Archivio della categoria: Infortunistica stradale

Investimento del pedone ubriaco e drogato. Addio al 75% del risarcimento

Spesso si sente dire che il ciclista ed il pedone hanno sempre ragione! In realtà, questo concetto è profondamente sbagliato, soprattutto se si considera che tutti, ma veramente tutti, gli utenti della strada sono tenuti a rispettare le regole del Codice.

Un fulgido esempio di quanto detto è rappresentato dalla recente ordinanza della Corte di Cassazione, sez. VI Civile – n. 29254/18; depositata il 14 novembre, con la quale gli “ermellini” hanno confermato le osservazioni già espresse in primo grado dal Tribunale di Foggia (sez. distaccata di Cerignola) ed in secondo grado dalla Corte d’Appello di Bari, secondo le quali la richiesta di risarcimento presentata da un pedone vittima di un investimento andava accolta,  ma allo stesso tempo la cifra dovuta a titolo risarcitorio andava ridotta del 75% perché egli aveva evidentemente concorso alla realizzazione del proprio danno. Nello specifico, dai rilievi delle Forze dell’Ordine intervenute il giorno del sinistro è emerso che il pedone aveva l’alito vinoso, ha attraversato la strada con andamento barcollante e, poco prima dell’incidente, aveva fatto uso di sostanze stupefacenti.  Da non trascurare, continua la Suprema Corte, che «la vittima stava attraversando una strada provinciale priva di illuminazione artificiale e in ora buia» e quindi «doveva usare la massima prudenza, che evidentemente non era stata osservata, proprio in condizione della sua situazione di ubriachezza»

Insomma, la Corte ci insegna che non basta essere un pedone per aver ragione in un incidente stradale. Se non vengono rispettate le cd. norme comportamentali, al passante può essere contestato un concorso di colpa per aver contribuito alla realizzazione del sinistro nel quale è rimasto coinvolto, e quindi del danno dallo stesso patito.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 29254/18; depositata il 14 novembre)

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INCIDENTE MORTALE. IL DANNO CATASTROFALE

Esiste una vasta gamma di profili risarcitori connessi all’evento morte. Ai fini che interessano in questa sede, possiamo distinguere il danno da morte iure hereditatis da quello iure proprio.

Il primo riguarda il danno subito in via diretta dalla vittima che, entrando a far parte del suo patrimonio, può essere rivendicato dagli eredi.

Il secondo, invece, ha ad oggetto la violazione, patita dai familiari del soggetto deceduto, dell’interesse all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci in ambito familiare.

Tra i danni il cui ristoro è invocabile iure hereditatis rientra il danno c.d. catastrofale.

Il danno “catastrofale” indica quel pregiudizio che subisce il soggetto il quale, con lucidità, assiste inesorabilmente all’avvicinarsi del momento della propria morte.

La risarcibilità del danno catastrofale è subordinata al fatto che il soggetto sia rimasto in vita per un tempo apprezzabile, assistendo al  peggioramento delle proprie condizioni di salute, fino alla morte. Quindi, è necessaria la consapevolezza circa le gravissime condizioni di salute e l’imminenza del decesso.

Uno stato di scarsa lucidità non esclude a priori la possibilità che colui il quale riporti delle gravi lesioni possa rendersi conto della delicata situazione in cui versa.

Spetterà agli eredi fornire la prova di una condizione di lucidità del soggetto deceduto.

Tale prova potrà essere data attraverso la testimonianze di chi era presente durante tutti gli ultimi istanti di vita della vittima. Anche la documentazione medica, ad esempio, potrebbe tornar utile a dimostrare che il soggetto è giunto in ospedale vigile ed orientato nello spazio e nel tempo.

Le sofferenze patite dalla vittima per la consapevolezza della gravità delle lesioni riportate sono quantificabili secondo il criterio equitativo, che tenga conto di tutte le circostanze del caso concreto e  sappia tener conto della enormità del pregiudizio (Cass. Civ. n. 23183/2014)

Morte causata da lesioni. I danni risarcibili

Una persona che, subite delle lesioni, sopravvive per un apprezzabile periodo di tempo e puoi muore, può nel frattempo acquistare e trasmettere agli eredi il diritto al risarcimento di due diverse categorie di pregiudizi non patrimoniali. La prima è rappresentata dal danno biologico temporaneo, ossia la perduta possibilità per la vittima di attendere alle proprie occupazioni. Il risarcimento di tale voce di danno è dovuta sia nel caso in cui la vittima sia stata cosciente durante l’agonia, sia quando la vittima sia stata incosciente.  La seconda categoria è data dalla paura della morte, dal dispiacere patito dalla vittima di lasciare le persone care e le gioie della vita. La migliore definizione di tale voce di danno ce la offre l’illustre Marco Rossetti ne “il danno alla salute ed. Cedam 2017”: la sofferenza morale provata nell’attesa della propria morte.

Resta inteso che quelle appena richiamate sono solo due delle diverse voci che debbono essere attentamente valutate quando si opera la quantificazione del danno da morte.

RC, morte immediata: non è risarcibile per diritto ereditario il bene vita.

La giurisprudenza della Cassazione è stata più volte chiamata negli ultimi anni a decidere se i prossimi congiunti di una persona morta nell’immediatezza –o quasi- di un sinistro conservino la possibilità di ereditare il risarcimento dovuto alla vittima primaria per la perdita del “bene vita”.

Il 22.07.2015, con la sentenza a Sezioni Unite n. 15350, la Suprema Corte ha chiarito che tale danno non è risarcibile e quindi non è ereditabile.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

I prossimi congiunti di chi dovesse perdere la vita a causa di un illecito altrui hanno diritto ad ottenere il risarcimento non patrimoniale per la definitiva perdita del rapporto parentale.

Tale voce di danno, il cui risarcimento è dovuto ai parenti “iure proprio”, cioè come riparazione alla lesione di un interesse giuridico proprio degli stessi, mira a tutelare il principio di intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, oltre alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana.

La liquidazione del risarcimento avviene secondo il criterio equitativo, attraverso –appunto-  un’equa  personalizzazione in considerazione di determinati fattori come , ad esempio, l’età, lo stato di salute e delle speranze di vita futura della vittima etc. Insomma, per quanto vengano presi come punto di riferimento dei valori tabellari (in quasi tutta la Penisola trovano applicazione i valori indicati nell cd. Tabelle di Milano), la liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale dovrà necessariamente differenziarsi caso per caso.

Oltre alla voce di danno appena descritta, i prossimi congiunti hanno diritto ad ottenere tutte quelle prestazioni patrimoniali –anche aggiuntive- che venivano erogate in vita dal deceduto, in danaro o in altre forme comportanti un’utilità economica, e che sono andate perdute a seguito della morte del parente.

Giunti a questo punto, la giurisprudenza si è interrogata per anni se ai parenti della vittima primaria fosse dovuto anche il risarcimento del danno non patrimoniale patito da quest’ultima per la perdita del “bene vita” (danno tanatologico), quando l’illecito ne abbia provocato una morte pressoché istantanea.

Orbene, nonostante la Cassazione avesse ritenuto nel 2014 (Cass. Civ. n. 1361/2014) che “il risarcimento del danno da perdita della vita ha funzione compensativa, e il relativo diritto è trasmissibile iure hereditatis (in via ereditaria) ”, la recente pronuncia delle Sezioni Unite (Cass. Civ. n. n. 15350/2015) ha chiarito che quando la persona muore poco dopo l’evento dannoso, in capo alla stessa non può nascere alcun credito risarcitorio.

Praticamente, l’irrisarcibilità deriva dall’assenza di un soggetto al quale sia collegabile la perdita di natura non patrimoniale del bene vita, e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito. Quindi, per i Giudici della Corte Suprema non può essere ereditato un credito che non è mai nato.

La soluzione appena prospettata è in linea con le principali esperienze giudiziarie europee!

Comunque, non ci sono dubbi che si dovrà giungere ad una diversa conclusione qualora il congiunto muoia non nell’immediatezza dei fatti ma dopo un certo lasso di tempo.

Per approfondimenti si consiglia la lettura integrale della pronuncia Cass. Civ. SS.UU. n. 15350/2015

Danno morale e personalizzazione del danno: tra prove ed automatismi

L’Osservatorio sul danno alla persona 2016 ci conferma ancora una volta come il settore della responsabilità civile sia soggetto a perduranti e forse insuperabili incertezze.

Difatti, dovendo esaminare la liquidazione del danno biologico in giro per l’Italia ci si può rendere conto che casi del tutto simili tra loro possono essere decisi in maniera diversa. Mi spiego meglio.

Con le  cd. sentenze di San Martino del 2008, la Suprema Corte a SSUU introdusse l’unitarietà ed onnicomprensività del risarcimento e la personalizzazione del danno secondo le prove fornite.

Purtroppo, però, all’indomani di detti arresti giurisprudenziali è mancato l’aggancio della prospettiva risarcitoria a parametri (anche normativi) condivisi e giustificati. Proprio per tale ragione, quindi, si possono leggere sentenze di merito in cui i Giudici, nel liquidare il danno biologico, escludono espressamente la presenza di una sua personalizzazione ai sensi dell’art. 139 c. 3 del CdA, poichè quest’ultima non è stata oggetto di un autonomo accertamento, ed altre in cui, per via della gravità delle lesioni e della giovane età del danneggiato, la personalizzazione è stata riconosciuta su base presuntiva.

Nonostante le spinte evolutive, quindi, ci troviamo ancora di fronte ad uno scenario di disomogenea interpretazione ed applicazione dei principi dettati dalla Cassazione.

Insomma, da un lato si ha che il compito del Giudice è senz’altro quello di accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato e provvedere alla sua integrale riparazione, e dall’altro non pare ancora bandita ogni prassi di automaticità nel riconoscimento del c.d. danno morale soggettivo e della personalizzazione del danno biologico.

In conclusione, si ritiene che l’orientamento  più condivisibile sia proprio quello maggioritario, che non esclude la liquidazione del danno morale e della personalizzazione (anche nelle lesioni micro-permanenti) a patto che sia dimostrata: nel primo caso, una vera e propria afflizione psicologica associata ad un autentico patema d’animo, entrambi connessi a peculiari situazioni contingenti, quali la sottoposizione ad intervento chirurgico, la degenza ospedaliera e la sede delle lesioni (Trib. Lucca n. 239/2014); nel secondo caso, la ridotta capacità di espressione della propria personalità e della vita di relazione, nonché di estrinsecazione delle attività di tutti i giorni.

 

Società di persone e assenza del socio infortunato da incidente stradale: azione risarcitoria

In ordine a tale argomento conviene richiamare due principi ben consolidati:

  • Colui che procura delle lesioni personali al lavoratore, che abbia perciò subito una invalidità temporanea lavorativa assoluta, è tenuto a risarcire il datore di lavoro per la mancata utilizzazione dipendente;
  • Il risarcimento corrisponde all’esborso delle somme pagate al lavoratore -durante il periodo di inabilità temporanea assoluta- a titolo retributivo e contributivo, salva la risarcibilità dell’ulteriore pregiudizio patrimoniale eventualmente subìto dal datore di lavoro nella ipotesi di comprovata necessità di sostituzione del dipendente impedito con manodopera estranea all’azienda.

Resta ora da chiedersi: tali principi possano trovare applicazione se il lavoro viene prestato per una Società di persone da un socio?

La risposta è affermativa sia quando il socio è inquadrato come lavoratore subordinato (il rapporto di lavoro subordinato tra la società ed uno dei soci è infatti giuridicamente possibile a determinate condizioni), sia quando la sua attività lavorativa integri un conferimento previsto dal contratto sociale.

Prendiamo ad esempio proprio quest’ultimo caso, e poniamo che il socio partecipi solo agli utili societari e non abbia diritto ad una retribuzione. In questa situazione, alla Società dovrà essere risarcito il danno derivante dalla diminuzione degli utili a causa del  mancato apporto lavorativo del socio, sempreché detta diminuzione non sia assorbita dalla diminuzione della quota degli utili corrisposti al socio danneggiato

Alla luce di quanto detto finora, risulterà abbastanza chiaro che la società danneggiata  dalla perdita di lavoro del socio è da considerarsi un soggetto legittimato ad agire in giudizio contro il responsabile del sinistro stradale e/o dell’assicuratore della RCA.

In conclusione va precisato che il danno alla società non può essere considerato presuntivamente dimostrato sulla base del solo elemento del mancato apporto lavorativo del socio.

Se la prova dovesse essere formata solo da presunzioni, come può avvenire nella fattispecie in esame, è demandato al giudice il compito di valutare l’idoneità degli elementi presuntivi. Si osserva, in proposito, che la liquidazione equitativa del danno ha per presupposto che questo sia certo nella sua esistenza, ancorché non provato nel suo preciso ammontare; in caso contrario (actore non probante reus absolvitur), la liquidazione non ha modo di estrinsecarsi.

 

Incidente stradale, passeggero ferito. Risarcimento ridotto per il mancato uso di cinture di sicurezza

Una donna ha riportato dei seri danni alla propria salute psico – fisica in quanto vittima, come persona trasportata, di un incidente stradale. E’ stata accolta e confermata in sede di legittimità la sua richiesta di risarcimento: a pagare il conducente della vettura e la Compagnia assicurativa.
Tuttavia, la cifra liquidata dai giudici è risultata inferiore a quella domandata dalla donna. Decisivo il fatto che la danneggiata non avesse indossato le cinture di sicurezza e che, per tale ragione, avesse concorso alla produzione del danno patito.
Corte di Cassazione, sentenza n. 126/2016, depositata l’8 gennaio scorso.

tamponato da veicolo sconosciuto: non è obbligatoria la querela per essere risarciti

Nelle ipotesi di sinistro stradale generato da un veicolo non identificato, il non aver denunciato il fatto alle Autorità non è sufficiente a rigettare la domanda di risarcimento proposta dal danneggiato nei confronti dell’impresa indicata dal Fondo di Garanzia per le vittime della strada.
Il danneggiato, infatti, non ha l’obbligo si presentare la querela per ottenere il risarcimento, essendo, tale adempimento, un mero indizio in relazione al fatto che il sinistro abbia avuto luogo.

Corte Cassazione sez. III Civile, sentenza 20 novembre 2015 – 17 febbraio 2016, n. 3019

danno provocato da autocarro in sosta: l’Assicurazione deve pagare!

Un uomo muore in seguito alle lesioni riportate per un sinistro stradale, in quanto colpito dalla rampa del rimorchio di un autocarro parcheggiato sulla pubblica via.
I familiari della vittima, pertanto, convenivano in giudizio il proprietario dell’autocarro e la Compagnia di assicurazioni del veicolo, per ottenere il risarcimento dei danni patiti in conseguenza della morte del loro congiunto.

Nonostante in primo grado il Tribunale avesse accolto l’istanza risarcitoria, nel giudizio di secondo grado la Corte d’Appello rigettava la domanda dei familiari della vittima poiché il sinistro, stando al parere dei giudici, non rientrava tra gli eventi coperti da assicurazione obbligatoria per la circolazione del veicolo.

Tuttavia, la Suprema Corte di Cassazione, chiamate a decidere nel giudizio di legittimità, ha elaborato il principio di diritto secondo il quale la nozione di circolazione stradale, ex art. 2054 c.c., contempla anche le ipotesi in cui il veicolo sia in posizione di arresto, sia in relazione all’ingombro operato dalla vettura sugli spazi adibiti alla circolazione, sia con riferimento alle operazioni propedeutiche alla partenza o collegate alla fermata, oppure ancora a tutte le attività che il veicolo è destinato a compiere e per le quali può circolare. Quindi, la Corte Suprema ha chiarito che nel caso di veicolo non sottoposto al controllo del conducente, in quanto in sosta presso la pubblica via, il proprietario della vettura non può sottrarsi ai danni derivanti dalla circolazione, comprendente tanto il movimento quanto il fermo del mezzo, e connessi a vizi di costruzione o difetto di manutenzione.

Per tale ragione, la Cassazione ha condannato la compagnia assicuratrice al risarcimento dei danni.

Corte di Cassazione,  sentenza n. 3257/2016, depositata il 19 febbraio.

 

La prescrizione del diritto al risarcimento dei danni da circolazione stradale e la mancata querela

Poichè mi sono pervenute molte domande su questo argomento ritengo opportuno segnalare che, con la sentenza n. 27337 del 18.11.2008, le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno stabilito che “nel caso in cui l’illecito civile sia considerato dalla legge come reato, ma il giudizio penale non sia stato promosso, anche se per mancata presentazione della querela, l’eventuale più lunga prescrizione prevista per il reato si applica anche all’azione di risarcimento, a condizione che il Giudice civile accerti, incidenter tantum, la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi ed oggettivi, e la prescrizione stessa decorre dalla data del fatto”.

Quindi, sulla scorta di quanto letto par di capire che il Giudice debba appurare, di volta in volta, se nel caso di specie sussistano l’elemento oggettivo (condotta) e soggettivo (dolo o colpa) propri di una fattispecie di reato. Se così fosse, il danneggiato gode di un termine prescrizionale del suo diritto al risarcimento più lungo di quello previsto nei primi due commi dell’art. 2947, indipendentemente dalla presentazione o meno della querela. Insomma, non è detto che il diritto al risarcimento del danno fisico si prescriva nel termine biennale.

“COLPO DI FRUSTA”: VIENE ANCORA RISARCITO?

Molta gente si chiede se le Compagnie di Assicurazione siano ancora tenute a pagare il danno non patrimoniale derivante dalla distorsione al rachide cervicale (colpo di frusta). A dire il vero, questa domanda se la sono posta un po’ tutti gli operatori del settore all’indomani della L. 27/2012; a distanza di un anno, e non prima di aver analizzato con attenzione l’applicazione teorica e pratica della norma, si possono finalmente esprimere alcune brevi considerazioni.

L’art. 32 comma 3 ter della L. 27/2012 recita testualmente: le lesioni di lieve entita’, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”.

Sempre l’art. 32 della L. 27/2012, ma questa volta il comma 3 quater recita: Il danno alla persona per lesioni di lieve entita’ di cui all’articolo 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, e’ risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione.

Dallo studio di queste due disposizioni non v’è chi non veda che nel comma 3 quater è stabilito che l’esistenza della lesione deve essere accertata visivamente o strumentalmente: si utilizza dunque la disgiunzione o” ad evidenziare l’alternatività del metodo strumentale.

Perciò, nell’apparente contraddizione fra i due commi (il comma 3 ter parrebbe richiedere l’accertamento strumentale del danno), deve ritenersi prevalente la norma dell’art. 32 c. 3 quater, che definisce l’accertamento del danno biologico complessivamente considerato e che prevede appunto che tale voce di danno venga accertata in via strumentale ovvero, in via alternativa ma parimenti valida, “visivamente”, con ciò intendendosi l’accertamento effettuato in sede di visita medico legale ( sent. N. 1443/12 GdP Padova).

Se non fosse così, risulterebbero senz’altro violati gli artt. 3, 32 e 24 della Costituzione.

Risarcimento da incidente mortale: anche il convivente non sposato ha diritto ad ottenere il ristoro dei danni subiti

Molti si chiedono se al convivente more uxorio (convivente non sposato) spetti il risarcimento per i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti a seguito della perdita del proprio compagno di vita. La Corte di Cassazione si è espressa più volte su quest’argomento, dando vita ad un indirizzo che oggigiorno lo si può definire maggioritario.

La sentenza che si riporta di seguito è un chiaro esempio dell’attuale orientamento fornito dalla Suprema Corte.

Cassazione Civile, Sez. III, 07 Giugno 2011, n. 12278

In caso di incidente mortale, il risarcimento del danno morale deve essere riconosciuto sia alla famiglia legale della vittima,  sia alla c.d. famiglia di fatto (ossia al convivente more uxorio ed agli eventuali figli). L’unico presupposto richiesto per ottenere tale risarcimento è  che “venga fornita, con qualsiasi mezzo, la prova dell’esistenza e della durata di una comunanza di vita e di affetti e di una vicendevole assistenza morale e materiale, cioè di una relazione di convivenza avente le stesse caratteristiche di quelle dal legislatore ritenute proprie del vincolo coniugale”.

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

M.G. ed i figli legittimi V.C., V.A. F. e V.G. citavano in giudizio la omissis Trasporti srl e la omissis Assicurazioni, poi omissis e attualmente omissis Assicurazioni s.p.a, per sentirli condannare al risarcimento dei danni conseguenti all’incidente stradale del omissis, nel quale aveva trovato la morte il proprio marito e padre V. A.. Nel giudizio intervenivano la convivente del V., S.M.T., e la figlia naturale dello stesso, S. F.. La sentenza di primo grado ha accertato la pari responsabilità della omissis Trasporti e di V.A. nella causazione dell’incidente ed ha risarcito il danno morale subito dalla moglie del V., M.G., nella misura di Euro 20.658,28, e dai i figli legittimi V.C. e V. G. nella misura di Euro 10.329,14, dalla figlia legittima V.A.F. nella misura di Euro 5.164,57, dalla convivente S.M.T. nella misura di Euro 20.658,28 e dalla figlia naturale S.F. nella misura di Euro 10.329,14; ha liquidato in uguale misura il danno patrimoniale fra la famiglia legale e quella di fatto. Con sentenza del 12-2-2008 la Corte di Appello di omissis ha confermato la sentenza di primo grado. Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione M. G. ed i figli legittimi V.C., V.A.F. e V.G. con tre motivi. Resiste con controricorso la omissis Assicurazioni s.p.a. già omissis Assicurazioni illustrato anche da memoria ex art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso viene denunziata la violazione degli artt. 2059, 2056, 1223 e 1226 c.c. e dei principi generali in materia di liquidazione del danno non patrimoniale, nonchè vizi di motivazione sul punto ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Ad avviso dei ricorrenti il giudice del merito non poteva procedere ad una determinazione complessiva ed unitaria del danno morale ed alla conseguente ripartizione dell’intero importo in modo automaticamente proporzionale tra tutti gli aventi diritto, bensì doveva determinare in concreto il danno morale per ciascuno dei congiunti tenendo conto delle effettive sofferenze patite. 1.1. Il motivo è infondato. Infatti i giudici di merito hanno proceduto alla ripartizione dell’importo dovuto per danno morale tra tutti gli aventi diritto non in modo automatico, ma nella determinazione in concreto del danno per ciascuno dei congiunti hanno tenuto conto delle effettive sofferenze patite, in modo da rendere la somma riconosciuta adeguata al particolare caso concreto (Cass. n. 116/2001). 1.2. I giudici di merito hanno tenuto conto della particolarità della situazione in oggetto, condividendo la giurisprudenza, anche di legittimità, che in materia di responsabilità civile ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno conseguente alle lesioni o alla morte di una persona in favore del convivente “more uxorio” di questa, pur richiedendo che venga fornita, con qualsiasi mezzo, la prova dell’esistenza e della durata di una comunanza di vita e di affetti e di una vicendevole assistenza morale e materiale, cioè di una relazione di convivenza avente le stesse caratteristiche di quelle dal legislatore ritenute proprie del vincolo coniugale (Cass. Sez. 3, 29/4/2005 n. 8976). In base agli stessi presupposti, la Corte di Appello ha ritenuto la sussistenza del diritto al risarcimento in favore di chi sia stata legata da un vincolo di filiazione naturale alla vittima del sinistro, ancorchè non legalmente riconosciuta, laddove tale vincolo sia stato contraddistinto dalle medesime caratteristiche di quello tra genitore e figlio legittimo o naturale riconosciuto. Dall’esame del compendio probatorio, i giudici di merito hanno ritenuto provato che da molti anni V.A. aveva stabilito la sede principale della sua attività lavorativa a omissis e lì aveva costituito con S.M.T. un’unione stabile, caratterizzata non soltanto da un legame affettivo, ma anche dalla gestione comune dei molteplici aspetti della vita quotidiana, con reciproco appoggio morale e materiale, nonchè, successivamente, dalla condivisione dei compiti connessi alla nascita e alla crescita della figlia F., con la quale il V. intratteneva un rapporto sotto ogni profilo assimilabile a quello genitore-figlio; che V.A. aveva peraltro mantenuto stabili legami, anche affettivi, con i figli legittimi e con la moglie, i quali vivevano a Salerno e con i quali trascorreva regolarmente le principali festività, provvedendo sotto il profilo economico alle esigenze anche di questo nucleo familiare. 1.3. Si osserva che i Giudici di appello hanno parificato, ai fini del risarcimento dei danno morale, la famiglia legale e la famiglia di fatto, in quanto per quest’ultima è stata provata la stabilità e la continuità nel tempo del rapporto e delle relazioni affettiva. Successivamente hanno differenziato le singole posizioni degli aventi diritto, riconoscendo alla moglie ed alla convivente un importo maggiore rispetto ai figli, e per i figli un importo diverso per quelli conviventi e per la figlia sposata, a cui è stato liquidato un importo inferiore. 1.4. Quindi, nel risarcimento concreto del danno, tenendo conto della particolarissima situazione di un soggetto con due nuclei familiari legati a lui da una rapporto di protratta e contemporanea stabilità nel tempo, i giudici di merito, lungi dal lamentato automatismo, hanno tenuto conto della diversa intensità del vincolo familiare, moglie convivente e figli, e della effettiva convivenza liquidando alla figlia sposata un importo inferiore. 2. Con il secondo motivo viene dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 2059, 2056, 1223 e 1226 c.c. e dei principi generali in materia di liquidazione del danno non patrimoniale nonchè vizi di motivazione sul punto ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. I ricorrenti deducono che la liquidazione del danno non patrimoniale deve comunque rispettare alla esigenza di una ragionevole correlazione tra gravità effettiva del danno ed ammontare dell’indennizzo (e non può consistere in una espressione simbolica). 2.1. Si osserva che i ricorrenti non hanno contestato in appello il criterio utilizzato per la quantificazione del danno morale complessivo, richiamando solo nella comparsa conclusionale del giudizio di appello i più recenti e più elevati importi, da centomila e duecentomila Euro, previsti nelle tabelle del Tribunale di Milano nella liquidazione del danno morale in favore del coniuge e dei figli. Il motivo quindi deve considerarsi inammissibile perchè introdotto per la prima volta nel giudizio di cassazione. 3. Come terzo motivo di ricorso viene denunziato vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione per aver i giudici di merito riconosciuto un contributo annuo di L. 10 milioni alla famiglia di fatto, nell’ambito della quantificazione del danno patrimoniale. Infatti secondo i ricorrenti i giudici di merito avevano riconosciuto che il V. erogava un contributo annuo di Euro 10.000,00 in favore della famiglia di fatto, senza che di tale circostanza fosse stata fornita alcuna prova. 3.1. Si osserva che sotto l’apparente denunzia di vizio di omessa motivazione i ricorrenti richiedono a questa Corte un riesame del merito della controversia con una valutazione delle risultanze probatoria diversa da quella motivatamente fatta propria dai giudici di merito. Il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa. 3.2. Nel caso di specie la Corte di Appello ha ritenuto raggiunta la prova dell’effettiva coesistenza dei due nuclei familiari entrambi percepiti e vissuti dal defunto come “famiglia” e del sostegno economico fornito in uguale misura ad entrambi. Della linea argomentativa sviluppata, fondata su prove documentali e deposizioni testimoniali ritenute dalla Corte di appello attendibili, i ricorrenti non segnalano alcuna caduta di consequenzialità, mentre l’impugnazione si risolve in una generica prospettazione dei fatti alternativa a quella del giudice di merito: il che non può trovare spazio nel giudizio di cassazione. Giusti motivi impongono la compensazione delle spese del grado.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione

Risarcimento da incidente mortale:soggetti legittimati a richiederlo

Chi è colpito da un lutto in famiglia è costretto a convivere con un profondo senso di vuoto e di impotenza. Il patimento morale che ne derivaè tutt’altro che trascurabile.

Sul come dovesse essere risarcito detto pregiudizio si sono succeduti diversi orientamenti giurisprudenziali e dottrinali. Tuttavia, ogni apparente contrasto pare essere stato superato dall’intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, le quali hanno infatti stabilito che:

(a) tutti i danni si dividono in due grandi categorie: patrimoniali e non patrimoniali;

(b) il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c. ha natura omnicomprensiva ( cioè si è deciso di far confluire all’interno di un’unica voce -appunto danno non patrimoniale- tutte le singole sottovoci che un tempo venivano considerate separatamente;

(c) anche quando l’illecito non integri gli estremi di un reato, il danno non patrimoniale è sempre risarcibile nel caso di offesa a diritti della persona di rilievo costituzionale.

Insomma, la S.C. ha affermato che l’art. 2059 c.c. disciplina tutte le ipotesi di danno non patrimoniale, costituendo così una sola voce risarcibile. Da questa affermazione di principio discende che rientra nel concetto di “danno non patrimoniale” ogni sofferenza fisica, psichica o morale provata dai congiunti della vittima. Le conseguenze non patrimoniali che possono derivare dalla morte di una persona cara possono consistere:

(a) in una malattia fisica: in questo caso ci troviamo dinanzi ad una ordinaria ipotesi di danno alla salute, da accertare e liquidare in basea determinati criteri legislativamente previsti;

(b) nel dolore e nella sofferenza provocati dalla mancanza della persona cara;

(c) nella perdita dei benefici morali che il superstite ritraeva dalla compagnia del defunto: gli insegnamenti e l’educazione (si pensi al minore che perda un genitore); il diletto della vita comune (si pensi a chi perde un fratello, compagni di studi o di giochi); il sostegno morale (come nel caso della perdita del coniuge o del partner).

Di tutti questi pregiudizi il giudice deve tenere conto nella liquidazione, per quanto allegato e provato nel corso del giudizio.

Va detto che i soggetti legittimati a domandare il risarcimento sono i più stretti congiunti della persona defunta (coniuge, genitori, figli, fratelli, convivente more uxorio).

Quando il risarcimento è domandato da queste categorie di persone, la giurisprudenza non esige alcun tipo di prova sull’esistenza del pregiudizio. Il danno in questione è stato altresì riconosciuto, sulla base della sola prova presuntiva, anche al fratello (o sorella) unilaterale. Il risarcimento del danno non patrimoniale da morte è stato accordato anche al coniuge separato: “tuttavia in tal caso il giudice dovrà decidere se sussista o meno il danno in esame valutando non solo se al momento della morte sussistesse la possibilità di una eventuale riconciliazione, ma soprattutto le ragioni che avevano determinato la separazione, e ogni altra utile circostanza idonea a manifestare se e in quale misura l’evento luttuoso, dovuto all’altrui fatto illecito, abbia procurato al coniuge superstite quelle sofferenze morali che di solito si accompagnano alla morte di una persona più o meno cara.

Così, per fare un esempio, il risarcimento in questione potrà senz’altro essere riconosciuto al coniuge tradito ed abbandonato dall’altro, che risulti avere cercato di fare il possibile per salvare l’unione coniugale. Per contro, il danno in questione non potrà essere liquidato nei casi in cui la separazione, per le modalità in cui si è realizzata, risulti conflittuale e caratterizzata da acredine reciproca”.1

La giurisprudenza di merito si è inoltre mostrata favorevole a liquidare il danno morale da morte sulla base della sola prova presuntiva anche al nipote ex filio per la morte del nonno.

La giurisprudenza ammette che il risarcimento sia riconosciuto anche ad altri parenti, e pure se non conviventi, ma a condizione che dimostrino di essere legati alla vittima da un intenso vincolo affettivo. Convivenza e grado di parentela tra la vittima ed il superstite, cioè, costituiscono fatti noti sui quali si può legittimamente fondare una ragionevole presunzione, ex art. 2727 c.c., di esistenza del danno, ma ciò non vuol dire che in assenza di convivenza il danno debba escludersi in radice. E così a contrario: dal fatto noto della non convivenza è possibile risalire ex art. 2727 c.c. al fatto ignorato dell’assenza di sofferenza morale per la morte della vittima, ma ciò non toglie che l’attore (la persona che chiede il risarcimento) possa fornire la prova contraria.

Ovviamente anche in questo caso è ammesso il ricorso alla prova presuntiva, che però dovrà avere contenuto e spessore maggiore di quella richiesta per dimostrare la sussistenza del danno in capo ai congiunti più stretti.

In base a questi criteri è stato riconosciuto il risarcimento al nipote ex fratre per la morte dello zio, ed anche in favore del genero per la morte del suocero.

La risarcibilità del danno morale da morte è stata invece esclusa a fronte della lesione di un semplice rapporto di amicizia.

Il tema della risarcibilità del danno da morte in favore del convivente more uxorio (convivente non sposato) della vittima ha suscitato diversi contrasti in giurisprudenza. Secondo un primo orientamento, il semplice convivente non avrebbe avuto diritto ad ottenere il ristoro dei danni subiti dall’uccisione del proprio compagno di vita, stando ad un secondo e più recente indirizzo, invece, tale risarcimento gli è assolutamente dovuto.

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che “danno ingiusto”, ai sensi dell’art. 2043 c.c., non è soltanto la lesione di un diritto perfetto, ma anche la lesione di qualsiasi situazione di interesse “presa in considerazione dalla legge”.

La convivenza di fatto, è proprio il caso di dirlo, è “presa in considerazione” da molteplici disposizioni normative; si considerino, in particolare:

-) gli artt. 406 e 417 c.c., che consentono al convivente di domandare l’interdizione o la nomina di un amministratore di sostegno per il partner;

-) l’art. 199 c.p.p. il quale ha esteso anche al convivente more uxorio la facoltà di astenersi dal testimoniare nei procedimenti in cui sia imputato il proprio convivente;

-) l’art. 12 d. lgs. lgt. 27.10.1918 n. 1726, il quale riconosce il diritto alla pensione di reversibilità, a determinate condizioni, alla convivente del militare morto in guerra;

-) l’art. 1 l. 29.7.1975 n. 405, istitutiva dei consultori familiari, il quale prevede che al consultorio familiare possano rivolgersi per l’assistenza medica, psichiatrica e psicologica relativa al menage familiare non solo le famiglie, ma anche le “coppie” tout court;

-) l’art. 30 l. 26.7.1975 n. 354 (regolamento penitenziario), il quale prevede che ai detenuti possano essere rilasciati permessi speciali allorché versi in pericolo di vita o sia gravemente malato una personache coabitava con essi prima della reclusione;

-) l’art. 4 d.p.r. 30.5.1989 n. 223 (regolamento anagrafico), il quale stabilisce che “agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da (…) vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”;

-) l’art. 19 l. 29-12-1990, n. 408 (delega fiscale), il quale ha demandato al governo di tenere conto della convivenza di fatto nella determinazione del reddito familiare imponibile.

Dignità e rilevo giuridico alla famiglia di fatto sono stati riconosciuti anche da numerose decisioni del giudice delle leggi e di quello di legittimità, sia pure in materie diverse dal risarcimento del danno.

Vengono in rilevo, al riguardo:

-) Corte cost. 7.4.1988 n. 404, in Giust. civ. 1988, I, 165, la quale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 6 co. I l. 27.7.1978 n. 392, nella parte in cui non prevede che il convivente more uxorio possa succedere nella titolarità del contratto di locazione, alla morte del conduttore;

-) Cass. 10.12.1994 n. 10927, in Inf. prev. 1994, 1502, la quale ha ritenuto che il lavoro subordinato svolto nell’ambito di una convivenza di fatto – in carenza di prove contrarie – deve essere disciplinato dall’art. 230 bis c.c.;

-) Cass. 22.4.1993 n. 4761, in Dir. fam. 1994, I, 846 ha ritenuto che la convivenza di fatto, iniziata dalla donna dopo la separazione od il divorzio, possa far venire il diritto della donna stessa alla corresponsione dell’assegno di mantenimento o dell’assegno divorzile, tutte le volte in cui la nuova convivenza in fatto esclude o riduce lo stato di bisogno.

Tutto ciò premesso, quindi, non è vera l’affermazione secondo cui il convivente non sarebbe titolare di alcuna aspettativa giuridicamente tutelata alla conservazione della stabilità del rapporto che aveva con la vittima deceduta; la lesione di tale rapporto, pertanto, genera un danno risarcibile, in quanto “ingiusta” ex art. 2043 c.c.

Una domanda alla quale, però, dobbiamo necessariamente rispondere è:

quand’è che vi è “convivenza” rilevante dal punto di vista giuridico?

Beh, stando alla giurisprudenza più recente non basta fornire la prova della coabitazione tra vittima e superstite, ma occorre dimostrare che quella unione fosse loco matrimonii, e cioè presentasse tutte le caratteristiche tipiche del rapporto di coniugio (affectio coniugalis, stabilità, fedeltà, coabitazione, collaborazione agli oneri domestici, nascita di figli).

Tra questi elementi, la Cassazione ne indica uno che potrebbe forse suscitare qualche perplessità: e cioè “la durata della convivenza al momento del fatto dannoso”. Se la convivenza era iniziata da poco al momento del fatto illecito, ciò non è di per sé idoneo ad escludere il diritto al risarcimento, ma semplicemente addossa al sopravvissuto l’onere di dimostrare che quella convivenza si fondava su basi affettive tali da lasciarne presumere solidità e durevolezza nel tempo.

E’ controversa la risarcibilità del danno morale subìto dal concepito, in conseguenza della morte del padre avvenuta durante il periodo della gestazione.

Di questo si parlerà nel prossimo articolo.

1: Relazione afferente l’ incontro su L’illecito civile e la famiglia ” di M. Rossetti

il danno esistenziale: osservazioni

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione Civile del 2008 hanno degradato il danno esistenziale a pregiudizio esistenziale, di fatto negando un’autonoma tutela a questa fattispecie. Difatti, la Suprema Corte avrebbe negato a questa voce l’ammissione incondizionata al risarcimento, al fine di “evitare un’abrogazione surrettizia” dell’art. 2059 c.c. che, sulla base di una lettura costituzionalmente orientata, garantisce una tutela risarcitoria solo ai danni derivanti dalla lesione di un diritto inviolabile della persona.

Tale assunto non è propriamente condivisibile, in quanto il danno esistenziale è un pregiudizio personale che consiste in un autentico mutamento in pejus della qualità di vita dell’individuo. Il danneggiato è costretto a subire un’alterazione delle proprie abitudini sia all’interno sia all’esterno del proprio ambiente familiare. In particolare, a farne le spese sono i rapporti relazionali che gli erano propri, negando al soggetto leso la capacità di esprimere e realizzare la propria personalità nel mondo esterno. Chi è costretto a subire tale pregiudizio, in realtà, matura il diritto ad essere risarcito ai sensi dell’art. 2043 c.c. Quindi, le Sez. Un., che reputano il danno esistenziale risarcibile ai sensi dell’art. 2059, e sempre che sussista una lesione di diritti costituzionalmente inviolabili, negano un’autonoma tutela di questa categoria di danno. In fin dei conti, è proprio l’art. 2 della Costituzione che apre ad un processo interpretativo evolutivo; questo significa che l’interprete deve necessariamente individuare nel sistema costituzionale degli elementi che permettano di valutare se nuovi interessi della società siano rilevanti sotto il profilo costituzionale. Insomma, tale chiusura della Suprema Corte  appare alquanto contraddittoria poiché, come già detto, da una lato vengono limitate le garanzie a difesa di questa categoria di danno, e dall’altro viene accettata l’esistenza del pregiudizio esistenziale.

La prescrizione in caso di sinistro stradale: art. 2947 c.c.

La prescrizione è quell’evento attraverso il quale, mediante il decorso del tempo (fissato dalla legge), si estingue un diritto per effetto del suo mancato esercizio. Proprio perchè nel nostro ordinamento vale il principio generale di certezza dei rapporti giuridici, il titolare di un diritto è tenuto ad esercitarlo entro il termine stabilito dalla legge (fatta eccezione per i diritti indisponibili,  in ordine ai quali non trova applicazione l’istituto della prescrizione.

L’art. 2947 c.c. è la norma di riferimento in materia di prescrizione del diritto al risarcimento dei danni prodotti dalla circolazione dei veicoli in genere.

L’art. 2947 c.1 c.c. prevede un termine di prescrizione di 5 anni dal momento in cui, a seguito della condotta illecita altrui, si concretizza la lesione della sfera giuridica del danneggiato.

L’art. 2947 c. 2 c.c. prevede, invece, un termine prescrizionale più breve, ossia pari a 2 anni. Esso concerne i sinistri con solo danni a cose, anche se la norma, genericamente, afferma l’applicabilità di detto termine allo scontro tra veicoli.

Il comma 3 dell’art. 2947 c.c. dispone che se il fatto che ha provocato il danno è considerato reato, e per il reato è prevista una prescrizione più lunga, allora questa andrà applicata anche all’azione civile. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno chiarito che il diritto al risarcimento da fatto illecito, che sia considerato dalla legge come reato, si prescrive nello stesso termine di prescrizione del reato se quest’ultimo si prescrive in un termine superiore a 5 anni, mentre si prescrive in 5 anni se per il reato è stabilito un termine uguale o inferiore.

La prescrizione può essere interrotta, determinando la decorrenza di un nuovo termine, attraverso la notifica della citazione ed ogni altro atto ricettizio, che contenga una specifica richiesta di risarcimento o pagamento.

Ritorno del danno morale?

Il risarcimento del nuovo danno non patrimoniale sembra non aver ancora trovato un suo stabile assetto. Da alcuni anni a questa parte, infatti, la Corte di Cassazione si è spesso pronunciata sulla controversa questione relativa “all’indipendenza” o meno del danno morale rispetto al danno non patrimoniale. Ed invero, con l’introduzione del sistema risarcitorio onnicomprensivo, che ha racchiuso all’interno di un’unica voce (per l’appunto “danno non patrimoniale”) tutte le varie componenti di danno, la Suprema Corte ha più volte emesso sentenze contrastanti tra loro, alcune delle quali riconoscevano al danno morale una totale autonomia rispetto al più ampio genus del pregiudizio non patrimoniale, altre, invece, in linea con le innovazioni apportate dal nuovo criterio risarcitorio, hanno ribadito l’esigenza di individuare un’unica voce che comprendesse al suo interno il danno morale!  

Anche di recente la Corte di Cassazione è stata richiamata a decidere sull’argomento, e l’occasione si è presentata a seguito di un ricorso promosso da un medico ginecologo avverso una sentenza della Corte d’Appello di Genova che, dopo aver accertato l’errore del dottore, dal quale è derivata un’invalidità permanente totale a carico di un bambino, ha liquidato il danno biologico distintamente dal danno morale. Con tale pronuncia (C.C. sent. n. 18641 del 12 settembre 2011), quindi, resiste l’idea che il pregiudizio morale debba essere considerato separatamente quale degradazione psicofisica derivante dal trauma subito. A doverla dire tutta, questa distinzione è sempre esistita nell’ambito del risarcimento del danno parentale da perdita di un familiare. Infatti,  la giurisprudenza di merito (vale a dire le sentenze dei Tribunali) ha ritenuto, anche dopo l’introduzione del nuovo danno non patrimoniale, di non adeguarsi alle impostazioni, affermando la cumulabilità tra il danno da perdita del rapporto parentale e il danno morale, in forza della loro reciproca autonomia concettuale.   

Insomma, pare proprio che oggi il danno morale viva di vita propria, e non debba considerarsi assorbito nell’ambito del danno non patrimoniale tabellato. Oltre tutto, va fatto presente che quest’ultimo indirizzo potrebbe trovare facile applicazione se, come parrebbe (salvo entrata in vigore delle meno “convenienti” Tabelle nazionali), le Tabelle milanesi per la liquidazione del danno non patrimoniale sopra i 9 punti (macropermanente) diverranno il criterio valutativo di riferimento a livello nazionale. La ragione è data dal fatto che le Tabelle dell’Osservatorio civile di Milano sono state studiate in maniera tale già da operare al loro interno una sorta di distinzione tra danno non patrimoniale e danno morale. Difatti, ad ogni punto di danno biologico è associata una cd. “personalizzazione” del danno (vale a dire un aumento percentuale del valore economico del punto stesso) che varia a seconda della gravità di quanto riportato; insomma, le tabelle meneghine, nonostante tutto, hanno sempre offerto la possibilità di calcolare il pregiudizio morale patito.

Ad ogni modo, prima di cantar vittoria e poter affermare senza timore l’effettiva reintroduzione del danno morale quale voce distinta rispetto al danno non patrimoniale comunemente inteso dopo le sentenze gemelle del 2008 occorrerà attendere una pronuncia della Suprema Corte a Sezioni Riunite; speriamo quanto prima.

“Colpo di frusta”: quanto vale?

L’articolo che state leggendo ha come primo obiettivo quello di chiarire i criteri di liquidazione dei danni micropermanenti, tra i quali è senz’altro ricompreso il cd. “colpo di frusta”.
Molto spesso capita di parlare con chi racconta di aver ottenuto dalla Compagnia di assicurazione delle cifre molto alte per danni alla salute pressochè inesistenti, o quasi.
Proprio ieri, ho sentito un signore che diceva di essere stato seguito da una Agenzia infortunistica del luogo e di aver ottenuto un indennizzo di 7.000 euro per un semplicissimo colpo di frusta; tale affermazione non può corrispondere a verità. Difatti, e non è un mistero, molte persone sono disposte a diffondere informazioni inesatte, vuoi per il piacere di apparire migliori rispetto alle altre, vuoi per altre ragioni che ognuno di noi è liberissimo di immaginare!! Sta di fatto che con questo “metodo” vengono divulgate delle notizie false e fuorvianti; ne consuegue un’ovvia disinformazione.
La distorsione al rachide cervicale, meglio conosciuta come colpo di frusta, è considerata una leggera lesione alla salute fisica, ricompresa tra gli 0 e i 2 punti percentuali delle Tabelle nazionali dei danni micropermanenti (solo in casi eccezionali si può superare detta soglia, ma non è facile che accada!). I predetti punti hanno un determinato valore a seconda dell’età della persona infortunata (esempio: 1 punto percentuale in una bambino di 10 anni attualmente ha un valore di € 759,04, in un uomo di 30 anni lo stesso punto oggigiorno vale € 683,14).
Tutto ciò premesso risulterà più semplice ipotizzare la cifra che si può ottenere a titolo di risarcimento qualora dovessimo subire un danno alla salute di piccola entità.
Ed invero, se io oggi, all’età di 30 anni, dovessi subire un incidente stradale e dovessi lamentare il famoso “colpo di frusta” guaribile in una sessantina di giorni, al massimo potrei ambire ad una cifra ricompresa tra i 2.000 euro e, nei casi più gravi (si fa per dire), i 4.000 euro, oltre al pagamento delle spese mediche sostenute e ritenute congrue dal medico legale.
Non dimentichiamoci che tutti i Tribunali si sono allineati nel riconoscere al “colpo di frusta” un valore difficilmente superiore ai 2 punti percentuale delle tabelle di cui si diceva prima e che potete consultare al seguente indirizzo: http://www.altalex.com/index.php?idnot=3970.
Non pensiate di poter ottenere anche il danno morale per una distorsione al rachide cervicale; non si liquida più da diverso tempo.
Insomma, l’invito è quello di non credere minimamente a tutti coloro che raccontano frottole col solo scopo di orientare la clientela. Se qualcuno vi dovesse raccontare di un amico che per un colpo di frusta ha ottenuto un risarcimento di 7.000 euro o è un’enorme menzogna, oppure quell’amico ha subito, oltre alla distorsione del rachide cervicale, anche altre lesioni.
Diffidate sempre di chi vi promette risulati fuori da ogni logica; la conseguenza è di rimanere profondamente delusi.
Sono ormai diciassette anni (1999 – 2016) che lavoro in questo settore, e tale esperienza mi permette di affermare che tanti, forse troppi, sono coloro che amano illudere la gente con promesse che poi non potranno essere mantenute.

danno biologico: arriva la Tabella nazionale

Danno biologico: arriva la tabella unica nazionale che, però, taglia i risarcimenti di molti punti percentuali rispetto alle ben note tabelle dell’Osservatorio per la giustizia civile di Milano.
Difatti, anche se una recente pronuncia della Corte di cassazione (vedi articolo del 3 agosto 2011) aveva individuato le tabelle di Milano come criterio di riferimento principe da seguire per la liquidazione del danno, il Consiglio dei Ministri ha nei giorni scorsi “ideato” lo schema di regolamento che prevede l’introduzione della cd. TABELLA NAZIONALE per lesioni macropermanenti (cioè comprese tra i 10 e i 100 punti %).
Va detto che la sua adozione dovrà avvenire su tutto il contenzioso, anche nei procedimenti pendenti.
L’impatto che questo provvedimento avrà sul sistema di liquidazione dei danni psicofisici subiti sarà senz’altro quello di ridurre drasticamente gli importi risarcitori.
Se è vero, infatti, che il criterio di liquidazione messo a punto dall’Osservatorio civile meneghino è, ad oggi, il “parametro equitativo di maggior uniformità economica adottato dai Tribunali dello Stato” (Corte di Cassazione, sentenza n. 15373 del 13 luglio 2011), è altrettanto vero che l’introduzione della predetta Tabella nazionale ridurrà anche del 50% il valore tabellare milanese!
Insomma, se oggi un danno alla salute psicofisica dovesse essere risarcito con una somma pari ad € 200.000, è molto probabile che un domani, con l’introduzione dell’indice unico ministeriale, lo stesso danno verrà risarcito con una somma pari o inferiore ai 100.000 €.
L’abbattimento della liquidazione (per effetto del valore ministeriale) si aggirerà mediamente tra il 40 ed il 50 per cento di quanto liquidato nei tribunali dello Stato.

liquidazione del danno morale in proporzione al danno biologico

Con la sentenza n. 15373 del 13 luglio la Corte di Cassazione ribadisce il principio dell’unitarietà del danno non patrimoniale, che deve essere liquidato evitando duplicazioni risarcitorie, e aggiunge che il danno morale può essere calcolato in proporzione a quello biologico.
Il caso oggetto della sentenza della Suprema Corte riguarda una donna che è stata investita mentre viaggiava con il figlio piccolo a bordo della sua bicicletta. La donna, che subì danni fisici, chiese il loro risarcimento, e lo ottenne. Il Tribunale e la Corte d’Appello, infatti, condannarono proprietario e guidatore della vettura responsabile dell’incidente stradale. Tuttavia, alla vittima la liquidazione apparve inadeguata, incongrua, tanto che decise di ricorrere in Cassazione.
In buona sostanza, il ricorso atteneva alla liquidazione delle singole voci di danno, senza però trovare il favore della Suprema Corte che, nel far propri principi di diritto oramai assodati, decide di rigettarlo.
Il Collegio ha preliminarmente chiarito che non è ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria di danno esistenziale. Difatti, per poter sussistere questa forma di danno è richiesto che l’illecito abbia sconvolto la vita della vittima nella sua quotidianità. Nel caso specifico tale stravolgimento non fu ravvisato in nessuno dei gradi di giudizio.
Con altro motivo di ricorso, il legale della vittima censurò la sentenza della Corte d’Appello per aver liquidato il danno morale come frazione del biologico.
Anche sul punto, la Cassazione ha confermato la valutazione del Tribunale. Infatti, i giudici non hanno affermato che il danno all’integrità morale costituisce una frazione del danno biologico, ma hanno semplicemente confermato la correttezza della liquidazione che era già stata decisa . Il danno morale, insomma, è stato calcolato sulla base della comparazione con la misura del risarcimento del danno biologico. E si tratta di operazione lecita: il danno morale, infatti, può essere liquidato in proporzione a quello biologico.
Infine, per la Suprema Corte il danno non patrimoniale è categoria unitaria ed omnicomprensiva.
Nella sua liquidazione il giudice deve tenere conto «di tutti i pregiudizi concretamente subiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici».
Ebbene, è inammissibile, perché costituirebbe appunto una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali del risarcimento sia per il danno biologico sia per il danno morale, inteso come sofferenza psichica, il quale costituisce una componente del primo, «come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale».