Archivio mensile:dicembre 2016

Assicurazione RC e mala gestio

L’assicuratore della RC (responsabilità civile) è sempre tenuto a curare gli interessi dell’assicurato, sia adempiendo senza indugio quando la responsabilità di quest’ultimo non è contestabile, sia respingendo le pretese di un terzo quando queste appaiono infondate.

Se  l’assicuratore omette colposamente di curare gli interessi dell’assicurato si parlerà di mala gestio.

Mala gestio, quindi, altro non è che una cattiva gestione degli interessi dell’assicurato, tale da aggravarne la posizione debitoria.

Cosa può fare l’assicurato in caso di mala gestio?

Qualora l’inadempimento dell’assicuratore dovesse essere particolarmente rilevante, l’assicurato potrà legittimamente risolvere il contratto ai sensi dell’art. 1453 c.c. e rifiutarsi di pagare il premio in ragione del disposto di cui all’art. 1460 c.c. (eccezione di inadempimento).

Naturalmente, queste non possono essere le uniche conseguenze ad una mala gestio.  Qualora la cattiva gestione dell’assicuratore dovesse assumere rilevanza, tanto da far aumentare esponenzialmente il debito dell’assicurato e diventare incapiente il massimale previsto dalla polizza, l’assicuratore dovrà garantire un indennizzo in misura anche superiore rispetto la massimale di polizza.

Quali sono i presupposti della mala gestio?

Per poter rispondere dettagliatamente a questa domanda sarebbe necessario analizzare uno ad uno i più significativi e recenti arresti giurisprudenziali, compromettendo la natura riassuntiva del presente articolo. Quindi, dall’indagine che ho fatto, per così dire, “giurisprudenza alla mano”, ritengo di poter affermare che il presupposto della mala gestio è sempre una condotta che sia almeno colposa da parte dell’assicuratore. Difatti, potrà essere considerato responsabile l’assicuratore che colposamente non ottemperi agli obblighi di cui all’art. 1917 c.c. o che non rispetti la diligenza che l’art. 1176 c.c. richiede al debitore che rivesta una qualifica professionale. Similmente, il mancato rispetto da parte dell’assicuratore del principio di buona fede sancito dall’art. 1375 del c.c. rappresenta anch’esso un presupposto della cd. mala gestio.

 L’assicuratore può rendersi responsabile del danno patito dall’assicurato attraverso dei comportamenti che refluiscono all’interno di due grandi tipologie di “cattiva gestione”:

mala gestio sostanziale e mala gestio processuale.

Tra le tante ipotesi, la prima può realizzarsi quando l’assicuratore omette di accertare il grado di responsabilità dell’assicurato e non provvede a liquidare il danno a favore del “creditore”, ovvero non si preoccupa di intavolare una trattativa stragiudiziale atta a risolvere bonariamente la vertenza, magari valutando di accettare una buona offerta transattiva.

La seconda, invece, viene a concretizzarsi nell’ambito di un processo. Pensiamo, solo per fare un esempio, al caso in cui l’assicuratore dovesse incorrere in nullità o decadenze capaci di offrire un vantaggio alla controparte a danno dell’assicurato. Lo stesso discorso possiamo fare quando l’assicuratore dovesse far decadere i termini per impugnare una sentenza sfavorevole, laddove il gravame si presenti suscettibile di accoglimento.

Errata o ritardata diagnosi: la perdita di chances di sopravvivenza

In Dottrina e Giurisprudenza la cd. perdita di chance è stata ricostruita sia come perdita attuale della possibilità di raggiungere il risultato favorevole sperato (tesi ontologica) sia come mancata realizzazione del risultato finale favorevole, che si sarebbe sicuramente verificato in assenza dell’evento lesivo (tesi eziologica).

La tesi ontologica è stata preferita perché semplifica l’onere probatorio posto in capo al danneggiato, che sarà tenuto a dimostrare soltanto una seria e non simbolica possibilità di raggiungere il risultato sperato.

In questo modo, per determinare il danno patito si considera il vantaggio economico che il danneggiato avrebbe potuto raggiungere, e poi lo si diminuisce in relazione alle concrete chances di realizzarlo.

Tale tecnica, che è detta del “coefficiente di riduzione”, è quella che viene normalmente preferita e seguita dai Giudici al fine di liquidare il pregiudizio di cui stiamo parlando.

Nella perdita di chance di sopravvivenza le sentenze più recenti attengono ad ipotesi in cui, a seguito di un errore medico o di un ritardo diagnostico, il danneggiato veda sensibilmente accorciata la propria aspettativa di vita.

In questi casi, la teoria del coefficiente di riduzione incontra delle difficoltà applicative, poiché risulta impossibile stabilire con sufficiente certezza la percentuale di chance perdute.

Quindi, al fine di raggirare l’ostacolo, la Giurisprudenza di merito ha spesso ritenuto di qualificare il danno da perdita di chance di sopravvivenza come danno morale, sofferto dalla vittima stessa, per la dolorosa consapevolezza di avere perduto delle possibilità di sopravvivenza da quantificarsi in via puramente equitativa

Diverse sono state le soluzioni risarcitorie offerte dai Giudici.

Ad esempio, in una recente sentenza del 2014, il tribunale di Lucca ha parametrato la diminuzione della aspettativa di vita all’inabilità temporanea prevista dalle Tabelle del Trib. di Milano, aumentata dal 100%, e poi moltiplicata per i giorni di vita perduti.

Il Tribunale di Bologna, pur nel rispetto dello stesso principio, ha inteso però muovere non dall’inabilità temporanea ma dall’invalidità permanente. Nel caso specifico, il Giudice, accertata una diminuzione delle chance di sopravvivenza del 21% a 5 anni, decise di commisurare il valore della lesione alla invalidità permanente totale, riducendo poi l’importo in funzione della predetta percentuale del 21%. Quindi, considerando che il paziente aveva 63 anni al momento del fatto, e che secondo le tabelle del Tribunale di Milano a questa età l’invalidità permanente totale ha un valore di € 529.209,00=, il Giudice ha ritenuto di dover liquidare € 111.133,00=, ossia il 21% del totale.

A questo punto, va evidenziato che tutti i criteri liquidativi analizzati sinora presentano profili di criticità.

Il criterio puramente equitativo rischia di affidare troppo alla discrezionalità del giudice.

I criteri che muovono dall’inabilità temporanea e dall’invalidità permanente, invece, presentano il problema di voler equiparare il valore dell’invalidità alla vita… ma vita e salute sono beni diversi!

Per carità, certi Giudici hanno dimostrato di aver considerato questo aspetto, tanto è vero che, come si diceva prima, hanno incrementato il valore dell’inabilità temporanea del 100%, come a dire che un giorno di vita perso vale il doppio di uno passato nell’invalidità totale. Tuttavia, resta il fatto che sono ancora numerose le sentenze che non tengono in considerazione l’anzidetto problema metodologico.

Ad ogni modo, per quanto i Giudici stiano cercando di individuare un criterio capace di liquidare il danno da perdita di chance di sopravvivenza, ciò che realmente consentirebbe di giungere ad una definitiva risoluzione del problema sarebbe un preciso e puntuale intervento del Legislatore.

In fin dei conti, senza voler sembrare per forza presuntuoso, si ha fiducia di credere che l’intervento del Parlamento potrebbe davvero limitarsi alla predisposizione di una Tabella che indichi con precisione quanto dovrà essere liquidato dai Giudici per ogni giorno di vita perso.

Danno morale e personalizzazione del danno: tra prove ed automatismi

L’Osservatorio sul danno alla persona 2016 ci conferma ancora una volta come il settore della responsabilità civile sia soggetto a perduranti e forse insuperabili incertezze.

Difatti, dovendo esaminare la liquidazione del danno biologico in giro per l’Italia ci si può rendere conto che casi del tutto simili tra loro possono essere decisi in maniera diversa. Mi spiego meglio.

Con le  cd. sentenze di San Martino del 2008, la Suprema Corte a SSUU introdusse l’unitarietà ed onnicomprensività del risarcimento e la personalizzazione del danno secondo le prove fornite.

Purtroppo, però, all’indomani di detti arresti giurisprudenziali è mancato l’aggancio della prospettiva risarcitoria a parametri (anche normativi) condivisi e giustificati. Proprio per tale ragione, quindi, si possono leggere sentenze di merito in cui i Giudici, nel liquidare il danno biologico, escludono espressamente la presenza di una sua personalizzazione ai sensi dell’art. 139 c. 3 del CdA, poichè quest’ultima non è stata oggetto di un autonomo accertamento, ed altre in cui, per via della gravità delle lesioni e della giovane età del danneggiato, la personalizzazione è stata riconosciuta su base presuntiva.

Nonostante le spinte evolutive, quindi, ci troviamo ancora di fronte ad uno scenario di disomogenea interpretazione ed applicazione dei principi dettati dalla Cassazione.

Insomma, da un lato si ha che il compito del Giudice è senz’altro quello di accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato e provvedere alla sua integrale riparazione, e dall’altro non pare ancora bandita ogni prassi di automaticità nel riconoscimento del c.d. danno morale soggettivo e della personalizzazione del danno biologico.

In conclusione, si ritiene che l’orientamento  più condivisibile sia proprio quello maggioritario, che non esclude la liquidazione del danno morale e della personalizzazione (anche nelle lesioni micro-permanenti) a patto che sia dimostrata: nel primo caso, una vera e propria afflizione psicologica associata ad un autentico patema d’animo, entrambi connessi a peculiari situazioni contingenti, quali la sottoposizione ad intervento chirurgico, la degenza ospedaliera e la sede delle lesioni (Trib. Lucca n. 239/2014); nel secondo caso, la ridotta capacità di espressione della propria personalità e della vita di relazione, nonché di estrinsecazione delle attività di tutti i giorni.

 

Società di persone e assenza del socio infortunato da incidente stradale: azione risarcitoria

In ordine a tale argomento conviene richiamare due principi ben consolidati:

  • Colui che procura delle lesioni personali al lavoratore, che abbia perciò subito una invalidità temporanea lavorativa assoluta, è tenuto a risarcire il datore di lavoro per la mancata utilizzazione dipendente;
  • Il risarcimento corrisponde all’esborso delle somme pagate al lavoratore -durante il periodo di inabilità temporanea assoluta- a titolo retributivo e contributivo, salva la risarcibilità dell’ulteriore pregiudizio patrimoniale eventualmente subìto dal datore di lavoro nella ipotesi di comprovata necessità di sostituzione del dipendente impedito con manodopera estranea all’azienda.

Resta ora da chiedersi: tali principi possano trovare applicazione se il lavoro viene prestato per una Società di persone da un socio?

La risposta è affermativa sia quando il socio è inquadrato come lavoratore subordinato (il rapporto di lavoro subordinato tra la società ed uno dei soci è infatti giuridicamente possibile a determinate condizioni), sia quando la sua attività lavorativa integri un conferimento previsto dal contratto sociale.

Prendiamo ad esempio proprio quest’ultimo caso, e poniamo che il socio partecipi solo agli utili societari e non abbia diritto ad una retribuzione. In questa situazione, alla Società dovrà essere risarcito il danno derivante dalla diminuzione degli utili a causa del  mancato apporto lavorativo del socio, sempreché detta diminuzione non sia assorbita dalla diminuzione della quota degli utili corrisposti al socio danneggiato

Alla luce di quanto detto finora, risulterà abbastanza chiaro che la società danneggiata  dalla perdita di lavoro del socio è da considerarsi un soggetto legittimato ad agire in giudizio contro il responsabile del sinistro stradale e/o dell’assicuratore della RCA.

In conclusione va precisato che il danno alla società non può essere considerato presuntivamente dimostrato sulla base del solo elemento del mancato apporto lavorativo del socio.

Se la prova dovesse essere formata solo da presunzioni, come può avvenire nella fattispecie in esame, è demandato al giudice il compito di valutare l’idoneità degli elementi presuntivi. Si osserva, in proposito, che la liquidazione equitativa del danno ha per presupposto che questo sia certo nella sua esistenza, ancorché non provato nel suo preciso ammontare; in caso contrario (actore non probante reus absolvitur), la liquidazione non ha modo di estrinsecarsi.