Archivio della categoria: diritto civile

Danno da emotrasfusione

Negli ultimi quindici anni si è registrato un notevole incremento del contenzioso civile in materia di risarcimento danni per ipotesi di contagio da emotrasfusione, per lo più dipeso dall’importazione di emoderivati e plasma da Paesi esteri “a rischio”. Una pratica, quest’ultima, diffusa soprattutto tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni novanta. Oggi come oggi, va detto, certe problematiche sono tutt’altro che frequenti. Da oltre dieci anni, infatti, non si registrano nel nostro Paese nuovi casi di contagio da sangue infetto.

In percentuale maggiore, il contagio post-trasfusionale ha coinvolto persone con patologie congenite, e quindi costrette a sottoporsi, periodicamente, ad emotrasfusioni ed alla assunzione di emoderivati. Tuttavia, non sono mancati i casi di contagio da trasfusioni soltanto episodiche, come in occasione di un intervento chirurgico.

Statisticamente, è provato che le cause risarcitorie intentate nel corso degli anni, e quelle che ancora vengono incardinate per fatti che possono essere accaduti anche venti, trenta, quaranta o cinquantanni fa, riguardino soprattutto il contagio da HBV, HCV e HIV.

In ipotesi di infezione causata da emotrasfusioni si può far riferimento a più soggetti responsabili, con l’ovvia conseguenza che il danneggiato può agire, ad esempio, contro il Ministero della salute, o anche avverso la struttura sanitaria presso la quale è stata eseguita la trasfusione.

Risale al novembre 1998 l’importantissima pronuncia con la quale il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero della salute per danni patrimoniali e non patrimoniali patiti da quasi quattrocento persone contagiate -negli anni settanta ed ottanta- dai virus HIV e dell’epatite B e C, in conseguenza di trasfusioni e della assunzione di farmaci emoderivati infetti. In questa sentenza, per la prima volta, è stata riconosciuta la responsabilità del Dicastero per omessa vigilanza e controllo sulla attività di importazione, distribuzione e commercializzazione di farmaci emoderivati, come prescritto dalla L. 592/1967, dal D.P.R. 1256/1971, dalla L. 833/1978, dal D.L. 443/1987 e dalla L. 107/1990.

Ad ogni modo, è importante valutare attentamente se sia più conveniente, per il danneggiato, agire contro il Ministero o contro la struttura sanitaria (o contro entrambi), essendo pacifica la responsabilità extracontrattuale del primo e quella contrattuale della seconda. Giusto per fare un singolo esempio, l’azione contro il Ministero si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito può essere fatto valere, mentre quella contro la struttura sanitaria in dieci anni. Tuttavia, nel concreto è spesso complesso stabilire da quando inizi a decorrere la prescrizione, ovvero il momento in cui sia conoscibile la causa del contagio. Anche gli oneri probatori in capo al danneggiato sono diversi a seconda che si agisca contro il Ministero o contro la struttura sanitaria.

Insomma, come si può intuire, ottenere un risarcimento in sede giudiziaria per un contagio avvenuto molti anni addietro -quando certi virus dovevano essere ancora scoperti- non è cosa impossibile, ma richiede senz’altro un attento e laborioso studio della vicenda.

Investimento del pedone ubriaco e drogato. Addio al 75% del risarcimento

Spesso si sente dire che il ciclista ed il pedone hanno sempre ragione! In realtà, questo concetto è profondamente sbagliato, soprattutto se si considera che tutti, ma veramente tutti, gli utenti della strada sono tenuti a rispettare le regole del Codice.

Un fulgido esempio di quanto detto è rappresentato dalla recente ordinanza della Corte di Cassazione, sez. VI Civile – n. 29254/18; depositata il 14 novembre, con la quale gli “ermellini” hanno confermato le osservazioni già espresse in primo grado dal Tribunale di Foggia (sez. distaccata di Cerignola) ed in secondo grado dalla Corte d’Appello di Bari, secondo le quali la richiesta di risarcimento presentata da un pedone vittima di un investimento andava accolta,  ma allo stesso tempo la cifra dovuta a titolo risarcitorio andava ridotta del 75% perché egli aveva evidentemente concorso alla realizzazione del proprio danno. Nello specifico, dai rilievi delle Forze dell’Ordine intervenute il giorno del sinistro è emerso che il pedone aveva l’alito vinoso, ha attraversato la strada con andamento barcollante e, poco prima dell’incidente, aveva fatto uso di sostanze stupefacenti.  Da non trascurare, continua la Suprema Corte, che «la vittima stava attraversando una strada provinciale priva di illuminazione artificiale e in ora buia» e quindi «doveva usare la massima prudenza, che evidentemente non era stata osservata, proprio in condizione della sua situazione di ubriachezza»

Insomma, la Corte ci insegna che non basta essere un pedone per aver ragione in un incidente stradale. Se non vengono rispettate le cd. norme comportamentali, al passante può essere contestato un concorso di colpa per aver contribuito alla realizzazione del sinistro nel quale è rimasto coinvolto, e quindi del danno dallo stesso patito.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 29254/18; depositata il 14 novembre)

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Danno morale e personalizzazione del danno: tra prove ed automatismi

L’Osservatorio sul danno alla persona 2016 ci conferma ancora una volta come il settore della responsabilità civile sia soggetto a perduranti e forse insuperabili incertezze.

Difatti, dovendo esaminare la liquidazione del danno biologico in giro per l’Italia ci si può rendere conto che casi del tutto simili tra loro possono essere decisi in maniera diversa. Mi spiego meglio.

Con le  cd. sentenze di San Martino del 2008, la Suprema Corte a SSUU introdusse l’unitarietà ed onnicomprensività del risarcimento e la personalizzazione del danno secondo le prove fornite.

Purtroppo, però, all’indomani di detti arresti giurisprudenziali è mancato l’aggancio della prospettiva risarcitoria a parametri (anche normativi) condivisi e giustificati. Proprio per tale ragione, quindi, si possono leggere sentenze di merito in cui i Giudici, nel liquidare il danno biologico, escludono espressamente la presenza di una sua personalizzazione ai sensi dell’art. 139 c. 3 del CdA, poichè quest’ultima non è stata oggetto di un autonomo accertamento, ed altre in cui, per via della gravità delle lesioni e della giovane età del danneggiato, la personalizzazione è stata riconosciuta su base presuntiva.

Nonostante le spinte evolutive, quindi, ci troviamo ancora di fronte ad uno scenario di disomogenea interpretazione ed applicazione dei principi dettati dalla Cassazione.

Insomma, da un lato si ha che il compito del Giudice è senz’altro quello di accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato e provvedere alla sua integrale riparazione, e dall’altro non pare ancora bandita ogni prassi di automaticità nel riconoscimento del c.d. danno morale soggettivo e della personalizzazione del danno biologico.

In conclusione, si ritiene che l’orientamento  più condivisibile sia proprio quello maggioritario, che non esclude la liquidazione del danno morale e della personalizzazione (anche nelle lesioni micro-permanenti) a patto che sia dimostrata: nel primo caso, una vera e propria afflizione psicologica associata ad un autentico patema d’animo, entrambi connessi a peculiari situazioni contingenti, quali la sottoposizione ad intervento chirurgico, la degenza ospedaliera e la sede delle lesioni (Trib. Lucca n. 239/2014); nel secondo caso, la ridotta capacità di espressione della propria personalità e della vita di relazione, nonché di estrinsecazione delle attività di tutti i giorni.

 

Società di persone e assenza del socio infortunato da incidente stradale: azione risarcitoria

In ordine a tale argomento conviene richiamare due principi ben consolidati:

  • Colui che procura delle lesioni personali al lavoratore, che abbia perciò subito una invalidità temporanea lavorativa assoluta, è tenuto a risarcire il datore di lavoro per la mancata utilizzazione dipendente;
  • Il risarcimento corrisponde all’esborso delle somme pagate al lavoratore -durante il periodo di inabilità temporanea assoluta- a titolo retributivo e contributivo, salva la risarcibilità dell’ulteriore pregiudizio patrimoniale eventualmente subìto dal datore di lavoro nella ipotesi di comprovata necessità di sostituzione del dipendente impedito con manodopera estranea all’azienda.

Resta ora da chiedersi: tali principi possano trovare applicazione se il lavoro viene prestato per una Società di persone da un socio?

La risposta è affermativa sia quando il socio è inquadrato come lavoratore subordinato (il rapporto di lavoro subordinato tra la società ed uno dei soci è infatti giuridicamente possibile a determinate condizioni), sia quando la sua attività lavorativa integri un conferimento previsto dal contratto sociale.

Prendiamo ad esempio proprio quest’ultimo caso, e poniamo che il socio partecipi solo agli utili societari e non abbia diritto ad una retribuzione. In questa situazione, alla Società dovrà essere risarcito il danno derivante dalla diminuzione degli utili a causa del  mancato apporto lavorativo del socio, sempreché detta diminuzione non sia assorbita dalla diminuzione della quota degli utili corrisposti al socio danneggiato

Alla luce di quanto detto finora, risulterà abbastanza chiaro che la società danneggiata  dalla perdita di lavoro del socio è da considerarsi un soggetto legittimato ad agire in giudizio contro il responsabile del sinistro stradale e/o dell’assicuratore della RCA.

In conclusione va precisato che il danno alla società non può essere considerato presuntivamente dimostrato sulla base del solo elemento del mancato apporto lavorativo del socio.

Se la prova dovesse essere formata solo da presunzioni, come può avvenire nella fattispecie in esame, è demandato al giudice il compito di valutare l’idoneità degli elementi presuntivi. Si osserva, in proposito, che la liquidazione equitativa del danno ha per presupposto che questo sia certo nella sua esistenza, ancorché non provato nel suo preciso ammontare; in caso contrario (actore non probante reus absolvitur), la liquidazione non ha modo di estrinsecarsi.

 

Responsabilità degli insegnanti

In tema di responsabilità civile dei maestri e dei precettori, per superare la presunzione di responsabilità, ex art. 2048 c.c., non è sufficiente la sola dimostrazione di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo dopo l’inizio della serie causale sfociante nella produzione del danno, ma è necessario anche dimostrare di aver adottato, in via preventiva, tutte le misure disciplinari e organizzative idonee ad evitare il sorgere di una situazione di pericolo favorevole al determinarsi di detta serie causale.

http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=12644

 

La responsabilità (contrattuale) della scuola per danno da autolesione dell’alunno.

Principio consolidato della Corte di Cassazione è quello per cui, in caso di danno cagionato dall’alunno a sé stesso, la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante ha natura contrattuale. Quindi, sorge l’obbligo di vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità dell’alunno nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni.

Tra insegnate e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico nell’ambito del quale il primo assume anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l’alunno si procuri da solo un danno alla persona» (così Cass. Sez. Unite 27/06/2002 n. 9346).
Da ciò, consequenzialmente, deriva l’applicabilità del regime probatorio di cui all’art. 1218 c.c., in virtù del quale al danneggiato è imposto solo di provare che l’evento dannoso si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, mentre incombe sulla scuola l’onere di dimostrare che l’evento sia stato determinato da una causa non imputabile né alla scuola né all’insegnate.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 3695/2016; depositata il 25 febbraio

tombino fuori dalla pista di atletica: il danno lo paga il Comune

Un amante  dell’atletica, nonostante la disponibilità della pista dello Stadio Comunale, decide di correre ed allenarsi all’esterno delle corsie numerate. Purtroppo, però, a causa di un tombino nascosto, lo sportivo inciampa e cade a terra, procurandosi diverse lesioni. L’uomo, assolutamente convinto della responsabilità del Comune (proprietario dell’impianto), decide di agire in giudizio per ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti. Tuttavia, sia il Tribunale sia la Corte d’Appello reputano pretestuosa la domanda, ritenendo che l’atleta poteva evitare di allenarsi all’esterno della pista, in quanto pienamente consapevole dello stato dei luoghi. Tale visione, però, è fatta a pezzi dai giudici della Suprema Corte di Cassazione (Cass., ord. n. 4659/2014, Sesta Sezione Civile), per i quali «il luogo dell’incidente, pur esterno alle corsie numerate, era normalmente utilizzato per correre, in assenza di segnaletica che ne impedisse l’uso e di disposizioni orali da parte dei custodi». Ciò conduce a ritenere che lo spazio, utilizzato dalla donna per fare jogging, fosse «predisposto per la corsa», come dimostrato dall’assenza di «divieti» ad hoc e dalla constatazione che esso «era ricoperto dello stesso materiale» – tartan – utilizzato «per le corsie adibite all’allenamento».

La possibilità di vivere più a lungo è un bene risarcibile

Solo qualche giorno fa, il 27 marzo 2014, è stata depositata  un’importante sentenza in tema di risarcimento da responsabilità medica, pronunciata dai Giudici della sezione III della Suprema Corte di Cassazione:

“..In tema di responsabilità medica, dà luogo a danno risarcibile l’errata esecuzione di un intervento chirurgico praticabile per rallentare l’esito certamente infausto di una malattia, che abbia comportato la perdita per il paziente della chance di vivere per un periodo di tempo più lungo rispetto a quello poi effettivamente vissuto. In tale eventualità, le possibilità di sopravvivenza, misurate in astratto secondo criteri percentuali, rilevano ai fini della liquidazione equitativa del danno, che dovrà altresì tenere conto dello scarto temporale tra la durata della sopravvivenza effettiva e quella della sopravvivenza possibile in caso di intervento chirurgico corretto”.

Cade davanti a casa perchè il cantiere non è interdetto alla circolazione: paga l’appaltatore ed il Comune

Cade davanti al portone di casa per via di alcuni lavori al manto stradale.

Il cantiere non è messo in sicurezza in quanto non è delimitato in modo tale da impedire la circolazione, quindi la responsabilità per omessa custodia grava anche sul Comune.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 maggio – 25 giugno 2013, n. 15882
Presidente Spirito – Relatore Cirillo

Svolgimento del processo

1. V..C. conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Perugia, il Comune di Todi e la società Colle di Todi a r.l. chiedendo che fossero condannati in solido a risarcirle i danni conseguenti ad una caduta verificatasi all’uscita della propria abitazione, sita a (OMISSIS) . Esponeva l’attrice che tale evento dannoso era stato determinato dall’esistenza di un dislivello venutosi a creare tra la porta della sua abitazione ed il fondo stradale, a causa di lavori di ristrutturazione eseguiti dalla società Colle di Todi che avevano comportato la rimozione della pavimentazione esistente.
Si costituivano entrambi i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda; il Comune di Todi chiedeva di poter chiamare in causa la Regione Umbria, la quale si costituiva eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva.
Il Tribunale, con sentenza del 12 dicembre 2002, accoglieva la domanda nei confronti del Comune di Todi e della società Colle di Todi a r.l., che condannava al pagamento della somma di Euro 33.707,22, riconoscendo un concorso di colpa della C. nella misura del 15 per cento.
2. Avverso tale pronuncia proponeva appello il Comune di Todi cui si affiancava quello della società Colle di Todi, mentre la Regione Umbria e V..C. chiedevano la conferma dell’impugnata sentenza.
La Corte d’appello di Perugia, con sentenza del 15 dicembre 2006, rigettava l’appello, confermava la sentenza impugnata e condannava il Comune di Todi al pagamento delle ulteriori spese del grado nei confronti della C. e della Regione Umbria.
Osservava la Corte territoriale, per quanto ancora interessa in questa sede, che il fatto che il Comune avesse affidato lo svolgimento dei lavori ad una società esterna non faceva venire meno il suo potere-dovere di vigilanza, che costituisce conseguenza del diritto di proprietà sul bene pubblico. Né risultava che l’affidamento dei lavori avesse determinato un qualche temporaneo affievolimento delle prerogative essenziali del diritto di proprietà.
La conservazione necessaria, in capo al Comune, dei poteri autoritativi sul bene – ivi compresi quelli di cui all’art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 – rendeva impossibile ipotizzare che fossero venuti meno gli obblighi di custodia; obblighi che, del resto, non possono essere dismessi “a piacimento”, sicché il sopravvenire di una concorrente responsabilità di altro soggetto “si somma ai doveri dell’ente senza eliderli in alcun modo”.
Quanto all’art. 2051 cod. civ., poi, la Corte perugina rilevava che il venire meno dell’obbligo di custodia potrebbe ipotizzarsi solo in presenza di beni pubblici che, a causa della loro estensione o configurazione, rendano in effetti impossibile un controllo; circostanza, questa, che non ricorreva nel caso di specie, perché i lavori di rifacimento della pavimentazione stradale riguardavano “luoghi estesi della città, ma determinati e non enormi”.
In riferimento all’attribuzione della responsabilità, in tutto o in parte, alla C. , il giudice d’appello poneva in evidenza che la ricostruzione del fatto induceva ad escludere che l’evento dannoso potesse essere ricondotto a responsabilità unica dell’appellata. Costei, infatti, settantanovenne all’epoca dei fatti, si era trovata a dover fare “una specie di salto in basso di circa 60 centimetri” senza alcun appoggio, anche perché il portone della sua abitazione era rimasto privo della necessaria passerella; sicché l’attribuzione a suo carico di un 15 per cento di responsabilità appariva addirittura criticabile per eccessiva severità.
3. Avverso la sentenza della Corte d’appello di Perugia propone ricorso il Comune di Todi, con atto affidato a cinque motivi.
Resistono con separati controricorsi la società Colle di Todi e la Regione Umbria.
Il Comune di Todi e la società Colle di Todi hanno presentato memoria.

Motivi della decisione

1.1. Col primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 5), cod. proc. civ., omessa o insufficiente motivazione circa la natura, la tipologia, l’entità e l’estensione dei lavori relativi al Comune di Todi.
Rileva il ricorrente che era stata commissionata alla società cooperativa Colle di Todi l’esecuzione di una serie talmente imponente di lavori che si trattava della costruzione di una nuova opera e non della modifica di quella precedente, sicché non era ipotizzabile l’esistenza di un obbligo di custodia. A norma dell’art. 28 della Convenzione, infatti, il Comune di Todi si era spogliato della custodia, essendo la medesima affidata alla società appaltatrice dei lavori, la quale si era impegnata alla manutenzione fino alla formale consegna delle opere realizzate.
1.2. Premesso che la censura, posta in termini di vizio di motivazione, manca del necessario momento di sintesi trattandosi di ricorso soggetto, ratione temporis, alla disposizione di cui all’art. 366-bis cod. proc. civ. – essa si risolve, in sostanza, in una critica all’operato della Corte d’appello in ordine all’interpretazione dell’art. 28 della convenzione intercorsa tra la Regione Umbria e la società Colle di Todi. Ora, anche volendo trascurare il dato formale per il quale una simile censura avrebbe dovuto essere posta come violazione di legge e, specificamente, come violazione delle regole in tema di ermeneutica contrattuale, resta il fatto decisivo che, ove anche fosse esatto il rilievo per il quale alla società appaltatrice era stata commissionata la costruzione di una nuova opera, ciò comunque non si tradurrebbe, di per sé, nell’automatico venire meno dell’obbligo di custodia; in conformità a quanto meglio si dirà nell’esame degli altri motivi.
2. Conviene esaminare congiuntamente, per ragioni di economia processuale, il secondo ed il quarto motivo di ricorso.
2.1. Col secondo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 del codice civile.
Osserva il ricorrente che la decisione della Corte d’appello si fonda sulla convinzione che il potere-dovere di K i custodia esistente a carico dell’ente pubblico sia una conseguenza del diritto di proprietà; nel caso specifico, invece, il Comune di Todi non poteva continuare ad esercitare l’attività di custodia, trattandosi di lavori pubblici di notevole entità in relazione ai quali la custodia della cosa era affidata alla società appaltatrice.
2.2. Col quarto motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 cod. civ., in riferimento alle leggi speciali per il risanamento del colle di Todi.
Osserva in proposito il ricorrente – richiamando la sentenza 6 luglio 2006, n. 15383, di questa Corte – che la sentenza impugnata avrebbe omesso di considerare l’esistenza di una relazione qualificata tra i beni in questione ed altri soggetti, nella specie la Regione Umbria e la società appaltatrice dei lavori. Il Consiglio comunale di Todi, con delibera del 2 marzo 1990, aveva dato atto della propria impossibilità di esercitare un’adeguata custodia dei beni assoggettati ai lavori di rinnovamento urbano; e ciò farebbe venire meno i poteri di custodia e vigilanza, perché per fattori oggettivi la cosa era stata sottratta al dominio del Comune stesso.
2.3. Entrambi i motivi, i quali pongono all’esame della Corte il problema dei limiti della responsabilità a titolo di custodia, sono privi di fondamento.
La giurisprudenza di questa Corte ha anche di recente ribadito, in conformità ad un pacifico orientamento, che la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 cod. civ., ha carattere oggettivo, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell’attore del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con il bene in custodia: una volta provate queste circostanze, il custode, per escludere la propria responsabilità, ha l’onere di provare il caso fortuito, ossia l’esistenza di un fattore estraneo che, per il suo carattere di imprevedibilità e di eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso causale (così, più di recente, le sentenze 19 maggio 2011, n. 11016, e 5 febbraio 2013, n. 2660). D’altra parte, il rapporto di custodia è stato identificato come una relazione di fatto tra il soggetto e la cosa che sia tale da consentirne il “potere di governo”, ossia la possibilità di esercitare un controllo tale da eliminare le situazioni di pericolo insorte e da escludere i terzi dal contatto con la cosa (sentenza 12 luglio 2006, n. 15779), ove essa sia fonte di pericolo.
Nonostante il carattere oggettivo di tale responsabilità, la quale è esclusa soltanto dalla prova del caso fortuito, la giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto che il comportamento colposo del danneggiato può – secondo un ordine crescente di gravità – atteggiarsi come concorso causale colposo, valutabile ai sensi dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., ovvero addirittura giungere ad escludere del tutto la responsabilità del custode (v. sentenza n. 15779 del 2006 cit.)- Si è detto, infatti, che il dovere di segnalare il pericolo, che costituisce normale obbligo gravante sul custode, si arresta in presenza di un uso improprio, anomalo e del tutto imprevedibile della cosa, la cui pericolosità sia talmente evidente da integrare essa stessa gli estremi del caso fortuito (v. la sentenza 19 febbraio 2008, n. 4279, nonché la sentenza 4 dicembre 2012, n. 21727).
In relazione al problema specifico dell’obbligo di custodia connesso all’esistenza di un cantiere stradale, questa Corte ha affermato che, qualora l’area di cantiere risulti completamente enucleata, delimitata ed affidata all’esclusiva custodia dell’appaltatore, con conseguente assoluto divieto su di essa del traffico veicolare e pedonale, dei danni subiti all’interno di questa area risponde esclusivamente l’appaltatore, che ne è l’unico custode. Allorquando, invece, l’area su cui vengono eseguiti i lavori e insiste il cantiere risulti ancora adibita al traffico e, quindi, utilizzata a fini di circolazione, questa situazione dimostra la conservazione della custodia da parte dell’ente titolare della strada, sia pure insieme all’appaltatore, sicché la responsabilità ai sensi dell’art. 2051 cod. civ. sussiste sia a carico dell’appaltatore che dell’ente (sentenze 6 luglio 2006, n. 15383, 16 maggio 2008, n. 12425, e 23 luglio 2012, n. 12811).
2.4. Alle citate pronunce si intende dare continuità.
Nella specie, è indubbio che l’area interessata dai lavori stradali non era interdetta al pubblico, tanto che la C. ha patito l’incidente per cui è causa uscendo dalla propria abitazione. Correttamente, pertanto, la Corte d’appello è pervenuta alla conclusione della persistenza dell’obbligo di custodia a carico anche del Comune di Todi, in solido con la società appaltatrice, non essendo stata fornita alcuna prova dell’esistenza di ragioni oggettive che avrebbero dovuto escludere la responsabilità del Comune; né va trascurato che è stato riconosciuto un concorso di colpa anche a carico della C. .
Il quadro non muta in base alle leggi speciali – citate nel quarto motivo di ricorso – relative al risanamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi; esse, infatti, non prevedono alcun esonero di responsabilità dei Comuni interessati, ma soltanto un obbligo di attivazione da parte della Regione Umbria per l’esecuzione dei progetti necessari al fine di evitare i movimenti franosi e di sollecitare il pieno recupero delle due zone, di particolare rilievo artistico ed ambientale (si vedano, ad esempio, l’art. 2 della legge 25 maggio 1978, n. 230, e l’art. 2 della legge 12 giugno 1984, n. 227).
3.1. Col terzo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 54 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
Rileva il ricorrente, in proposito, che sarebbe errata l’affermazione della Corte di merito secondo cui il Comune di Todi conservava intatti i propri poteri di custodia, ivi compresa la possibilità di emanare provvedimenti di urgenza in base al citato art. 54. Quest’ultimo, infatti, è entrato in vigore dopo i fatti di causa, che risalgono al 1992, per cui non poteva certamente essere applicato al caso in esame.
3.2. Il motivo non è fondato.
La previsione dell’art. 54, comma 4, sopra citato disposizione che riconosce al sindaco il potere di adottare provvedimenti contingibili e urgenti, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, a tutela dell’incolumità pubblica e della sicurezza urbana – non è che la sostanziale trasposizione dell’art. 38, comma 2, della legge 8 giugno 1990, n. 142, vigente all’epoca dei fatti di causa (norma la quale, a sua volta, affonda le proprie radici in altre assai più risalenti nel tempo); ma comunque, anche a prescindere da tale dato formale, resta che il richiamo a detta disposizione non è che una argomentazione di contorno, nell’economia della decisione impugnata, al fine di dimostrare la persistenza di poteri organizzativi e di custodia a carico del Comune di Todi.
4.1. Col quinto motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 cod. civ., oltre ad errata ed insufficiente valutazione del fatto del danneggiato ai fini della sussistenza del nesso di causalità e del caso fortuito.
Rileva il Comune ricorrente che dall’istruttoria svolta era emerso che la danneggiata C. conosceva molto bene lo stato dei luoghi ed era pienamente in grado di notare l’esistenza di un dislivello di circa 60 centimetri, sicché l’evento dannoso era da ricondurre a responsabilità esclusiva della stessa vittima e, eventualmente, a concorrente responsabilità della società Colle di Todi appaltatrice dei lavori, poiché alla stessa andava addebitata la mancata posa in opera delle necessarie passerelle.
4.2. Anche questo motivo non è fondato.
In relazione al punto della sussistenza di una responsabilità esclusiva della società appaltatrice, è sufficiente richiamare quanto si è detto a proposito del secondo e del quarto motivo.
Per quanto riguarda, invece, il riparto delle responsabilità, si osserva che la Corte d’appello ha motivato, con pienezza di argomenti ed in modo ineccepibile, ricostruendo la dinamica dell’incidente e lasciando chiaramente intuire che l’attribuzione alla C. di un concorso di colpa nella misura del 15 per cento poteva, semmai, apparire troppo severo nei confronti della medesima. Il che è del tutto condivisibile se si considera che, nel caso in esame, la C. si era trovata, uscendo dalla propria abitazione, a dover sopportare un salto di circa 60 centimetri, senza l’ausilio di alcuna passerella.
Il motivo si risolve, pertanto, nel tentativo di sollecitare questa Corte ad un nuovo e non consentito esame delle prove esistenti, al fine di conseguire un risultato processuale più favorevole.
5. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
A tale esito segue la condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in conformità ai soli parametri introdotti dal decreto ministeriale 20 luglio 2012, n. 140, sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 4.500, di cui Euro 200 per spese, oltre accessori di legge.

Il danno non patrimoniale è indipendente dall’esistenza del reato

Con la sentenza del 30 aprile – 3 luglio 2013  n. 16612 la I° sezione civile della Corte di Cassazione ha ribadito che
il danno non patrimoniale, attinente alla personalità e alla dignità della persona, è indipendente dall’esistenza del reato.

Se ne consiglia la lettura:

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 30 aprile – 3 luglio 2013, n. 16612
Presidente Salmè – Relatore Dogliotti

Svolgimento del processo

Con atto di citazione, notificato in data 5-1-1996, P.E. conveniva in giudizio davanti il Tribunale di Lecce la Banca Tamborrino Sangiovanni, di cui era correntista, nonché fideiussore per una società, pure correntista, per sentir condannare la banca alla corresponsione dell’importo di un assegno, tratto sul suo conto corrente per L. 16.000.000 – (che la banca stessa non aveva pagato, avendo unilateralmente effettuato una compensazione del saldo attivo del predetto conto corrente con il credito da essa vantato nei confronti della società garantita), nonché al risarcimento dei danni relativi. Costituitosi il contraddittorio, il Credito Emiliano S.p.A., successore, chiedeva il rigetto della domanda.
Il Tribunale di Lecce, con sentenza in data 15-4-2003, dichiarava illegittimo il rifiuto di pagamento dell’assegno da parte della banca, e la condannava alla corresponsione dell’importo dell’assegno stesso, escludendo peraltro ogni risarcimento.
Proponeva appello il P. . Costituitosi il contraddittorio, il Credito Emiliano s.p.a. ne chiedeva il rigetto, e in via di appello incidentale, chiedeva la riforma della sentenza di primo grado, là dove esso era rimasto soccombente. La Corte d’Appello di Lecce, con sentenza 18-2-/19-10-2005, rigettava l’appello principale e dichiarava inammissibile per tardività quello incidentale.

Ricorre per cassazione il P..
Resiste, con controricorso, il Credito Emiliano S.p.A..

Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione dell’art. 112 c.p.c. nonché vizio di motivazione, in quanto la Corte d’Appello, pur avendo dichiarato inammissibile per tardività l’appello incidentale, aveva “tradito” la sua stessa pronuncia, sostenendo il comportamento pienamente legittimo della banca e traendone indebite conseguenze circa l’esclusione del risarcimento del danno. Con il secondo, violazione dell’art. 1253, 1243 e 1936 c.c. nonché vizio di motivazione, sostenendo la mancanza, al momento della compensazione, di una valida costituzione in mora. Con il terzo, violazione dell’art. 189 c.p.c. in relazione agli artt. 278, 183 e 184 c.p.c. nonché vizio di motivazione, in quanto il tribunale, che si era riservato di decidere ai sensi dell’art. 278 c.p.c., non avrebbe potuto emettere sentenza definitiva. Il primo motivo appare fondato.
Come precisa correttamente il ricorrente, la Corte, dopo aver dichiarato tardivo l’appello incidentale, ove, chiedendosi la revoca della condanna della banca alla corresponsione dell’importo dell’assegno, si intendeva affermare la legittimità del comportamento della banca stessa, ha in sostanza riesaminato tale profilo, ciò che non poteva fare, perché ormai la questione era coperta da giudicato, e ne ha tratto ulteriori conseguenze: ritenendo legittimo il comportamento della banca, in ordine all’avvenuta compensazione, ha affermato l’insussistenza del danno morale. Al contrario, il giudice d’appello avrebbe dovuto limitarsi a valutare la sussistenza di tale danno, sotto il profilo della sua effettiva consistenza e del nesso di causalità con il comportamento della banca, e non già pervenire ad escluderlo per difetto del presupposto.
Va precisato che la Corte afferma l’insussistenza del danno morale non configurandosi nel comportamento della banca il reato di appropriazione indebita, nonché del danno patrimoniale, per mancanza del nesso di causalità tra il comportamento della banca stessa e le perdite economiche ovvero il mancato guadagno del Tasca. Su tali affermazioni non vi è in sostanza contestazione da parte del ricorrente.
Rimane tuttavia una posta rilevante di danno, quello non patrimoniale, attinente alla personalità e alla dignità della persona, indipendentemente dall’esistenza di reato. Come si è detto, la Corte di merito non esamina tale profilo di danno, limitandosi ad insistere sulla legittimità del comportamento della banca, ciò che essa, come si è detto, non poteva fare. All’accoglimento del primo motivo consegue l’assorbimento del secondo.
Quanto al terzo motivo, esso va dichiarato inammissibile. E infatti sulla carenza di interesse, come affermata dal giudice d’appello (per il quale nessun pregiudizio era derivato all’odierno ricorrente dalla sentenza definitiva in primo grado, indipendentemente dalla legittimità di essa, posto che la richiesta prova testimoniale, dedotta dal P. , e implicitamente disattesa dal Tribunale, nulla avrebbe aggiunto riguardo al danno e al relativo nesso causale) non vi è alcuna argomentazione o contestazione da parte dell’odierno ricorrente.
Va pertanto accolto, nei termini di cui in motivazione, il ricorso, cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello di Lecce, in diversa composizione, che dovrà attenersi a quanto sopra indicato, e in particolare valutare, sulla base dell’illegittimo comportamento della banca, l’eventuale sussistenza del danno, determinandone l’ammontare. La Corte d’Appello si pronuncerà altresì sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata nei termini di cui in motivazione, e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Lecce, in diversa composizione.

Risarcimento diretto: chi devo citare in giudizio?

Molti ritengono doveroso, in osservanza all’art 149 c. 6 del Codice delle Assicurazioni private, rivolgersi giudizialmente alla propria Compagnia assicuratrice al fine di ottenere il risarcimento del danno subito. Orbene, è vero che l’interpretazione letterale di detto articolo potrebbe indurre a configurare un tale obbligo senza alternative, tuttavia, la Corte Costituzionale ha totalmente ribaltato questa lettura con la sentenza 10-19 Giugno 2009 n. 180. Difatti, con tale pronuncia  la Consulta ha precisato che la norma stabilisce una facultas agendi a favore del soggetto danneggiato, il quale non deve necessariamente agire contro la propria assicuratrice, ma può benissimo citare (azione tradizionale) la Compagnia del responsabile civile (controparte nell’incidente).

Quindi, nella fase stragiudiziale, il danneggiato può tentare di ottenere il risarcimento dalla propria Assicurazione, tuttavia, se non dovesse riuscire a raggiungere un accordo, non gli è preclusa la possibiltà di esercitare l’azione (incardinare la causa) contro il responsabile civile (la controparte nell’incidente) e la sua impresa assicuratrice.

La prescrizione del diritto al risarcimento dei danni da circolazione stradale e la mancata querela

Poichè mi sono pervenute molte domande su questo argomento ritengo opportuno segnalare che, con la sentenza n. 27337 del 18.11.2008, le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno stabilito che “nel caso in cui l’illecito civile sia considerato dalla legge come reato, ma il giudizio penale non sia stato promosso, anche se per mancata presentazione della querela, l’eventuale più lunga prescrizione prevista per il reato si applica anche all’azione di risarcimento, a condizione che il Giudice civile accerti, incidenter tantum, la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi ed oggettivi, e la prescrizione stessa decorre dalla data del fatto”.

Quindi, sulla scorta di quanto letto par di capire che il Giudice debba appurare, di volta in volta, se nel caso di specie sussistano l’elemento oggettivo (condotta) e soggettivo (dolo o colpa) propri di una fattispecie di reato. Se così fosse, il danneggiato gode di un termine prescrizionale del suo diritto al risarcimento più lungo di quello previsto nei primi due commi dell’art. 2947, indipendentemente dalla presentazione o meno della querela. Insomma, non è detto che il diritto al risarcimento del danno fisico si prescriva nel termine biennale.

Ritorno del danno morale?

Il risarcimento del nuovo danno non patrimoniale sembra non aver ancora trovato un suo stabile assetto. Da alcuni anni a questa parte, infatti, la Corte di Cassazione si è spesso pronunciata sulla controversa questione relativa “all’indipendenza” o meno del danno morale rispetto al danno non patrimoniale. Ed invero, con l’introduzione del sistema risarcitorio onnicomprensivo, che ha racchiuso all’interno di un’unica voce (per l’appunto “danno non patrimoniale”) tutte le varie componenti di danno, la Suprema Corte ha più volte emesso sentenze contrastanti tra loro, alcune delle quali riconoscevano al danno morale una totale autonomia rispetto al più ampio genus del pregiudizio non patrimoniale, altre, invece, in linea con le innovazioni apportate dal nuovo criterio risarcitorio, hanno ribadito l’esigenza di individuare un’unica voce che comprendesse al suo interno il danno morale!  

Anche di recente la Corte di Cassazione è stata richiamata a decidere sull’argomento, e l’occasione si è presentata a seguito di un ricorso promosso da un medico ginecologo avverso una sentenza della Corte d’Appello di Genova che, dopo aver accertato l’errore del dottore, dal quale è derivata un’invalidità permanente totale a carico di un bambino, ha liquidato il danno biologico distintamente dal danno morale. Con tale pronuncia (C.C. sent. n. 18641 del 12 settembre 2011), quindi, resiste l’idea che il pregiudizio morale debba essere considerato separatamente quale degradazione psicofisica derivante dal trauma subito. A doverla dire tutta, questa distinzione è sempre esistita nell’ambito del risarcimento del danno parentale da perdita di un familiare. Infatti,  la giurisprudenza di merito (vale a dire le sentenze dei Tribunali) ha ritenuto, anche dopo l’introduzione del nuovo danno non patrimoniale, di non adeguarsi alle impostazioni, affermando la cumulabilità tra il danno da perdita del rapporto parentale e il danno morale, in forza della loro reciproca autonomia concettuale.   

Insomma, pare proprio che oggi il danno morale viva di vita propria, e non debba considerarsi assorbito nell’ambito del danno non patrimoniale tabellato. Oltre tutto, va fatto presente che quest’ultimo indirizzo potrebbe trovare facile applicazione se, come parrebbe (salvo entrata in vigore delle meno “convenienti” Tabelle nazionali), le Tabelle milanesi per la liquidazione del danno non patrimoniale sopra i 9 punti (macropermanente) diverranno il criterio valutativo di riferimento a livello nazionale. La ragione è data dal fatto che le Tabelle dell’Osservatorio civile di Milano sono state studiate in maniera tale già da operare al loro interno una sorta di distinzione tra danno non patrimoniale e danno morale. Difatti, ad ogni punto di danno biologico è associata una cd. “personalizzazione” del danno (vale a dire un aumento percentuale del valore economico del punto stesso) che varia a seconda della gravità di quanto riportato; insomma, le tabelle meneghine, nonostante tutto, hanno sempre offerto la possibilità di calcolare il pregiudizio morale patito.

Ad ogni modo, prima di cantar vittoria e poter affermare senza timore l’effettiva reintroduzione del danno morale quale voce distinta rispetto al danno non patrimoniale comunemente inteso dopo le sentenze gemelle del 2008 occorrerà attendere una pronuncia della Suprema Corte a Sezioni Riunite; speriamo quanto prima.

liquidazione del danno morale in proporzione al danno biologico

Con la sentenza n. 15373 del 13 luglio la Corte di Cassazione ribadisce il principio dell’unitarietà del danno non patrimoniale, che deve essere liquidato evitando duplicazioni risarcitorie, e aggiunge che il danno morale può essere calcolato in proporzione a quello biologico.
Il caso oggetto della sentenza della Suprema Corte riguarda una donna che è stata investita mentre viaggiava con il figlio piccolo a bordo della sua bicicletta. La donna, che subì danni fisici, chiese il loro risarcimento, e lo ottenne. Il Tribunale e la Corte d’Appello, infatti, condannarono proprietario e guidatore della vettura responsabile dell’incidente stradale. Tuttavia, alla vittima la liquidazione apparve inadeguata, incongrua, tanto che decise di ricorrere in Cassazione.
In buona sostanza, il ricorso atteneva alla liquidazione delle singole voci di danno, senza però trovare il favore della Suprema Corte che, nel far propri principi di diritto oramai assodati, decide di rigettarlo.
Il Collegio ha preliminarmente chiarito che non è ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria di danno esistenziale. Difatti, per poter sussistere questa forma di danno è richiesto che l’illecito abbia sconvolto la vita della vittima nella sua quotidianità. Nel caso specifico tale stravolgimento non fu ravvisato in nessuno dei gradi di giudizio.
Con altro motivo di ricorso, il legale della vittima censurò la sentenza della Corte d’Appello per aver liquidato il danno morale come frazione del biologico.
Anche sul punto, la Cassazione ha confermato la valutazione del Tribunale. Infatti, i giudici non hanno affermato che il danno all’integrità morale costituisce una frazione del danno biologico, ma hanno semplicemente confermato la correttezza della liquidazione che era già stata decisa . Il danno morale, insomma, è stato calcolato sulla base della comparazione con la misura del risarcimento del danno biologico. E si tratta di operazione lecita: il danno morale, infatti, può essere liquidato in proporzione a quello biologico.
Infine, per la Suprema Corte il danno non patrimoniale è categoria unitaria ed omnicomprensiva.
Nella sua liquidazione il giudice deve tenere conto «di tutti i pregiudizi concretamente subiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici».
Ebbene, è inammissibile, perché costituirebbe appunto una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali del risarcimento sia per il danno biologico sia per il danno morale, inteso come sofferenza psichica, il quale costituisce una componente del primo, «come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale».

Le Tabelle milanesi sono sempre più nazionali

Dopo la recente sentenza n. 12408/11, la Terza Sezione della Cassazione assesta una ulteriore spallata ai tentativi di alcuni Fori di utilizzare delle proprie tabelle per il risarcimento del danno non patrimoniale macropermanente, anziché scegliere di adottare quelle del Tribunale di Milano.
Milano come criterio di riferimento;la Corte dichiara la propria adesione al criterio adottato dalle tabelle milanesi per le lesioni macropermanenti (sopra il 9%), dopo l’intervento delle Sezioni Unite del 2008.
Le tabelle milanesi vengono giudicate come «le più idonee ad essere assunte quale criterio generale di valutazione» e pertanto ne viene caldeggiata l’adozione, anche al fine di evitare trattamenti diseguali nell’ipotesi di medesimi danni.
Le Tabelle dell’osservatorio milanese, com’è noto, rappresentano un chiaro esempio di corretta e satisfattiva interpretazione e traduzione della nuova ed unica categoria del danno non patrimoniale, introdotta con le sentenze del 2008.
E’ importante, quindi, che tutti i professionisti del settore siano a conoscenza di questo recentissimo orientamento della Suprema Corte per poter garantire al meglio gli interessi economici dei propri assistiti.

Il danno non patrimoniale dopo le Sezioni Unite del 2008

In questi ultimi anni, il Risarcimento del danno alla persona è stato oggetto di numerosi intereventi da parte della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione.
Particolarmente importanti, addirittura capaci di porre in essere un’autentica rivoluzione del criterio risarcitorio, sono le cd. Sentenze Gemelle del 2008!
Sostanzialmente, si tratta di quattro sentenze (nn.26972;26973;26974;26975) pronunciate dalla Suprema Corte di Cassazione a Sezioni Unite, e tutte depositate in data 11 novembre 2008; ciò che le ha distinte da molte altre precedenti sentenze della stessa Corte, è stata la loro capacità di innovare i criteri risarcitori del danno non patrimoniale.

Tali pronunce hanno di fatto determinato la scomparsa di alcune componenti di danno che, per tradizione, facevano parte del danno non patrimoniale; tra tutte si vedano il cd. danno biologico, morale ed esistenziale. Secondo alcuni, le predette componenti continuano comunque ad avere una loro valenza; a detta di chi scrive, non è sempre così!
Le sentenze gemelle hanno senz’altro cercato di dirimere una questione che ormai si protraeva da troppo tempo; ossia l’eliminazione o meno delle tradizionali sottovoci di danno (biologico, morale, esistenziale…). Purtroppo, proprio perchè si è trattata di una eliminazione apparente (più concettuale che pratica), il risultato è stato quello di creare una gran confusione a livello interpretativo (chi deve pagare il danno le considera scomparse, mentre chi deve ottenere il risarcimento ne chiede a pieno titolo un riconoscimento sostanziale).
Ad ogni modo, l’ambizione di chi scrive non è di certo quella di dare un proprio personale giudizio sulla bontà di dette pronunce; al contrario, ciò che si vuole offrire è un breve riassunto del loro contenuto.
Ed invero, occorre subito sottolineare l’introduzione di un’autentica limitazione risarcitoria, costituita dalla inviolabilità della lesione di un diritto costituzionale quale filtro per eliminare il risarcimento di tutti quei danni sprovvisti del requisito della oggettività (cd. Danni Bagatellari).
Per essere più chiari, il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale (al di fuori dei casi in cui esso è previsto espressamente dalla legge) sorge solo nel caso in cui esso sia conseguente alla lesione di diritti costituzionalmente garantiti come INVIOLABILI. E se il nostro danno non patrimoniale fosse conseguente alla lesione di diritti costituzionalemente garantiti, ma non assistiti dalla prerogativa della inviolabilità? Questo è senz’altro uno dei punti su cui la Giurisprudenza dovrà necessariamente fornire risposte più concrete e, se possibile, spunti illuminanti! L’auspicio è che si affermi un ampliamento della categoria “danno non patrimoniale”, comprensivo di ogni ipotesi in cui sia pregiudicato un valore inerente alla persona conseguentemente alla lesione di diritti costituzionalmente garantiti…senza richiamo ai diritti fondamentali ed inviolabili. Se così fosse, si assicurerebbe il diritto al risarcimento per tutti quei pregiudizi, anche gravi, costituiti dalla lesione di diritti garantiti dalla Costituzione, ma non assistiti dalla prerogativa della inviolabilità.
Dovendo per forza tralasciare, in questa sede, i tanti aspetti innovativi che le Sentenze gemelle hanno introdotto in materia di danno bilogico, esistenziale, morale, parentale, perdita da chance, onere della prova del danno biologico (artt. 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni private), onere della prova per gli altri pregiudizi non patrimoniali etc…mi limiterò a concludere dicendo che il criterio risarcitorio previsto dal Codice delle Assicurazioni private è stato elevato a criterio generale risarcitorio del danno non patrimoniale, e che il danno biologico (formalmente scomparso, ma sostanzialmente refluito all’interno dell’unica voce “danno non patrimoniale”) assorbe in sè anche il pregiudizio esistenziale oltre al danno morale. Proprio perchè il danno non patrimoniale costituisce ora “un danno conseguenza” e non “un danno evento”, le Sezioni Unite del 2008 hanno altresì affermato la necessità di provare tale fattispecie dannosa, estesa anche al pregiudizio morale, oltre che esistenziale. Vien da sè che, nei danni di lieve entità (ad es. nei cd. colpi di frusta), risulterà senz’altro difficile (a volte impossibile) provare il danno morale, esistenziale, perdita da chance etc…Per tutti coloro che se lo fossero chiesto, è questo il principale motivo che ha determinato un recente abbassamento degli importi risarcitori nel “cd. colpo di frusta”!
Per un dovere informativo, comunque, si anticipa che dopo il 2008 la Corte di Cassazione è tornata più volte sul punto, determinando nuovi ed importanti sviluppi. Tuttavia, gli operatori del settore restano ancora in attesa di una pronucia che sia capece di chiarire definitivamente l’annosa questione, e che offra un criterio risarcitorio equo e suscettivo di generale applicazione.