sottovoci che un tempo venivano considerate separatamente;

(c) anche quando l’illecito non integri gli estremi di un reato, il danno non patrimoniale è sempre risarcibile nel caso di offesa a diritti della persona di rilievo costituzionale.

Insomma, la S.C. ha affermato che l’art. 2059 c.c. disciplina tutte le ipotesi di danno non patrimoniale, costituendo così una sola voce risarcibile. Da questa affermazione di principio discende che rientra nel concetto di “danno non patrimoniale” ogni sofferenza fisica, psichica o morale provata dai congiunti della vittima. Le conseguenze non patrimoniali che possono derivare dalla morte di una persona cara possono consistere:

(a) in una malattia fisica: in questo caso ci troviamo dinanzi ad una ordinaria ipotesi di danno alla salute, da accertare e liquidare in basea determinati criteri legislativamente previsti;

(b) nel dolore e nella sofferenza provocati dalla mancanza della persona cara;

(c) nella perdita dei benefici morali che il superstite ritraeva dalla compagnia del defunto: gli insegnamenti e l’educazione (si pensi al minore che perda un genitore); il diletto della vita comune (si pensi a chi perde un fratello, compagni di studi o di giochi); il sostegno morale (come nel caso della perdita del coniuge o del partner).

Di tutti questi pregiudizi il giudice deve tenere conto nella liquidazione, per quanto allegato e provato nel corso del giudizio.

Va detto che i soggetti legittimati a domandare il risarcimento sono i più stretti congiunti della persona defunta (coniuge, genitori, figli, fratelli, convivente more uxorio).

Quando il risarcimento è domandato da queste categorie di persone, la giurisprudenza non esige alcun tipo di prova sull’esistenza del pregiudizio. Il danno in questione è stato altresì riconosciuto, sulla base della sola prova presuntiva, anche al fratello (o sorella) unilaterale. Il risarcimento del danno non patrimoniale da morte è stato accordato anche al coniuge separato: “tuttavia in tal caso il giudice dovrà decidere se sussista o meno il danno in esame valutando non solo se al momento della morte sussistesse la possibilità di una eventuale riconciliazione, ma soprattutto le ragioni che avevano determinato la separazione, e ogni altra utile circostanza idonea a manifestare se e in quale misura l’evento luttuoso, dovuto all’altrui fatto illecito, abbia procurato al coniuge superstite quelle sofferenze morali che di solito si accompagnano alla morte di una persona più o meno cara.

Così, per fare un esempio, il risarcimento in questione potrà senz’altro essere riconosciuto al coniuge tradito ed abbandonato dall’altro, che risulti avere cercato di fare il possibile per salvare l’unione coniugale. Per contro, il danno in questione non potrà essere liquidato nei casi in cui la separazione, per le modalità in cui si è realizzata, risulti conflittuale e caratterizzata da acredine reciproca”.1

La giurisprudenza di merito si è inoltre mostrata favorevole a liquidare il danno morale da morte sulla base della sola prova presuntiva anche al nipote ex filio per la morte del nonno.

La giurisprudenza ammette che il risarcimento sia riconosciuto anche ad altri parenti, e pure se non conviventi, ma a condizione che dimostrino di essere legati alla vittima da un intenso vincolo affettivo. Convivenza e grado di parentela tra la vittima ed il superstite, cioè, costituiscono fatti noti sui quali si può legittimamente fondare una ragionevole presunzione, ex art. 2727 c.c., di esistenza del danno, ma ciò non vuol dire che in assenza di convivenza il danno debba escludersi in radice. E così a contrario: dal fatto noto della non convivenza è possibile risalire ex art. 2727 c.c. al fatto ignorato dell’assenza di sofferenza morale per la morte della vittima, ma ciò non toglie che l’attore (la persona che chiede il risarcimento) possa fornire la prova contraria.

Ovviamente anche in questo caso è ammesso il ricorso alla prova presuntiva, che però dovrà avere contenuto e spessore maggiore di quella richiesta per dimostrare la sussistenza del danno in capo ai congiunti più stretti.

In base a questi criteri è stato riconosciuto il risarcimento al nipote ex fratre per la morte dello zio, ed anche in favore del genero per la morte del suocero.

La risarcibilità del danno morale da morte è stata invece esclusa a fronte della lesione di un semplice rapporto di amicizia.

Il tema della risarcibilità del danno da morte in favore del convivente more uxorio (convivente non sposato) della vittima ha suscitato diversi contrasti in giurisprudenza. Secondo un primo orientamento, il semplice convivente non avrebbe avuto diritto ad ottenere il ristoro dei danni subiti dall’uccisione del proprio compagno di vita, stando ad un secondo e più recente indirizzo, invece, tale risarcimento gli è assolutamente dovuto.

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che “danno ingiusto”, ai sensi dell’art. 2043 c.c., non è soltanto la lesione di un diritto perfetto, ma anche la lesione di qualsiasi situazione di interesse “presa in considerazione dalla legge”.

La convivenza di fatto, è proprio il caso di dirlo, è “presa in considerazione” da molteplici disposizioni normative; si considerino, in particolare:

-) gli artt. 406 e 417 c.c., che consentono al convivente di domandare l’interdizione o la nomina di un amministratore di sostegno per il partner;

-) l’art. 199 c.p.p. il quale ha esteso anche al convivente more uxorio la facoltà di astenersi dal testimoniare nei procedimenti in cui sia imputato il proprio convivente;

-) l’art. 12 d. lgs. lgt. 27.10.1918 n. 1726, il quale riconosce il diritto alla pensione di reversibilità, a determinate condizioni, alla convivente del militare morto in guerra;

-) l’art. 1 l. 29.7.1975 n. 405, istitutiva dei consultori familiari, il quale prevede che al consultorio familiare possano rivolgersi per l’assistenza medica, psichiatrica e psicologica relativa al menage familiare non solo le famiglie, ma anche le “coppie” tout court;

-) l’art. 30 l. 26.7.1975 n. 354 (regolamento penitenziario), il quale prevede che ai detenuti possano essere rilasciati permessi speciali allorché versi in pericolo di vita o sia gravemente malato una personache coabitava con essi prima della reclusione;

-) l’art. 4 d.p.r. 30.5.1989 n. 223 (regolamento anagrafico), il quale stabilisce che “agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da (…) vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”;

-) l’art. 19 l. 29-12-1990, n. 408 (delega fiscale), il quale ha demandato al governo di tenere conto della convivenza di fatto nella determinazione del reddito familiare imponibile.

Dignità e rilevo giuridico alla famiglia di fatto sono stati riconosciuti anche da numerose decisioni del giudice delle leggi e di quello di legittimità, sia pure in materie diverse dal risarcimento del danno.

Vengono in rilevo, al riguardo:

-) Corte cost. 7.4.1988 n. 404, in Giust. civ. 1988, I, 165, la quale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 6 co. I l. 27.7.1978 n. 392, nella parte in cui non prevede che il convivente more uxorio possa succedere nella titolarità del contratto di locazione, alla morte del conduttore;

-) Cass. 10.12.1994 n. 10927, in Inf. prev. 1994, 1502, la quale ha ritenuto che il lavoro subordinato svolto nell’ambito di una convivenza di fatto – in carenza di prove contrarie – deve essere disciplinato dall’art. 230 bis c.c.;

-) Cass. 22.4.1993 n. 4761, in Dir. fam. 1994, I, 846 ha ritenuto che la convivenza di fatto, iniziata dalla donna dopo la separazione od il divorzio, possa far venire il diritto della donna stessa alla corresponsione dell’assegno di mantenimento o dell’assegno divorzile, tutte le volte in cui la nuova convivenza in fatto esclude o riduce lo stato di bisogno.

Tutto ciò premesso, quindi, non è vera l’affermazione secondo cui il convivente non sarebbe titolare di alcuna aspettativa giuridicamente tutelata alla conservazione della stabilità del rapporto che aveva con la vittima deceduta; la lesione di tale rapporto, pertanto, genera un danno risarcibile, in quanto “ingiusta” ex art. 2043 c.c.

Una domanda alla quale, però, dobbiamo necessariamente rispondere è:

quand’è che vi è “convivenza” rilevante dal punto di vista giuridico?

Beh, stando alla giurisprudenza più recente non basta fornire la prova della coabitazione tra vittima e superstite, ma occorre dimostrare che quella unione fosse loco matrimonii, e cioè presentasse tutte le caratteristiche tipiche del rapporto di coniugio (affectio coniugalis, stabilità, fedeltà, coabitazione, collaborazione agli oneri domestici, nascita di figli).

Tra questi elementi, la Cassazione ne indica uno che potrebbe forse suscitare qualche perplessità: e cioè “la durata della convivenza al momento del fatto dannoso”. Se la convivenza era iniziata da poco al momento del fatto illecito, ciò non è di per sé idoneo ad escludere il diritto al risarcimento, ma semplicemente addossa al sopravvissuto l’onere di dimostrare che quella convivenza si fondava su basi affettive tali da lasciarne presumere solidità e durevolezza nel tempo.

E’ controversa la risarcibilità del danno morale subìto dal concepito, in conseguenza della morte del padre avvenuta durante il periodo della gestazione.

Di questo si parlerà nel prossimo articolo.

1: Relazione afferente l’ incontro su L’illecito civile e la famiglia ” di M. Rossetti