Archivio della categoria: responsabilità medica

Danno da emotrasfusione

Negli ultimi quindici anni si è registrato un notevole incremento del contenzioso civile in materia di risarcimento danni per ipotesi di contagio da emotrasfusione, per lo più dipeso dall’importazione di emoderivati e plasma da Paesi esteri “a rischio”. Una pratica, quest’ultima, diffusa soprattutto tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni novanta. Oggi come oggi, va detto, certe problematiche sono tutt’altro che frequenti. Da oltre dieci anni, infatti, non si registrano nel nostro Paese nuovi casi di contagio da sangue infetto.

In percentuale maggiore, il contagio post-trasfusionale ha coinvolto persone con patologie congenite, e quindi costrette a sottoporsi, periodicamente, ad emotrasfusioni ed alla assunzione di emoderivati. Tuttavia, non sono mancati i casi di contagio da trasfusioni soltanto episodiche, come in occasione di un intervento chirurgico.

Statisticamente, è provato che le cause risarcitorie intentate nel corso degli anni, e quelle che ancora vengono incardinate per fatti che possono essere accaduti anche venti, trenta, quaranta o cinquantanni fa, riguardino soprattutto il contagio da HBV, HCV e HIV.

In ipotesi di infezione causata da emotrasfusioni si può far riferimento a più soggetti responsabili, con l’ovvia conseguenza che il danneggiato può agire, ad esempio, contro il Ministero della salute, o anche avverso la struttura sanitaria presso la quale è stata eseguita la trasfusione.

Risale al novembre 1998 l’importantissima pronuncia con la quale il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero della salute per danni patrimoniali e non patrimoniali patiti da quasi quattrocento persone contagiate -negli anni settanta ed ottanta- dai virus HIV e dell’epatite B e C, in conseguenza di trasfusioni e della assunzione di farmaci emoderivati infetti. In questa sentenza, per la prima volta, è stata riconosciuta la responsabilità del Dicastero per omessa vigilanza e controllo sulla attività di importazione, distribuzione e commercializzazione di farmaci emoderivati, come prescritto dalla L. 592/1967, dal D.P.R. 1256/1971, dalla L. 833/1978, dal D.L. 443/1987 e dalla L. 107/1990.

Ad ogni modo, è importante valutare attentamente se sia più conveniente, per il danneggiato, agire contro il Ministero o contro la struttura sanitaria (o contro entrambi), essendo pacifica la responsabilità extracontrattuale del primo e quella contrattuale della seconda. Giusto per fare un singolo esempio, l’azione contro il Ministero si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito può essere fatto valere, mentre quella contro la struttura sanitaria in dieci anni. Tuttavia, nel concreto è spesso complesso stabilire da quando inizi a decorrere la prescrizione, ovvero il momento in cui sia conoscibile la causa del contagio. Anche gli oneri probatori in capo al danneggiato sono diversi a seconda che si agisca contro il Ministero o contro la struttura sanitaria.

Insomma, come si può intuire, ottenere un risarcimento in sede giudiziaria per un contagio avvenuto molti anni addietro -quando certi virus dovevano essere ancora scoperti- non è cosa impossibile, ma richiede senz’altro un attento e laborioso studio della vicenda.

Amputazione della gamba del figlio: risarcito il patimento morale subito dai genitori

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 25 settembre 2019 – 24 gennaio 2020, n. 1640

Il caso:

Una coppia di genitori cita in giudizio l’Azienda sanitaria ed i medici dell’Ospedale ove è stata praticata l’amputazione della gamba destra del figlio. La tesi risarcitoria farebbe leva su un presunto errore medico, tanto grave da aver imposto la recisione dell’arto inferiore del giovane ragazzo. Da qui la decisione di agire giudizialmente per ottenere il risarcimento del danno di natura morale patito dai due coniugi. La domanda viene accolta in Tribunale ma respinta in Corte d’appello, laddove i giudici ritengono impossibile presumere «il danno» da loro lamentato solo alla luce delle «lesioni» subite dal figlio e dalla «convivenza familiare» sotto lo stesso tetto. Di  diverso avviso è la Corte di Cassazione, stabilendo che «il danno non patrimoniale consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di una persona lesa dall’altrui illecito può essere dimostrato ricorrendo alla prova presuntiva, tipicamente integrata dalla gravità delle lesioni – quali la perdita di un arto inferiore – in uno alla convivenza familiare strettissima, propria del rapporto filiale».

RESPONSABILITA’ MEDICA: L’IMPERIZIA DEL MEDICO E’ PUNIBILE ANCHE SE LIEVE

Il medico risponde per morte o lesioni personali colpose nel caso in cui l’evento si sia verificato, anche per colpa lieve, a causa di negligenza e imprudenza; risponde altresì per colpa lieve dovuta ad imperizia nei casi in cui non vi siano linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali finalizzate a regolare il caso concreto, ovvero nel caso in cui queste ultime siano state erroneamente individuate o non siano adeguate al caso di specie. Il sanitario risponde, infine, per colpa grave dovuta ad imperizia nell’esecuzione delle raccomandazioni contenute nelle linee guida o nelle buone pratiche clinico-assistenziali pertinenti rispetto al caso concreto, avuto riguardo alle speciali difficoltà dell’atto medico.

(Corte di Cassazione, sez. Unite Penali, sentenza n. 8770/18; depositata il 22 febbraio)

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Responsabilità medica: errore nella gestione del travaglio e concausa naturale

Il caso di specie riguarda un neonato che, a seguito di una gestione sbagliata del travaglio da parte del Ginecologo,  riportò una invalidità permanente del 100% per ipossia da soffocamento. L’ammontare del danno che liquidò il Giudice di primo grado a titolo di incapacità lavorativa specifica futura fu poi ridotto dell’esatta metà nel successivo grado di giudizio perché, secondo la Corte territoriale, l’invalidità permanente dell’infante era in parte dovuta alla preesistente sindrome di Down da cui era affetto.

Insomma, secondo la Corte d’Appello, la futura capacità lavorativa del bambino non la si poteva considerare totalmente pregiudicata dal comportamento del medico, essendo il “piccolo” già affetto da Downismo o Trisomia 21.

La conseguenza fu che la porzione del 50% dell’invaliditá permanente riportata dal neonato al momento della nascita è stata imputata solo alla concausa naturale della sindrome di Down, restando imputata al personale medico operante la residua percentuale del 50%.

Tale ripartizione (50% – 50%) fu giustificata con l’applicazione del principio generale dell’eguaglianza delle concause espresso dall’art. 2055 c.c., comma 3 (Nel dubbio, le singole colpe si presumono uguali), nell’ambito di un modello di causalità equitativo proporzionale adottato attraverso il ricorso alla norma dell’articolo 1226 codice civile.

L’aspetto più critico di questa sentenza d’appello è che non tiene nella dovuta considerazione il fatto che la condotta del medico poteva da sola porsi quale specifico ed autonomo antecedente causale dell’evento dannoso. Ciò significa che anche un bambino non affetto da Downismo avrebbe senz’altro riportato una invalidità del 100% se fosse nato nelle medesime condizioni (ipossia da soffocamento).

Tale dato oltre ad essere importante è anche dirimente per la Cassazione. Difatti, ragionando in quest’ottica, i Giudici della Corte Suprema, alla conclusione del ricorso presentato dai genitori del minore,  hanno ritenuto di cassare la decisione impugnata rinviandola alla Corte d’Appello di Genova in diversa composizione e di sancire il principio per cui: “ in materia di responsabilità per attività medico chirurgica, ove si individui in un pregresso stato morboso del danneggiato/paziente un antecedente privo di interdipendenza con la condotta colposa del sanitario, ma dotato di efficacia concausale nella determinazione della complessiva situazione patologica riscontrata, allo stesso non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione del nesso di causalità tra detta condotta e l’evento dannoso, bensì unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, potendosi così pervenire -con prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto- solo ad una delimitazione del quantum risarcitorio“.

Quindi, se l’interpretazione è corretta, qualora la condotta colposa del medico assuma rilievo di causa del danno indipendentemente dalla causa originaria (nel nostro caso la sindrome di Down), e cioè di causa idonea a determinare il 100% dell’invalidità permanente del minore, deve trarsene che il relativo autore è tenuto a risarcire l’intero danno”.

Per approfondimenti vedasi Cass. Civ., Sez. III, n. 3893, 29.02.2016

 

Errata o ritardata diagnosi: la perdita di chances di sopravvivenza

In Dottrina e Giurisprudenza la cd. perdita di chance è stata ricostruita sia come perdita attuale della possibilità di raggiungere il risultato favorevole sperato (tesi ontologica) sia come mancata realizzazione del risultato finale favorevole, che si sarebbe sicuramente verificato in assenza dell’evento lesivo (tesi eziologica).

La tesi ontologica è stata preferita perché semplifica l’onere probatorio posto in capo al danneggiato, che sarà tenuto a dimostrare soltanto una seria e non simbolica possibilità di raggiungere il risultato sperato.

In questo modo, per determinare il danno patito si considera il vantaggio economico che il danneggiato avrebbe potuto raggiungere, e poi lo si diminuisce in relazione alle concrete chances di realizzarlo.

Tale tecnica, che è detta del “coefficiente di riduzione”, è quella che viene normalmente preferita e seguita dai Giudici al fine di liquidare il pregiudizio di cui stiamo parlando.

Nella perdita di chance di sopravvivenza le sentenze più recenti attengono ad ipotesi in cui, a seguito di un errore medico o di un ritardo diagnostico, il danneggiato veda sensibilmente accorciata la propria aspettativa di vita.

In questi casi, la teoria del coefficiente di riduzione incontra delle difficoltà applicative, poiché risulta impossibile stabilire con sufficiente certezza la percentuale di chance perdute.

Quindi, al fine di raggirare l’ostacolo, la Giurisprudenza di merito ha spesso ritenuto di qualificare il danno da perdita di chance di sopravvivenza come danno morale, sofferto dalla vittima stessa, per la dolorosa consapevolezza di avere perduto delle possibilità di sopravvivenza da quantificarsi in via puramente equitativa

Diverse sono state le soluzioni risarcitorie offerte dai Giudici.

Ad esempio, in una recente sentenza del 2014, il tribunale di Lucca ha parametrato la diminuzione della aspettativa di vita all’inabilità temporanea prevista dalle Tabelle del Trib. di Milano, aumentata dal 100%, e poi moltiplicata per i giorni di vita perduti.

Il Tribunale di Bologna, pur nel rispetto dello stesso principio, ha inteso però muovere non dall’inabilità temporanea ma dall’invalidità permanente. Nel caso specifico, il Giudice, accertata una diminuzione delle chance di sopravvivenza del 21% a 5 anni, decise di commisurare il valore della lesione alla invalidità permanente totale, riducendo poi l’importo in funzione della predetta percentuale del 21%. Quindi, considerando che il paziente aveva 63 anni al momento del fatto, e che secondo le tabelle del Tribunale di Milano a questa età l’invalidità permanente totale ha un valore di € 529.209,00=, il Giudice ha ritenuto di dover liquidare € 111.133,00=, ossia il 21% del totale.

A questo punto, va evidenziato che tutti i criteri liquidativi analizzati sinora presentano profili di criticità.

Il criterio puramente equitativo rischia di affidare troppo alla discrezionalità del giudice.

I criteri che muovono dall’inabilità temporanea e dall’invalidità permanente, invece, presentano il problema di voler equiparare il valore dell’invalidità alla vita… ma vita e salute sono beni diversi!

Per carità, certi Giudici hanno dimostrato di aver considerato questo aspetto, tanto è vero che, come si diceva prima, hanno incrementato il valore dell’inabilità temporanea del 100%, come a dire che un giorno di vita perso vale il doppio di uno passato nell’invalidità totale. Tuttavia, resta il fatto che sono ancora numerose le sentenze che non tengono in considerazione l’anzidetto problema metodologico.

Ad ogni modo, per quanto i Giudici stiano cercando di individuare un criterio capace di liquidare il danno da perdita di chance di sopravvivenza, ciò che realmente consentirebbe di giungere ad una definitiva risoluzione del problema sarebbe un preciso e puntuale intervento del Legislatore.

In fin dei conti, senza voler sembrare per forza presuntuoso, si ha fiducia di credere che l’intervento del Parlamento potrebbe davvero limitarsi alla predisposizione di una Tabella che indichi con precisione quanto dovrà essere liquidato dai Giudici per ogni giorno di vita perso.

Non sussiste oggi colpa medica se i macchinari tecnici dell’epoca non fornivano certezze

A carico della struttura sanitaria vi è l’obbligo, in base al contratto di spedialità, di mettere a disposizione il personale sanitario e le necessarie attrezzature idonee ed efficienti, della cui inadeguatezza la struttura risponde in maniera esclusiva. Solo nel caso la struttura sia inadempiente scatta l’obbligo, sia da parte della struttura sanitaria che del medico, di informare il paziente di poter ricorrere a centri di più elevata specializzazione.
Insomma, soltanto “ove le apparecchiature tecniche non siano adeguate allo scopo” si impone al medico e alla struttura di indirizzare il paziente ad un centro maggiormente specializzato.

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 4540/16; depositata l’ 8 marzo)