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Amputazione della gamba del figlio: risarcito il patimento morale subito dai genitori

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 25 settembre 2019 – 24 gennaio 2020, n. 1640

Il caso:

Una coppia di genitori cita in giudizio l’Azienda sanitaria ed i medici dell’Ospedale ove è stata praticata l’amputazione della gamba destra del figlio. La tesi risarcitoria farebbe leva su un presunto errore medico, tanto grave da aver imposto la recisione dell’arto inferiore del giovane ragazzo. Da qui la decisione di agire giudizialmente per ottenere il risarcimento del danno di natura morale patito dai due coniugi. La domanda viene accolta in Tribunale ma respinta in Corte d’appello, laddove i giudici ritengono impossibile presumere «il danno» da loro lamentato solo alla luce delle «lesioni» subite dal figlio e dalla «convivenza familiare» sotto lo stesso tetto. Di  diverso avviso è la Corte di Cassazione, stabilendo che «il danno non patrimoniale consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di una persona lesa dall’altrui illecito può essere dimostrato ricorrendo alla prova presuntiva, tipicamente integrata dalla gravità delle lesioni – quali la perdita di un arto inferiore – in uno alla convivenza familiare strettissima, propria del rapporto filiale».

Investimento del pedone ubriaco e drogato. Addio al 75% del risarcimento

Spesso si sente dire che il ciclista ed il pedone hanno sempre ragione! In realtà, questo concetto è profondamente sbagliato, soprattutto se si considera che tutti, ma veramente tutti, gli utenti della strada sono tenuti a rispettare le regole del Codice.

Un fulgido esempio di quanto detto è rappresentato dalla recente ordinanza della Corte di Cassazione, sez. VI Civile – n. 29254/18; depositata il 14 novembre, con la quale gli “ermellini” hanno confermato le osservazioni già espresse in primo grado dal Tribunale di Foggia (sez. distaccata di Cerignola) ed in secondo grado dalla Corte d’Appello di Bari, secondo le quali la richiesta di risarcimento presentata da un pedone vittima di un investimento andava accolta,  ma allo stesso tempo la cifra dovuta a titolo risarcitorio andava ridotta del 75% perché egli aveva evidentemente concorso alla realizzazione del proprio danno. Nello specifico, dai rilievi delle Forze dell’Ordine intervenute il giorno del sinistro è emerso che il pedone aveva l’alito vinoso, ha attraversato la strada con andamento barcollante e, poco prima dell’incidente, aveva fatto uso di sostanze stupefacenti.  Da non trascurare, continua la Suprema Corte, che «la vittima stava attraversando una strada provinciale priva di illuminazione artificiale e in ora buia» e quindi «doveva usare la massima prudenza, che evidentemente non era stata osservata, proprio in condizione della sua situazione di ubriachezza»

Insomma, la Corte ci insegna che non basta essere un pedone per aver ragione in un incidente stradale. Se non vengono rispettate le cd. norme comportamentali, al passante può essere contestato un concorso di colpa per aver contribuito alla realizzazione del sinistro nel quale è rimasto coinvolto, e quindi del danno dallo stesso patito.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 29254/18; depositata il 14 novembre)

Il paziente deve dimostrare il nesso di causa tra la condotta dei medici ed il danno

La Suprema Corte di Cassazione ha recentemente ribadito un importante principio, che spesso viene ignorato nelle cause di responsabilità medica. Con l’ordinanza n. 29853/18 – sez. III, depositata il 20.11.2018, i Giudici del “Palazzaccio” hanno sancito che «nei giudizi di responsabilità medica è onere dell’attore (paziente presumibilmente danneggiato) dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico ed il danno di cui chiede il risarcimento» e una volta assolto detto onere probatorio attoreo, è «a carico della struttura medica la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che l’esito negativo sia stato determinato da un evento imprevisto e imprevedibile».

Insomma, ancora una volta la Suprema Corte ha dovuto precisare che è sbagliato affermare la responsabilità della struttura sanitaria senza prima aver accertato se l’attore, danneggiato, abbia saputo dimostrare la sussistenza di un nesso di causa tra la condotta colposa dei sanitari e l’evento dannoso.

(ordinanza n. 29853/18 – sez. III, depositata il 20.11.2018)

Responsabilità del Comune da cose in custodia (art. 2051 c.c.)

L’amministrazione comunale, che stipula un contratto d’appalto per lavori da svolgersi sulla pubblica via, rimane responsabile degli eventuali danni cagionati a terzi sino a quando perdura il suo potere di fatto sulla cosa oggetto dei lavori. In questo modo, la Suprema Corte di Cassazione (Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 18325/18; depositata il 12 luglio 2018) ha chiarito che quando viene appaltata la realizzazione di un’opera, il Comune rimane responsabile ex art 2051 c.c. (responsabilità del custode) fino a quando l’area interessata non sia stata completamente enucleata e delimitata, nonché interdetta al passaggio del traffico veicolare e pedonale. Da questo momento, infatti, dovrebbe ritenersi responsabile per eventuali danni la sola ditta/società appaltatrice.

Al contrario, se il cantiere riguarda solo una parte della strada, al punto da permettere che la restante parte rimanga aperta al pubblico, in relazione a quest’ultima la responsabilità ex art. 2051 c.c. in capo all’ente pubblico persiste.

Per dovere di completezza, si precisa che la responsabilità da custodia è prevista, come già detto, dall’art. 2051 c.c., intitolato “Danno cagionato da cose in custodia”, per il quale «Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito». Per caso fortuito deve intendersi anche la forza maggiore, ovvero un fattore esterno (che può essere anche il fatto di un terzo o del danneggiato) che presenti i caratteri dell’imprevedibilità e dell’assoluta eccezionalità” (Cass. Civ. sez. III, 20.5.1998, n. 5031; Cfr. Cass., SS.UU., 11.11.1991, n. 12019)

ROTTURA DEL MANTO STRADALE: NIENTE RISARCIMENTO

La Corte di Cassazione, ribadendo un suo consolidato e condivisibile orientamento, ha confermato la sentenza con la quale la Corte d’appello aveva riformato la decisione del Tribunale di accordare ad una signora siciliana il risarcimento del danno non patrimoniale ed emergente patito (€ 21.000,00=) a seguito di una brutta caduta verificatasi in centro città, causata, a suo dire, da una buca lasciata scoperta dall’amministrazione comunale.

I Giudici dell’appello, infatti, avevano ritenuto che “sul luogo dell’incidente non sussisteva alcuna insidia, posto che vi era solo una scarificazione dell’asfalto» – cioè solo una rottura superficiale – e «non una buca» vera e propria. In aggiunta, poi, viene osservato che «la caduta era avvenuta alle ore 8 del mattino, in condizioni di perfetta visibilità; «la donna era perfettamente consapevole – ovvero avrebbe potuto esserlo con l’ordinaria diligenza – delle condizioni difficoltose di percorrenza» di quel tratto di strada, e, di conseguenza, «l’evento dannoso è stato determinato in via esclusiva dalla condotta» da lei tenuta.

Come detto, la decisione è stata confermata anche dalla suprema Corte con la sentenza Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza n. 17324/18; depositata il 3 luglio.

Insomma, il messaggio che viene nuovamente lanciato è che il pedone è tenuto, con la dovuta diligenza, ad evitare quelle situazioni di pericolo dalla quali può derivare un danno. Al contrario, la responsabilità del Comune è configurabile qualora l’insidia od il trabocchetto non siano visibili o prevedibili.

RESPONSABILITA’ MEDICA: L’IMPERIZIA DEL MEDICO E’ PUNIBILE ANCHE SE LIEVE

Il medico risponde per morte o lesioni personali colpose nel caso in cui l’evento si sia verificato, anche per colpa lieve, a causa di negligenza e imprudenza; risponde altresì per colpa lieve dovuta ad imperizia nei casi in cui non vi siano linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali finalizzate a regolare il caso concreto, ovvero nel caso in cui queste ultime siano state erroneamente individuate o non siano adeguate al caso di specie. Il sanitario risponde, infine, per colpa grave dovuta ad imperizia nell’esecuzione delle raccomandazioni contenute nelle linee guida o nelle buone pratiche clinico-assistenziali pertinenti rispetto al caso concreto, avuto riguardo alle speciali difficoltà dell’atto medico.

(Corte di Cassazione, sez. Unite Penali, sentenza n. 8770/18; depositata il 22 febbraio)

INCIDENTE MORTALE. IL DANNO CATASTROFALE

Esiste una vasta gamma di profili risarcitori connessi all’evento morte. Ai fini che interessano in questa sede, possiamo distinguere il danno da morte iure hereditatis da quello iure proprio.

Il primo riguarda il danno subito in via diretta dalla vittima che, entrando a far parte del suo patrimonio, può essere rivendicato dagli eredi.

Il secondo, invece, ha ad oggetto la violazione, patita dai familiari del soggetto deceduto, dell’interesse all’intangibilità della sfera degli affetti reciproci in ambito familiare.

Tra i danni il cui ristoro è invocabile iure hereditatis rientra il danno c.d. catastrofale.

Il danno “catastrofale” indica quel pregiudizio che subisce il soggetto il quale, con lucidità, assiste inesorabilmente all’avvicinarsi del momento della propria morte.

La risarcibilità del danno catastrofale è subordinata al fatto che il soggetto sia rimasto in vita per un tempo apprezzabile, assistendo al  peggioramento delle proprie condizioni di salute, fino alla morte. Quindi, è necessaria la consapevolezza circa le gravissime condizioni di salute e l’imminenza del decesso.

Uno stato di scarsa lucidità non esclude a priori la possibilità che colui il quale riporti delle gravi lesioni possa rendersi conto della delicata situazione in cui versa.

Spetterà agli eredi fornire la prova di una condizione di lucidità del soggetto deceduto.

Tale prova potrà essere data attraverso la testimonianze di chi era presente durante tutti gli ultimi istanti di vita della vittima. Anche la documentazione medica, ad esempio, potrebbe tornar utile a dimostrare che il soggetto è giunto in ospedale vigile ed orientato nello spazio e nel tempo.

Le sofferenze patite dalla vittima per la consapevolezza della gravità delle lesioni riportate sono quantificabili secondo il criterio equitativo, che tenga conto di tutte le circostanze del caso concreto e  sappia tener conto della enormità del pregiudizio (Cass. Civ. n. 23183/2014)

Morte causata da lesioni. I danni risarcibili

Una persona che, subite delle lesioni, sopravvive per un apprezzabile periodo di tempo e puoi muore, può nel frattempo acquistare e trasmettere agli eredi il diritto al risarcimento di due diverse categorie di pregiudizi non patrimoniali. La prima è rappresentata dal danno biologico temporaneo, ossia la perduta possibilità per la vittima di attendere alle proprie occupazioni. Il risarcimento di tale voce di danno è dovuta sia nel caso in cui la vittima sia stata cosciente durante l’agonia, sia quando la vittima sia stata incosciente.  La seconda categoria è data dalla paura della morte, dal dispiacere patito dalla vittima di lasciare le persone care e le gioie della vita. La migliore definizione di tale voce di danno ce la offre l’illustre Marco Rossetti ne “il danno alla salute ed. Cedam 2017”: la sofferenza morale provata nell’attesa della propria morte.

Resta inteso che quelle appena richiamate sono solo due delle diverse voci che debbono essere attentamente valutate quando si opera la quantificazione del danno da morte.

RC, morte immediata: non è risarcibile per diritto ereditario il bene vita.

La giurisprudenza della Cassazione è stata più volte chiamata negli ultimi anni a decidere se i prossimi congiunti di una persona morta nell’immediatezza –o quasi- di un sinistro conservino la possibilità di ereditare il risarcimento dovuto alla vittima primaria per la perdita del “bene vita”.

Il 22.07.2015, con la sentenza a Sezioni Unite n. 15350, la Suprema Corte ha chiarito che tale danno non è risarcibile e quindi non è ereditabile.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

I prossimi congiunti di chi dovesse perdere la vita a causa di un illecito altrui hanno diritto ad ottenere il risarcimento non patrimoniale per la definitiva perdita del rapporto parentale.

Tale voce di danno, il cui risarcimento è dovuto ai parenti “iure proprio”, cioè come riparazione alla lesione di un interesse giuridico proprio degli stessi, mira a tutelare il principio di intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, oltre alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana.

La liquidazione del risarcimento avviene secondo il criterio equitativo, attraverso –appunto-  un’equa  personalizzazione in considerazione di determinati fattori come , ad esempio, l’età, lo stato di salute e delle speranze di vita futura della vittima etc. Insomma, per quanto vengano presi come punto di riferimento dei valori tabellari (in quasi tutta la Penisola trovano applicazione i valori indicati nell cd. Tabelle di Milano), la liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale dovrà necessariamente differenziarsi caso per caso.

Oltre alla voce di danno appena descritta, i prossimi congiunti hanno diritto ad ottenere tutte quelle prestazioni patrimoniali –anche aggiuntive- che venivano erogate in vita dal deceduto, in danaro o in altre forme comportanti un’utilità economica, e che sono andate perdute a seguito della morte del parente.

Giunti a questo punto, la giurisprudenza si è interrogata per anni se ai parenti della vittima primaria fosse dovuto anche il risarcimento del danno non patrimoniale patito da quest’ultima per la perdita del “bene vita” (danno tanatologico), quando l’illecito ne abbia provocato una morte pressoché istantanea.

Orbene, nonostante la Cassazione avesse ritenuto nel 2014 (Cass. Civ. n. 1361/2014) che “il risarcimento del danno da perdita della vita ha funzione compensativa, e il relativo diritto è trasmissibile iure hereditatis (in via ereditaria) ”, la recente pronuncia delle Sezioni Unite (Cass. Civ. n. n. 15350/2015) ha chiarito che quando la persona muore poco dopo l’evento dannoso, in capo alla stessa non può nascere alcun credito risarcitorio.

Praticamente, l’irrisarcibilità deriva dall’assenza di un soggetto al quale sia collegabile la perdita di natura non patrimoniale del bene vita, e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito. Quindi, per i Giudici della Corte Suprema non può essere ereditato un credito che non è mai nato.

La soluzione appena prospettata è in linea con le principali esperienze giudiziarie europee!

Comunque, non ci sono dubbi che si dovrà giungere ad una diversa conclusione qualora il congiunto muoia non nell’immediatezza dei fatti ma dopo un certo lasso di tempo.

Per approfondimenti si consiglia la lettura integrale della pronuncia Cass. Civ. SS.UU. n. 15350/2015

Responsabilità medica: errore nella gestione del travaglio e concausa naturale

Il caso di specie riguarda un neonato che, a seguito di una gestione sbagliata del travaglio da parte del Ginecologo,  riportò una invalidità permanente del 100% per ipossia da soffocamento. L’ammontare del danno che liquidò il Giudice di primo grado a titolo di incapacità lavorativa specifica futura fu poi ridotto dell’esatta metà nel successivo grado di giudizio perché, secondo la Corte territoriale, l’invalidità permanente dell’infante era in parte dovuta alla preesistente sindrome di Down da cui era affetto.

Insomma, secondo la Corte d’Appello, la futura capacità lavorativa del bambino non la si poteva considerare totalmente pregiudicata dal comportamento del medico, essendo il “piccolo” già affetto da Downismo o Trisomia 21.

La conseguenza fu che la porzione del 50% dell’invaliditá permanente riportata dal neonato al momento della nascita è stata imputata solo alla concausa naturale della sindrome di Down, restando imputata al personale medico operante la residua percentuale del 50%.

Tale ripartizione (50% – 50%) fu giustificata con l’applicazione del principio generale dell’eguaglianza delle concause espresso dall’art. 2055 c.c., comma 3 (Nel dubbio, le singole colpe si presumono uguali), nell’ambito di un modello di causalità equitativo proporzionale adottato attraverso il ricorso alla norma dell’articolo 1226 codice civile.

L’aspetto più critico di questa sentenza d’appello è che non tiene nella dovuta considerazione il fatto che la condotta del medico poteva da sola porsi quale specifico ed autonomo antecedente causale dell’evento dannoso. Ciò significa che anche un bambino non affetto da Downismo avrebbe senz’altro riportato una invalidità del 100% se fosse nato nelle medesime condizioni (ipossia da soffocamento).

Tale dato oltre ad essere importante è anche dirimente per la Cassazione. Difatti, ragionando in quest’ottica, i Giudici della Corte Suprema, alla conclusione del ricorso presentato dai genitori del minore,  hanno ritenuto di cassare la decisione impugnata rinviandola alla Corte d’Appello di Genova in diversa composizione e di sancire il principio per cui: “ in materia di responsabilità per attività medico chirurgica, ove si individui in un pregresso stato morboso del danneggiato/paziente un antecedente privo di interdipendenza con la condotta colposa del sanitario, ma dotato di efficacia concausale nella determinazione della complessiva situazione patologica riscontrata, allo stesso non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione del nesso di causalità tra detta condotta e l’evento dannoso, bensì unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, potendosi così pervenire -con prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto- solo ad una delimitazione del quantum risarcitorio“.

Quindi, se l’interpretazione è corretta, qualora la condotta colposa del medico assuma rilievo di causa del danno indipendentemente dalla causa originaria (nel nostro caso la sindrome di Down), e cioè di causa idonea a determinare il 100% dell’invalidità permanente del minore, deve trarsene che il relativo autore è tenuto a risarcire l’intero danno”.

Per approfondimenti vedasi Cass. Civ., Sez. III, n. 3893, 29.02.2016

 

Assicurazione RC e mala gestio

L’assicuratore della RC (responsabilità civile) è sempre tenuto a curare gli interessi dell’assicurato, sia adempiendo senza indugio quando la responsabilità di quest’ultimo non è contestabile, sia respingendo le pretese di un terzo quando queste appaiono infondate.

Se  l’assicuratore omette colposamente di curare gli interessi dell’assicurato si parlerà di mala gestio.

Mala gestio, quindi, altro non è che una cattiva gestione degli interessi dell’assicurato, tale da aggravarne la posizione debitoria.

Cosa può fare l’assicurato in caso di mala gestio?

Qualora l’inadempimento dell’assicuratore dovesse essere particolarmente rilevante, l’assicurato potrà legittimamente risolvere il contratto ai sensi dell’art. 1453 c.c. e rifiutarsi di pagare il premio in ragione del disposto di cui all’art. 1460 c.c. (eccezione di inadempimento).

Naturalmente, queste non possono essere le uniche conseguenze ad una mala gestio.  Qualora la cattiva gestione dell’assicuratore dovesse assumere rilevanza, tanto da far aumentare esponenzialmente il debito dell’assicurato e diventare incapiente il massimale previsto dalla polizza, l’assicuratore dovrà garantire un indennizzo in misura anche superiore rispetto la massimale di polizza.

Quali sono i presupposti della mala gestio?

Per poter rispondere dettagliatamente a questa domanda sarebbe necessario analizzare uno ad uno i più significativi e recenti arresti giurisprudenziali, compromettendo la natura riassuntiva del presente articolo. Quindi, dall’indagine che ho fatto, per così dire, “giurisprudenza alla mano”, ritengo di poter affermare che il presupposto della mala gestio è sempre una condotta che sia almeno colposa da parte dell’assicuratore. Difatti, potrà essere considerato responsabile l’assicuratore che colposamente non ottemperi agli obblighi di cui all’art. 1917 c.c. o che non rispetti la diligenza che l’art. 1176 c.c. richiede al debitore che rivesta una qualifica professionale. Similmente, il mancato rispetto da parte dell’assicuratore del principio di buona fede sancito dall’art. 1375 del c.c. rappresenta anch’esso un presupposto della cd. mala gestio.

 L’assicuratore può rendersi responsabile del danno patito dall’assicurato attraverso dei comportamenti che refluiscono all’interno di due grandi tipologie di “cattiva gestione”:

mala gestio sostanziale e mala gestio processuale.

Tra le tante ipotesi, la prima può realizzarsi quando l’assicuratore omette di accertare il grado di responsabilità dell’assicurato e non provvede a liquidare il danno a favore del “creditore”, ovvero non si preoccupa di intavolare una trattativa stragiudiziale atta a risolvere bonariamente la vertenza, magari valutando di accettare una buona offerta transattiva.

La seconda, invece, viene a concretizzarsi nell’ambito di un processo. Pensiamo, solo per fare un esempio, al caso in cui l’assicuratore dovesse incorrere in nullità o decadenze capaci di offrire un vantaggio alla controparte a danno dell’assicurato. Lo stesso discorso possiamo fare quando l’assicuratore dovesse far decadere i termini per impugnare una sentenza sfavorevole, laddove il gravame si presenti suscettibile di accoglimento.

Errata o ritardata diagnosi: la perdita di chances di sopravvivenza

In Dottrina e Giurisprudenza la cd. perdita di chance è stata ricostruita sia come perdita attuale della possibilità di raggiungere il risultato favorevole sperato (tesi ontologica) sia come mancata realizzazione del risultato finale favorevole, che si sarebbe sicuramente verificato in assenza dell’evento lesivo (tesi eziologica).

La tesi ontologica è stata preferita perché semplifica l’onere probatorio posto in capo al danneggiato, che sarà tenuto a dimostrare soltanto una seria e non simbolica possibilità di raggiungere il risultato sperato.

In questo modo, per determinare il danno patito si considera il vantaggio economico che il danneggiato avrebbe potuto raggiungere, e poi lo si diminuisce in relazione alle concrete chances di realizzarlo.

Tale tecnica, che è detta del “coefficiente di riduzione”, è quella che viene normalmente preferita e seguita dai Giudici al fine di liquidare il pregiudizio di cui stiamo parlando.

Nella perdita di chance di sopravvivenza le sentenze più recenti attengono ad ipotesi in cui, a seguito di un errore medico o di un ritardo diagnostico, il danneggiato veda sensibilmente accorciata la propria aspettativa di vita.

In questi casi, la teoria del coefficiente di riduzione incontra delle difficoltà applicative, poiché risulta impossibile stabilire con sufficiente certezza la percentuale di chance perdute.

Quindi, al fine di raggirare l’ostacolo, la Giurisprudenza di merito ha spesso ritenuto di qualificare il danno da perdita di chance di sopravvivenza come danno morale, sofferto dalla vittima stessa, per la dolorosa consapevolezza di avere perduto delle possibilità di sopravvivenza da quantificarsi in via puramente equitativa

Diverse sono state le soluzioni risarcitorie offerte dai Giudici.

Ad esempio, in una recente sentenza del 2014, il tribunale di Lucca ha parametrato la diminuzione della aspettativa di vita all’inabilità temporanea prevista dalle Tabelle del Trib. di Milano, aumentata dal 100%, e poi moltiplicata per i giorni di vita perduti.

Il Tribunale di Bologna, pur nel rispetto dello stesso principio, ha inteso però muovere non dall’inabilità temporanea ma dall’invalidità permanente. Nel caso specifico, il Giudice, accertata una diminuzione delle chance di sopravvivenza del 21% a 5 anni, decise di commisurare il valore della lesione alla invalidità permanente totale, riducendo poi l’importo in funzione della predetta percentuale del 21%. Quindi, considerando che il paziente aveva 63 anni al momento del fatto, e che secondo le tabelle del Tribunale di Milano a questa età l’invalidità permanente totale ha un valore di € 529.209,00=, il Giudice ha ritenuto di dover liquidare € 111.133,00=, ossia il 21% del totale.

A questo punto, va evidenziato che tutti i criteri liquidativi analizzati sinora presentano profili di criticità.

Il criterio puramente equitativo rischia di affidare troppo alla discrezionalità del giudice.

I criteri che muovono dall’inabilità temporanea e dall’invalidità permanente, invece, presentano il problema di voler equiparare il valore dell’invalidità alla vita… ma vita e salute sono beni diversi!

Per carità, certi Giudici hanno dimostrato di aver considerato questo aspetto, tanto è vero che, come si diceva prima, hanno incrementato il valore dell’inabilità temporanea del 100%, come a dire che un giorno di vita perso vale il doppio di uno passato nell’invalidità totale. Tuttavia, resta il fatto che sono ancora numerose le sentenze che non tengono in considerazione l’anzidetto problema metodologico.

Ad ogni modo, per quanto i Giudici stiano cercando di individuare un criterio capace di liquidare il danno da perdita di chance di sopravvivenza, ciò che realmente consentirebbe di giungere ad una definitiva risoluzione del problema sarebbe un preciso e puntuale intervento del Legislatore.

In fin dei conti, senza voler sembrare per forza presuntuoso, si ha fiducia di credere che l’intervento del Parlamento potrebbe davvero limitarsi alla predisposizione di una Tabella che indichi con precisione quanto dovrà essere liquidato dai Giudici per ogni giorno di vita perso.

Danno morale e personalizzazione del danno: tra prove ed automatismi

L’Osservatorio sul danno alla persona 2016 ci conferma ancora una volta come il settore della responsabilità civile sia soggetto a perduranti e forse insuperabili incertezze.

Difatti, dovendo esaminare la liquidazione del danno biologico in giro per l’Italia ci si può rendere conto che casi del tutto simili tra loro possono essere decisi in maniera diversa. Mi spiego meglio.

Con le  cd. sentenze di San Martino del 2008, la Suprema Corte a SSUU introdusse l’unitarietà ed onnicomprensività del risarcimento e la personalizzazione del danno secondo le prove fornite.

Purtroppo, però, all’indomani di detti arresti giurisprudenziali è mancato l’aggancio della prospettiva risarcitoria a parametri (anche normativi) condivisi e giustificati. Proprio per tale ragione, quindi, si possono leggere sentenze di merito in cui i Giudici, nel liquidare il danno biologico, escludono espressamente la presenza di una sua personalizzazione ai sensi dell’art. 139 c. 3 del CdA, poichè quest’ultima non è stata oggetto di un autonomo accertamento, ed altre in cui, per via della gravità delle lesioni e della giovane età del danneggiato, la personalizzazione è stata riconosciuta su base presuntiva.

Nonostante le spinte evolutive, quindi, ci troviamo ancora di fronte ad uno scenario di disomogenea interpretazione ed applicazione dei principi dettati dalla Cassazione.

Insomma, da un lato si ha che il compito del Giudice è senz’altro quello di accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato e provvedere alla sua integrale riparazione, e dall’altro non pare ancora bandita ogni prassi di automaticità nel riconoscimento del c.d. danno morale soggettivo e della personalizzazione del danno biologico.

In conclusione, si ritiene che l’orientamento  più condivisibile sia proprio quello maggioritario, che non esclude la liquidazione del danno morale e della personalizzazione (anche nelle lesioni micro-permanenti) a patto che sia dimostrata: nel primo caso, una vera e propria afflizione psicologica associata ad un autentico patema d’animo, entrambi connessi a peculiari situazioni contingenti, quali la sottoposizione ad intervento chirurgico, la degenza ospedaliera e la sede delle lesioni (Trib. Lucca n. 239/2014); nel secondo caso, la ridotta capacità di espressione della propria personalità e della vita di relazione, nonché di estrinsecazione delle attività di tutti i giorni.

 

Società di persone e assenza del socio infortunato da incidente stradale: azione risarcitoria

In ordine a tale argomento conviene richiamare due principi ben consolidati:

  • Colui che procura delle lesioni personali al lavoratore, che abbia perciò subito una invalidità temporanea lavorativa assoluta, è tenuto a risarcire il datore di lavoro per la mancata utilizzazione dipendente;
  • Il risarcimento corrisponde all’esborso delle somme pagate al lavoratore -durante il periodo di inabilità temporanea assoluta- a titolo retributivo e contributivo, salva la risarcibilità dell’ulteriore pregiudizio patrimoniale eventualmente subìto dal datore di lavoro nella ipotesi di comprovata necessità di sostituzione del dipendente impedito con manodopera estranea all’azienda.

Resta ora da chiedersi: tali principi possano trovare applicazione se il lavoro viene prestato per una Società di persone da un socio?

La risposta è affermativa sia quando il socio è inquadrato come lavoratore subordinato (il rapporto di lavoro subordinato tra la società ed uno dei soci è infatti giuridicamente possibile a determinate condizioni), sia quando la sua attività lavorativa integri un conferimento previsto dal contratto sociale.

Prendiamo ad esempio proprio quest’ultimo caso, e poniamo che il socio partecipi solo agli utili societari e non abbia diritto ad una retribuzione. In questa situazione, alla Società dovrà essere risarcito il danno derivante dalla diminuzione degli utili a causa del  mancato apporto lavorativo del socio, sempreché detta diminuzione non sia assorbita dalla diminuzione della quota degli utili corrisposti al socio danneggiato

Alla luce di quanto detto finora, risulterà abbastanza chiaro che la società danneggiata  dalla perdita di lavoro del socio è da considerarsi un soggetto legittimato ad agire in giudizio contro il responsabile del sinistro stradale e/o dell’assicuratore della RCA.

In conclusione va precisato che il danno alla società non può essere considerato presuntivamente dimostrato sulla base del solo elemento del mancato apporto lavorativo del socio.

Se la prova dovesse essere formata solo da presunzioni, come può avvenire nella fattispecie in esame, è demandato al giudice il compito di valutare l’idoneità degli elementi presuntivi. Si osserva, in proposito, che la liquidazione equitativa del danno ha per presupposto che questo sia certo nella sua esistenza, ancorché non provato nel suo preciso ammontare; in caso contrario (actore non probante reus absolvitur), la liquidazione non ha modo di estrinsecarsi.

 

Responsabilità degli insegnanti

In tema di responsabilità civile dei maestri e dei precettori, per superare la presunzione di responsabilità, ex art. 2048 c.c., non è sufficiente la sola dimostrazione di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo dopo l’inizio della serie causale sfociante nella produzione del danno, ma è necessario anche dimostrare di aver adottato, in via preventiva, tutte le misure disciplinari e organizzative idonee ad evitare il sorgere di una situazione di pericolo favorevole al determinarsi di detta serie causale.

http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=12644

 

Incidente stradale, passeggero ferito. Risarcimento ridotto per il mancato uso di cinture di sicurezza

Una donna ha riportato dei seri danni alla propria salute psico – fisica in quanto vittima, come persona trasportata, di un incidente stradale. E’ stata accolta e confermata in sede di legittimità la sua richiesta di risarcimento: a pagare il conducente della vettura e la Compagnia assicurativa.
Tuttavia, la cifra liquidata dai giudici è risultata inferiore a quella domandata dalla donna. Decisivo il fatto che la danneggiata non avesse indossato le cinture di sicurezza e che, per tale ragione, avesse concorso alla produzione del danno patito.
Corte di Cassazione, sentenza n. 126/2016, depositata l’8 gennaio scorso.

Non sussiste oggi colpa medica se i macchinari tecnici dell’epoca non fornivano certezze

A carico della struttura sanitaria vi è l’obbligo, in base al contratto di spedialità, di mettere a disposizione il personale sanitario e le necessarie attrezzature idonee ed efficienti, della cui inadeguatezza la struttura risponde in maniera esclusiva. Solo nel caso la struttura sia inadempiente scatta l’obbligo, sia da parte della struttura sanitaria che del medico, di informare il paziente di poter ricorrere a centri di più elevata specializzazione.
Insomma, soltanto “ove le apparecchiature tecniche non siano adeguate allo scopo” si impone al medico e alla struttura di indirizzare il paziente ad un centro maggiormente specializzato.

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 4540/16; depositata l’ 8 marzo)

La responsabilità (contrattuale) della scuola per danno da autolesione dell’alunno.

Principio consolidato della Corte di Cassazione è quello per cui, in caso di danno cagionato dall’alunno a sé stesso, la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante ha natura contrattuale. Quindi, sorge l’obbligo di vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità dell’alunno nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni.

Tra insegnate e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico nell’ambito del quale il primo assume anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l’alunno si procuri da solo un danno alla persona» (così Cass. Sez. Unite 27/06/2002 n. 9346).
Da ciò, consequenzialmente, deriva l’applicabilità del regime probatorio di cui all’art. 1218 c.c., in virtù del quale al danneggiato è imposto solo di provare che l’evento dannoso si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, mentre incombe sulla scuola l’onere di dimostrare che l’evento sia stato determinato da una causa non imputabile né alla scuola né all’insegnate.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 3695/2016; depositata il 25 febbraio

tamponato da veicolo sconosciuto: non è obbligatoria la querela per essere risarciti

Nelle ipotesi di sinistro stradale generato da un veicolo non identificato, il non aver denunciato il fatto alle Autorità non è sufficiente a rigettare la domanda di risarcimento proposta dal danneggiato nei confronti dell’impresa indicata dal Fondo di Garanzia per le vittime della strada.
Il danneggiato, infatti, non ha l’obbligo si presentare la querela per ottenere il risarcimento, essendo, tale adempimento, un mero indizio in relazione al fatto che il sinistro abbia avuto luogo.

Corte Cassazione sez. III Civile, sentenza 20 novembre 2015 – 17 febbraio 2016, n. 3019