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Ho avuto un incidente stradale, che devo fare?

La prima cosa che dovrebbe fare chi rimane coinvolto in un sinistro è assicurarsi di provare in modo certo la dinamica. Come fare?
Sostanzialmente esiste una duplice soluzione:

1. Qualora non vi siano feriti gravi e la controparte si dimostri collaborativa è possibile compilare il cd. Modulo di Constatazione Amichevole (CAI), avendo cura di prestare la massima attenzione nella sua compilazione. È importante sapere che tale modello, una volta sottoscritto, costituisce prova della dinamica dell’incidente, presumendosi concordata tra le parti. Ritrattare quanto dichiarato nella “constatazione amichevole” non è mai del tutto semplice; occorrerebbero prove contrarie ed attendibili capaci di sostenere una diversa dinamica dei fatti (dichiarazioni testimoniali, fotografie della scena del sinistro e dei danni riportati dai mezzi che si dimostrino incompatibili con quanto descritto nella Cai…). Insomma, è sempre meglio perdere qualche minuto in più a rileggere quanto dichiarato (mettendosi così al riparo da brutte sorprese) piuttosto di veder leso il proprio diritto ad ottenere il risarcimento dei danni subiti.

2. Se, invece, la dinamica dovesse apparire dubbia è buona cosa interpellare le Autorità competenti (Carabinieri, Polstrada, Polizia Locale…), possibilmente senza spostare i mezzi.

Una volta accertata la dinamica è opportuno pensare a sé stessi e alla propria salute fisica. Questo consiglio è rivolto soprattutto a coloro che, lievemente feriti, non si affidano subito ad un medico per le opportune cure del caso, rischiando poi, col passare del tempo, di aggravare patologie che potevano essere trattate medicalmente sin da subito.  Quindi, quando si avvertono dei dolori di qualsiasi natura, per ed in conseguenza di un sinistro stradale, è importante recarsi subito al Pronto Soccorso, dove il personale medico potrà valutare l’entità delle lesioni subite.

A questo punto non resta che affidarsi ad un Professionista serio e competente, che sappia offrire delle solide garanzie in termini di conoscenze della materia risarcitoria.

N.B.: Per chi volesse approfondire l’argomento si suggerisce, sempre all’interno di questa categoria (infortunistica stradale), la lettura dell’articolo dal titolo “Come procede lo Studio Legale Mulas in caso di sinistro stradale tra veicoli”.

RC, morte immediata: non è risarcibile per diritto ereditario il bene vita.

La giurisprudenza della Cassazione è stata più volte chiamata negli ultimi anni a decidere se i prossimi congiunti di una persona morta nell’immediatezza –o quasi- di un sinistro conservino la possibilità di ereditare il risarcimento dovuto alla vittima primaria per la perdita del “bene vita”.

Il 22.07.2015, con la sentenza a Sezioni Unite n. 15350, la Suprema Corte ha chiarito che tale danno non è risarcibile e quindi non è ereditabile.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

I prossimi congiunti di chi dovesse perdere la vita a causa di un illecito altrui hanno diritto ad ottenere il risarcimento non patrimoniale per la definitiva perdita del rapporto parentale.

Tale voce di danno, il cui risarcimento è dovuto ai parenti “iure proprio”, cioè come riparazione alla lesione di un interesse giuridico proprio degli stessi, mira a tutelare il principio di intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia, oltre alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana.

La liquidazione del risarcimento avviene secondo il criterio equitativo, attraverso –appunto-  un’equa  personalizzazione in considerazione di determinati fattori come , ad esempio, l’età, lo stato di salute e delle speranze di vita futura della vittima etc. Insomma, per quanto vengano presi come punto di riferimento dei valori tabellari (in quasi tutta la Penisola trovano applicazione i valori indicati nell cd. Tabelle di Milano), la liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale dovrà necessariamente differenziarsi caso per caso.

Oltre alla voce di danno appena descritta, i prossimi congiunti hanno diritto ad ottenere tutte quelle prestazioni patrimoniali –anche aggiuntive- che venivano erogate in vita dal deceduto, in danaro o in altre forme comportanti un’utilità economica, e che sono andate perdute a seguito della morte del parente.

Giunti a questo punto, la giurisprudenza si è interrogata per anni se ai parenti della vittima primaria fosse dovuto anche il risarcimento del danno non patrimoniale patito da quest’ultima per la perdita del “bene vita” (danno tanatologico), quando l’illecito ne abbia provocato una morte pressoché istantanea.

Orbene, nonostante la Cassazione avesse ritenuto nel 2014 (Cass. Civ. n. 1361/2014) che “il risarcimento del danno da perdita della vita ha funzione compensativa, e il relativo diritto è trasmissibile iure hereditatis (in via ereditaria) ”, la recente pronuncia delle Sezioni Unite (Cass. Civ. n. n. 15350/2015) ha chiarito che quando la persona muore poco dopo l’evento dannoso, in capo alla stessa non può nascere alcun credito risarcitorio.

Praticamente, l’irrisarcibilità deriva dall’assenza di un soggetto al quale sia collegabile la perdita di natura non patrimoniale del bene vita, e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito. Quindi, per i Giudici della Corte Suprema non può essere ereditato un credito che non è mai nato.

La soluzione appena prospettata è in linea con le principali esperienze giudiziarie europee!

Comunque, non ci sono dubbi che si dovrà giungere ad una diversa conclusione qualora il congiunto muoia non nell’immediatezza dei fatti ma dopo un certo lasso di tempo.

Per approfondimenti si consiglia la lettura integrale della pronuncia Cass. Civ. SS.UU. n. 15350/2015

Responsabilità medica: errore nella gestione del travaglio e concausa naturale

Il caso di specie riguarda un neonato che, a seguito di una gestione sbagliata del travaglio da parte del Ginecologo,  riportò una invalidità permanente del 100% per ipossia da soffocamento. L’ammontare del danno che liquidò il Giudice di primo grado a titolo di incapacità lavorativa specifica futura fu poi ridotto dell’esatta metà nel successivo grado di giudizio perché, secondo la Corte territoriale, l’invalidità permanente dell’infante era in parte dovuta alla preesistente sindrome di Down da cui era affetto.

Insomma, secondo la Corte d’Appello, la futura capacità lavorativa del bambino non la si poteva considerare totalmente pregiudicata dal comportamento del medico, essendo il “piccolo” già affetto da Downismo o Trisomia 21.

La conseguenza fu che la porzione del 50% dell’invaliditá permanente riportata dal neonato al momento della nascita è stata imputata solo alla concausa naturale della sindrome di Down, restando imputata al personale medico operante la residua percentuale del 50%.

Tale ripartizione (50% – 50%) fu giustificata con l’applicazione del principio generale dell’eguaglianza delle concause espresso dall’art. 2055 c.c., comma 3 (Nel dubbio, le singole colpe si presumono uguali), nell’ambito di un modello di causalità equitativo proporzionale adottato attraverso il ricorso alla norma dell’articolo 1226 codice civile.

L’aspetto più critico di questa sentenza d’appello è che non tiene nella dovuta considerazione il fatto che la condotta del medico poteva da sola porsi quale specifico ed autonomo antecedente causale dell’evento dannoso. Ciò significa che anche un bambino non affetto da Downismo avrebbe senz’altro riportato una invalidità del 100% se fosse nato nelle medesime condizioni (ipossia da soffocamento).

Tale dato oltre ad essere importante è anche dirimente per la Cassazione. Difatti, ragionando in quest’ottica, i Giudici della Corte Suprema, alla conclusione del ricorso presentato dai genitori del minore,  hanno ritenuto di cassare la decisione impugnata rinviandola alla Corte d’Appello di Genova in diversa composizione e di sancire il principio per cui: “ in materia di responsabilità per attività medico chirurgica, ove si individui in un pregresso stato morboso del danneggiato/paziente un antecedente privo di interdipendenza con la condotta colposa del sanitario, ma dotato di efficacia concausale nella determinazione della complessiva situazione patologica riscontrata, allo stesso non può attribuirsi rilievo sul piano della ricostruzione del nesso di causalità tra detta condotta e l’evento dannoso, bensì unicamente sul piano della determinazione equitativa del danno, potendosi così pervenire -con prudente apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto- solo ad una delimitazione del quantum risarcitorio“.

Quindi, se l’interpretazione è corretta, qualora la condotta colposa del medico assuma rilievo di causa del danno indipendentemente dalla causa originaria (nel nostro caso la sindrome di Down), e cioè di causa idonea a determinare il 100% dell’invalidità permanente del minore, deve trarsene che il relativo autore è tenuto a risarcire l’intero danno”.

Per approfondimenti vedasi Cass. Civ., Sez. III, n. 3893, 29.02.2016

 

Assicurazione RC e mala gestio

L’assicuratore della RC (responsabilità civile) è sempre tenuto a curare gli interessi dell’assicurato, sia adempiendo senza indugio quando la responsabilità di quest’ultimo non è contestabile, sia respingendo le pretese di un terzo quando queste appaiono infondate.

Se  l’assicuratore omette colposamente di curare gli interessi dell’assicurato si parlerà di mala gestio.

Mala gestio, quindi, altro non è che una cattiva gestione degli interessi dell’assicurato, tale da aggravarne la posizione debitoria.

Cosa può fare l’assicurato in caso di mala gestio?

Qualora l’inadempimento dell’assicuratore dovesse essere particolarmente rilevante, l’assicurato potrà legittimamente risolvere il contratto ai sensi dell’art. 1453 c.c. e rifiutarsi di pagare il premio in ragione del disposto di cui all’art. 1460 c.c. (eccezione di inadempimento).

Naturalmente, queste non possono essere le uniche conseguenze ad una mala gestio.  Qualora la cattiva gestione dell’assicuratore dovesse assumere rilevanza, tanto da far aumentare esponenzialmente il debito dell’assicurato e diventare incapiente il massimale previsto dalla polizza, l’assicuratore dovrà garantire un indennizzo in misura anche superiore rispetto la massimale di polizza.

Quali sono i presupposti della mala gestio?

Per poter rispondere dettagliatamente a questa domanda sarebbe necessario analizzare uno ad uno i più significativi e recenti arresti giurisprudenziali, compromettendo la natura riassuntiva del presente articolo. Quindi, dall’indagine che ho fatto, per così dire, “giurisprudenza alla mano”, ritengo di poter affermare che il presupposto della mala gestio è sempre una condotta che sia almeno colposa da parte dell’assicuratore. Difatti, potrà essere considerato responsabile l’assicuratore che colposamente non ottemperi agli obblighi di cui all’art. 1917 c.c. o che non rispetti la diligenza che l’art. 1176 c.c. richiede al debitore che rivesta una qualifica professionale. Similmente, il mancato rispetto da parte dell’assicuratore del principio di buona fede sancito dall’art. 1375 del c.c. rappresenta anch’esso un presupposto della cd. mala gestio.

 L’assicuratore può rendersi responsabile del danno patito dall’assicurato attraverso dei comportamenti che refluiscono all’interno di due grandi tipologie di “cattiva gestione”:

mala gestio sostanziale e mala gestio processuale.

Tra le tante ipotesi, la prima può realizzarsi quando l’assicuratore omette di accertare il grado di responsabilità dell’assicurato e non provvede a liquidare il danno a favore del “creditore”, ovvero non si preoccupa di intavolare una trattativa stragiudiziale atta a risolvere bonariamente la vertenza, magari valutando di accettare una buona offerta transattiva.

La seconda, invece, viene a concretizzarsi nell’ambito di un processo. Pensiamo, solo per fare un esempio, al caso in cui l’assicuratore dovesse incorrere in nullità o decadenze capaci di offrire un vantaggio alla controparte a danno dell’assicurato. Lo stesso discorso possiamo fare quando l’assicuratore dovesse far decadere i termini per impugnare una sentenza sfavorevole, laddove il gravame si presenti suscettibile di accoglimento.

Errata o ritardata diagnosi: la perdita di chances di sopravvivenza

In Dottrina e Giurisprudenza la cd. perdita di chance è stata ricostruita sia come perdita attuale della possibilità di raggiungere il risultato favorevole sperato (tesi ontologica) sia come mancata realizzazione del risultato finale favorevole, che si sarebbe sicuramente verificato in assenza dell’evento lesivo (tesi eziologica).

La tesi ontologica è stata preferita perché semplifica l’onere probatorio posto in capo al danneggiato, che sarà tenuto a dimostrare soltanto una seria e non simbolica possibilità di raggiungere il risultato sperato.

In questo modo, per determinare il danno patito si considera il vantaggio economico che il danneggiato avrebbe potuto raggiungere, e poi lo si diminuisce in relazione alle concrete chances di realizzarlo.

Tale tecnica, che è detta del “coefficiente di riduzione”, è quella che viene normalmente preferita e seguita dai Giudici al fine di liquidare il pregiudizio di cui stiamo parlando.

Nella perdita di chance di sopravvivenza le sentenze più recenti attengono ad ipotesi in cui, a seguito di un errore medico o di un ritardo diagnostico, il danneggiato veda sensibilmente accorciata la propria aspettativa di vita.

In questi casi, la teoria del coefficiente di riduzione incontra delle difficoltà applicative, poiché risulta impossibile stabilire con sufficiente certezza la percentuale di chance perdute.

Quindi, al fine di raggirare l’ostacolo, la Giurisprudenza di merito ha spesso ritenuto di qualificare il danno da perdita di chance di sopravvivenza come danno morale, sofferto dalla vittima stessa, per la dolorosa consapevolezza di avere perduto delle possibilità di sopravvivenza da quantificarsi in via puramente equitativa

Diverse sono state le soluzioni risarcitorie offerte dai Giudici.

Ad esempio, in una recente sentenza del 2014, il tribunale di Lucca ha parametrato la diminuzione della aspettativa di vita all’inabilità temporanea prevista dalle Tabelle del Trib. di Milano, aumentata dal 100%, e poi moltiplicata per i giorni di vita perduti.

Il Tribunale di Bologna, pur nel rispetto dello stesso principio, ha inteso però muovere non dall’inabilità temporanea ma dall’invalidità permanente. Nel caso specifico, il Giudice, accertata una diminuzione delle chance di sopravvivenza del 21% a 5 anni, decise di commisurare il valore della lesione alla invalidità permanente totale, riducendo poi l’importo in funzione della predetta percentuale del 21%. Quindi, considerando che il paziente aveva 63 anni al momento del fatto, e che secondo le tabelle del Tribunale di Milano a questa età l’invalidità permanente totale ha un valore di € 529.209,00=, il Giudice ha ritenuto di dover liquidare € 111.133,00=, ossia il 21% del totale.

A questo punto, va evidenziato che tutti i criteri liquidativi analizzati sinora presentano profili di criticità.

Il criterio puramente equitativo rischia di affidare troppo alla discrezionalità del giudice.

I criteri che muovono dall’inabilità temporanea e dall’invalidità permanente, invece, presentano il problema di voler equiparare il valore dell’invalidità alla vita… ma vita e salute sono beni diversi!

Per carità, certi Giudici hanno dimostrato di aver considerato questo aspetto, tanto è vero che, come si diceva prima, hanno incrementato il valore dell’inabilità temporanea del 100%, come a dire che un giorno di vita perso vale il doppio di uno passato nell’invalidità totale. Tuttavia, resta il fatto che sono ancora numerose le sentenze che non tengono in considerazione l’anzidetto problema metodologico.

Ad ogni modo, per quanto i Giudici stiano cercando di individuare un criterio capace di liquidare il danno da perdita di chance di sopravvivenza, ciò che realmente consentirebbe di giungere ad una definitiva risoluzione del problema sarebbe un preciso e puntuale intervento del Legislatore.

In fin dei conti, senza voler sembrare per forza presuntuoso, si ha fiducia di credere che l’intervento del Parlamento potrebbe davvero limitarsi alla predisposizione di una Tabella che indichi con precisione quanto dovrà essere liquidato dai Giudici per ogni giorno di vita perso.

Danno morale e personalizzazione del danno: tra prove ed automatismi

L’Osservatorio sul danno alla persona 2016 ci conferma ancora una volta come il settore della responsabilità civile sia soggetto a perduranti e forse insuperabili incertezze.

Difatti, dovendo esaminare la liquidazione del danno biologico in giro per l’Italia ci si può rendere conto che casi del tutto simili tra loro possono essere decisi in maniera diversa. Mi spiego meglio.

Con le  cd. sentenze di San Martino del 2008, la Suprema Corte a SSUU introdusse l’unitarietà ed onnicomprensività del risarcimento e la personalizzazione del danno secondo le prove fornite.

Purtroppo, però, all’indomani di detti arresti giurisprudenziali è mancato l’aggancio della prospettiva risarcitoria a parametri (anche normativi) condivisi e giustificati. Proprio per tale ragione, quindi, si possono leggere sentenze di merito in cui i Giudici, nel liquidare il danno biologico, escludono espressamente la presenza di una sua personalizzazione ai sensi dell’art. 139 c. 3 del CdA, poichè quest’ultima non è stata oggetto di un autonomo accertamento, ed altre in cui, per via della gravità delle lesioni e della giovane età del danneggiato, la personalizzazione è stata riconosciuta su base presuntiva.

Nonostante le spinte evolutive, quindi, ci troviamo ancora di fronte ad uno scenario di disomogenea interpretazione ed applicazione dei principi dettati dalla Cassazione.

Insomma, da un lato si ha che il compito del Giudice è senz’altro quello di accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato e provvedere alla sua integrale riparazione, e dall’altro non pare ancora bandita ogni prassi di automaticità nel riconoscimento del c.d. danno morale soggettivo e della personalizzazione del danno biologico.

In conclusione, si ritiene che l’orientamento  più condivisibile sia proprio quello maggioritario, che non esclude la liquidazione del danno morale e della personalizzazione (anche nelle lesioni micro-permanenti) a patto che sia dimostrata: nel primo caso, una vera e propria afflizione psicologica associata ad un autentico patema d’animo, entrambi connessi a peculiari situazioni contingenti, quali la sottoposizione ad intervento chirurgico, la degenza ospedaliera e la sede delle lesioni (Trib. Lucca n. 239/2014); nel secondo caso, la ridotta capacità di espressione della propria personalità e della vita di relazione, nonché di estrinsecazione delle attività di tutti i giorni.

 

Società di persone e assenza del socio infortunato da incidente stradale: azione risarcitoria

In ordine a tale argomento conviene richiamare due principi ben consolidati:

  • Colui che procura delle lesioni personali al lavoratore, che abbia perciò subito una invalidità temporanea lavorativa assoluta, è tenuto a risarcire il datore di lavoro per la mancata utilizzazione dipendente;
  • Il risarcimento corrisponde all’esborso delle somme pagate al lavoratore -durante il periodo di inabilità temporanea assoluta- a titolo retributivo e contributivo, salva la risarcibilità dell’ulteriore pregiudizio patrimoniale eventualmente subìto dal datore di lavoro nella ipotesi di comprovata necessità di sostituzione del dipendente impedito con manodopera estranea all’azienda.

Resta ora da chiedersi: tali principi possano trovare applicazione se il lavoro viene prestato per una Società di persone da un socio?

La risposta è affermativa sia quando il socio è inquadrato come lavoratore subordinato (il rapporto di lavoro subordinato tra la società ed uno dei soci è infatti giuridicamente possibile a determinate condizioni), sia quando la sua attività lavorativa integri un conferimento previsto dal contratto sociale.

Prendiamo ad esempio proprio quest’ultimo caso, e poniamo che il socio partecipi solo agli utili societari e non abbia diritto ad una retribuzione. In questa situazione, alla Società dovrà essere risarcito il danno derivante dalla diminuzione degli utili a causa del  mancato apporto lavorativo del socio, sempreché detta diminuzione non sia assorbita dalla diminuzione della quota degli utili corrisposti al socio danneggiato

Alla luce di quanto detto finora, risulterà abbastanza chiaro che la società danneggiata  dalla perdita di lavoro del socio è da considerarsi un soggetto legittimato ad agire in giudizio contro il responsabile del sinistro stradale e/o dell’assicuratore della RCA.

In conclusione va precisato che il danno alla società non può essere considerato presuntivamente dimostrato sulla base del solo elemento del mancato apporto lavorativo del socio.

Se la prova dovesse essere formata solo da presunzioni, come può avvenire nella fattispecie in esame, è demandato al giudice il compito di valutare l’idoneità degli elementi presuntivi. Si osserva, in proposito, che la liquidazione equitativa del danno ha per presupposto che questo sia certo nella sua esistenza, ancorché non provato nel suo preciso ammontare; in caso contrario (actore non probante reus absolvitur), la liquidazione non ha modo di estrinsecarsi.

 

Responsabilità degli insegnanti

In tema di responsabilità civile dei maestri e dei precettori, per superare la presunzione di responsabilità, ex art. 2048 c.c., non è sufficiente la sola dimostrazione di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo dopo l’inizio della serie causale sfociante nella produzione del danno, ma è necessario anche dimostrare di aver adottato, in via preventiva, tutte le misure disciplinari e organizzative idonee ad evitare il sorgere di una situazione di pericolo favorevole al determinarsi di detta serie causale.

http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=12644

 

Incidente stradale, passeggero ferito. Risarcimento ridotto per il mancato uso di cinture di sicurezza

Una donna ha riportato dei seri danni alla propria salute psico – fisica in quanto vittima, come persona trasportata, di un incidente stradale. E’ stata accolta e confermata in sede di legittimità la sua richiesta di risarcimento: a pagare il conducente della vettura e la Compagnia assicurativa.
Tuttavia, la cifra liquidata dai giudici è risultata inferiore a quella domandata dalla donna. Decisivo il fatto che la danneggiata non avesse indossato le cinture di sicurezza e che, per tale ragione, avesse concorso alla produzione del danno patito.
Corte di Cassazione, sentenza n. 126/2016, depositata l’8 gennaio scorso.

Non sussiste oggi colpa medica se i macchinari tecnici dell’epoca non fornivano certezze

A carico della struttura sanitaria vi è l’obbligo, in base al contratto di spedialità, di mettere a disposizione il personale sanitario e le necessarie attrezzature idonee ed efficienti, della cui inadeguatezza la struttura risponde in maniera esclusiva. Solo nel caso la struttura sia inadempiente scatta l’obbligo, sia da parte della struttura sanitaria che del medico, di informare il paziente di poter ricorrere a centri di più elevata specializzazione.
Insomma, soltanto “ove le apparecchiature tecniche non siano adeguate allo scopo” si impone al medico e alla struttura di indirizzare il paziente ad un centro maggiormente specializzato.

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 4540/16; depositata l’ 8 marzo)

La responsabilità (contrattuale) della scuola per danno da autolesione dell’alunno.

Principio consolidato della Corte di Cassazione è quello per cui, in caso di danno cagionato dall’alunno a sé stesso, la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante ha natura contrattuale. Quindi, sorge l’obbligo di vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità dell’alunno nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni.

Tra insegnate e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico nell’ambito del quale il primo assume anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l’alunno si procuri da solo un danno alla persona» (così Cass. Sez. Unite 27/06/2002 n. 9346).
Da ciò, consequenzialmente, deriva l’applicabilità del regime probatorio di cui all’art. 1218 c.c., in virtù del quale al danneggiato è imposto solo di provare che l’evento dannoso si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, mentre incombe sulla scuola l’onere di dimostrare che l’evento sia stato determinato da una causa non imputabile né alla scuola né all’insegnate.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 3695/2016; depositata il 25 febbraio

tamponato da veicolo sconosciuto: non è obbligatoria la querela per essere risarciti

Nelle ipotesi di sinistro stradale generato da un veicolo non identificato, il non aver denunciato il fatto alle Autorità non è sufficiente a rigettare la domanda di risarcimento proposta dal danneggiato nei confronti dell’impresa indicata dal Fondo di Garanzia per le vittime della strada.
Il danneggiato, infatti, non ha l’obbligo si presentare la querela per ottenere il risarcimento, essendo, tale adempimento, un mero indizio in relazione al fatto che il sinistro abbia avuto luogo.

Corte Cassazione sez. III Civile, sentenza 20 novembre 2015 – 17 febbraio 2016, n. 3019

danno provocato da autocarro in sosta: l’Assicurazione deve pagare!

Un uomo muore in seguito alle lesioni riportate per un sinistro stradale, in quanto colpito dalla rampa del rimorchio di un autocarro parcheggiato sulla pubblica via.
I familiari della vittima, pertanto, convenivano in giudizio il proprietario dell’autocarro e la Compagnia di assicurazioni del veicolo, per ottenere il risarcimento dei danni patiti in conseguenza della morte del loro congiunto.

Nonostante in primo grado il Tribunale avesse accolto l’istanza risarcitoria, nel giudizio di secondo grado la Corte d’Appello rigettava la domanda dei familiari della vittima poiché il sinistro, stando al parere dei giudici, non rientrava tra gli eventi coperti da assicurazione obbligatoria per la circolazione del veicolo.

Tuttavia, la Suprema Corte di Cassazione, chiamate a decidere nel giudizio di legittimità, ha elaborato il principio di diritto secondo il quale la nozione di circolazione stradale, ex art. 2054 c.c., contempla anche le ipotesi in cui il veicolo sia in posizione di arresto, sia in relazione all’ingombro operato dalla vettura sugli spazi adibiti alla circolazione, sia con riferimento alle operazioni propedeutiche alla partenza o collegate alla fermata, oppure ancora a tutte le attività che il veicolo è destinato a compiere e per le quali può circolare. Quindi, la Corte Suprema ha chiarito che nel caso di veicolo non sottoposto al controllo del conducente, in quanto in sosta presso la pubblica via, il proprietario della vettura non può sottrarsi ai danni derivanti dalla circolazione, comprendente tanto il movimento quanto il fermo del mezzo, e connessi a vizi di costruzione o difetto di manutenzione.

Per tale ragione, la Cassazione ha condannato la compagnia assicuratrice al risarcimento dei danni.

Corte di Cassazione,  sentenza n. 3257/2016, depositata il 19 febbraio.

 

rifiuto di sottoporsi ad alcoltest: periodo di sospensione raddoppiato

La Cassazione, con la sentenza n. 14169/2015, ha affermato il principio secondo cui non può essere confiscato il veicolo se il conducente non proprietario si rifiuta di sottoporsi all’alcoltest, ma il giudice è obbligato ad irrogare la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida in misura raddoppiata.

tombino fuori dalla pista di atletica: il danno lo paga il Comune

Un amante  dell’atletica, nonostante la disponibilità della pista dello Stadio Comunale, decide di correre ed allenarsi all’esterno delle corsie numerate. Purtroppo, però, a causa di un tombino nascosto, lo sportivo inciampa e cade a terra, procurandosi diverse lesioni. L’uomo, assolutamente convinto della responsabilità del Comune (proprietario dell’impianto), decide di agire in giudizio per ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti. Tuttavia, sia il Tribunale sia la Corte d’Appello reputano pretestuosa la domanda, ritenendo che l’atleta poteva evitare di allenarsi all’esterno della pista, in quanto pienamente consapevole dello stato dei luoghi. Tale visione, però, è fatta a pezzi dai giudici della Suprema Corte di Cassazione (Cass., ord. n. 4659/2014, Sesta Sezione Civile), per i quali «il luogo dell’incidente, pur esterno alle corsie numerate, era normalmente utilizzato per correre, in assenza di segnaletica che ne impedisse l’uso e di disposizioni orali da parte dei custodi». Ciò conduce a ritenere che lo spazio, utilizzato dalla donna per fare jogging, fosse «predisposto per la corsa», come dimostrato dall’assenza di «divieti» ad hoc e dalla constatazione che esso «era ricoperto dello stesso materiale» – tartan – utilizzato «per le corsie adibite all’allenamento».

La possibilità di vivere più a lungo è un bene risarcibile

Solo qualche giorno fa, il 27 marzo 2014, è stata depositata  un’importante sentenza in tema di risarcimento da responsabilità medica, pronunciata dai Giudici della sezione III della Suprema Corte di Cassazione:

“..In tema di responsabilità medica, dà luogo a danno risarcibile l’errata esecuzione di un intervento chirurgico praticabile per rallentare l’esito certamente infausto di una malattia, che abbia comportato la perdita per il paziente della chance di vivere per un periodo di tempo più lungo rispetto a quello poi effettivamente vissuto. In tale eventualità, le possibilità di sopravvivenza, misurate in astratto secondo criteri percentuali, rilevano ai fini della liquidazione equitativa del danno, che dovrà altresì tenere conto dello scarto temporale tra la durata della sopravvivenza effettiva e quella della sopravvivenza possibile in caso di intervento chirurgico corretto”.

Cade davanti a casa perchè il cantiere non è interdetto alla circolazione: paga l’appaltatore ed il Comune

Cade davanti al portone di casa per via di alcuni lavori al manto stradale.

Il cantiere non è messo in sicurezza in quanto non è delimitato in modo tale da impedire la circolazione, quindi la responsabilità per omessa custodia grava anche sul Comune.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 maggio – 25 giugno 2013, n. 15882
Presidente Spirito – Relatore Cirillo

Svolgimento del processo

1. V..C. conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Perugia, il Comune di Todi e la società Colle di Todi a r.l. chiedendo che fossero condannati in solido a risarcirle i danni conseguenti ad una caduta verificatasi all’uscita della propria abitazione, sita a (OMISSIS) . Esponeva l’attrice che tale evento dannoso era stato determinato dall’esistenza di un dislivello venutosi a creare tra la porta della sua abitazione ed il fondo stradale, a causa di lavori di ristrutturazione eseguiti dalla società Colle di Todi che avevano comportato la rimozione della pavimentazione esistente.
Si costituivano entrambi i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda; il Comune di Todi chiedeva di poter chiamare in causa la Regione Umbria, la quale si costituiva eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva.
Il Tribunale, con sentenza del 12 dicembre 2002, accoglieva la domanda nei confronti del Comune di Todi e della società Colle di Todi a r.l., che condannava al pagamento della somma di Euro 33.707,22, riconoscendo un concorso di colpa della C. nella misura del 15 per cento.
2. Avverso tale pronuncia proponeva appello il Comune di Todi cui si affiancava quello della società Colle di Todi, mentre la Regione Umbria e V..C. chiedevano la conferma dell’impugnata sentenza.
La Corte d’appello di Perugia, con sentenza del 15 dicembre 2006, rigettava l’appello, confermava la sentenza impugnata e condannava il Comune di Todi al pagamento delle ulteriori spese del grado nei confronti della C. e della Regione Umbria.
Osservava la Corte territoriale, per quanto ancora interessa in questa sede, che il fatto che il Comune avesse affidato lo svolgimento dei lavori ad una società esterna non faceva venire meno il suo potere-dovere di vigilanza, che costituisce conseguenza del diritto di proprietà sul bene pubblico. Né risultava che l’affidamento dei lavori avesse determinato un qualche temporaneo affievolimento delle prerogative essenziali del diritto di proprietà.
La conservazione necessaria, in capo al Comune, dei poteri autoritativi sul bene – ivi compresi quelli di cui all’art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 – rendeva impossibile ipotizzare che fossero venuti meno gli obblighi di custodia; obblighi che, del resto, non possono essere dismessi “a piacimento”, sicché il sopravvenire di una concorrente responsabilità di altro soggetto “si somma ai doveri dell’ente senza eliderli in alcun modo”.
Quanto all’art. 2051 cod. civ., poi, la Corte perugina rilevava che il venire meno dell’obbligo di custodia potrebbe ipotizzarsi solo in presenza di beni pubblici che, a causa della loro estensione o configurazione, rendano in effetti impossibile un controllo; circostanza, questa, che non ricorreva nel caso di specie, perché i lavori di rifacimento della pavimentazione stradale riguardavano “luoghi estesi della città, ma determinati e non enormi”.
In riferimento all’attribuzione della responsabilità, in tutto o in parte, alla C. , il giudice d’appello poneva in evidenza che la ricostruzione del fatto induceva ad escludere che l’evento dannoso potesse essere ricondotto a responsabilità unica dell’appellata. Costei, infatti, settantanovenne all’epoca dei fatti, si era trovata a dover fare “una specie di salto in basso di circa 60 centimetri” senza alcun appoggio, anche perché il portone della sua abitazione era rimasto privo della necessaria passerella; sicché l’attribuzione a suo carico di un 15 per cento di responsabilità appariva addirittura criticabile per eccessiva severità.
3. Avverso la sentenza della Corte d’appello di Perugia propone ricorso il Comune di Todi, con atto affidato a cinque motivi.
Resistono con separati controricorsi la società Colle di Todi e la Regione Umbria.
Il Comune di Todi e la società Colle di Todi hanno presentato memoria.

Motivi della decisione

1.1. Col primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 5), cod. proc. civ., omessa o insufficiente motivazione circa la natura, la tipologia, l’entità e l’estensione dei lavori relativi al Comune di Todi.
Rileva il ricorrente che era stata commissionata alla società cooperativa Colle di Todi l’esecuzione di una serie talmente imponente di lavori che si trattava della costruzione di una nuova opera e non della modifica di quella precedente, sicché non era ipotizzabile l’esistenza di un obbligo di custodia. A norma dell’art. 28 della Convenzione, infatti, il Comune di Todi si era spogliato della custodia, essendo la medesima affidata alla società appaltatrice dei lavori, la quale si era impegnata alla manutenzione fino alla formale consegna delle opere realizzate.
1.2. Premesso che la censura, posta in termini di vizio di motivazione, manca del necessario momento di sintesi trattandosi di ricorso soggetto, ratione temporis, alla disposizione di cui all’art. 366-bis cod. proc. civ. – essa si risolve, in sostanza, in una critica all’operato della Corte d’appello in ordine all’interpretazione dell’art. 28 della convenzione intercorsa tra la Regione Umbria e la società Colle di Todi. Ora, anche volendo trascurare il dato formale per il quale una simile censura avrebbe dovuto essere posta come violazione di legge e, specificamente, come violazione delle regole in tema di ermeneutica contrattuale, resta il fatto decisivo che, ove anche fosse esatto il rilievo per il quale alla società appaltatrice era stata commissionata la costruzione di una nuova opera, ciò comunque non si tradurrebbe, di per sé, nell’automatico venire meno dell’obbligo di custodia; in conformità a quanto meglio si dirà nell’esame degli altri motivi.
2. Conviene esaminare congiuntamente, per ragioni di economia processuale, il secondo ed il quarto motivo di ricorso.
2.1. Col secondo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 del codice civile.
Osserva il ricorrente che la decisione della Corte d’appello si fonda sulla convinzione che il potere-dovere di K i custodia esistente a carico dell’ente pubblico sia una conseguenza del diritto di proprietà; nel caso specifico, invece, il Comune di Todi non poteva continuare ad esercitare l’attività di custodia, trattandosi di lavori pubblici di notevole entità in relazione ai quali la custodia della cosa era affidata alla società appaltatrice.
2.2. Col quarto motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 cod. civ., in riferimento alle leggi speciali per il risanamento del colle di Todi.
Osserva in proposito il ricorrente – richiamando la sentenza 6 luglio 2006, n. 15383, di questa Corte – che la sentenza impugnata avrebbe omesso di considerare l’esistenza di una relazione qualificata tra i beni in questione ed altri soggetti, nella specie la Regione Umbria e la società appaltatrice dei lavori. Il Consiglio comunale di Todi, con delibera del 2 marzo 1990, aveva dato atto della propria impossibilità di esercitare un’adeguata custodia dei beni assoggettati ai lavori di rinnovamento urbano; e ciò farebbe venire meno i poteri di custodia e vigilanza, perché per fattori oggettivi la cosa era stata sottratta al dominio del Comune stesso.
2.3. Entrambi i motivi, i quali pongono all’esame della Corte il problema dei limiti della responsabilità a titolo di custodia, sono privi di fondamento.
La giurisprudenza di questa Corte ha anche di recente ribadito, in conformità ad un pacifico orientamento, che la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 cod. civ., ha carattere oggettivo, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell’attore del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con il bene in custodia: una volta provate queste circostanze, il custode, per escludere la propria responsabilità, ha l’onere di provare il caso fortuito, ossia l’esistenza di un fattore estraneo che, per il suo carattere di imprevedibilità e di eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso causale (così, più di recente, le sentenze 19 maggio 2011, n. 11016, e 5 febbraio 2013, n. 2660). D’altra parte, il rapporto di custodia è stato identificato come una relazione di fatto tra il soggetto e la cosa che sia tale da consentirne il “potere di governo”, ossia la possibilità di esercitare un controllo tale da eliminare le situazioni di pericolo insorte e da escludere i terzi dal contatto con la cosa (sentenza 12 luglio 2006, n. 15779), ove essa sia fonte di pericolo.
Nonostante il carattere oggettivo di tale responsabilità, la quale è esclusa soltanto dalla prova del caso fortuito, la giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto che il comportamento colposo del danneggiato può – secondo un ordine crescente di gravità – atteggiarsi come concorso causale colposo, valutabile ai sensi dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., ovvero addirittura giungere ad escludere del tutto la responsabilità del custode (v. sentenza n. 15779 del 2006 cit.)- Si è detto, infatti, che il dovere di segnalare il pericolo, che costituisce normale obbligo gravante sul custode, si arresta in presenza di un uso improprio, anomalo e del tutto imprevedibile della cosa, la cui pericolosità sia talmente evidente da integrare essa stessa gli estremi del caso fortuito (v. la sentenza 19 febbraio 2008, n. 4279, nonché la sentenza 4 dicembre 2012, n. 21727).
In relazione al problema specifico dell’obbligo di custodia connesso all’esistenza di un cantiere stradale, questa Corte ha affermato che, qualora l’area di cantiere risulti completamente enucleata, delimitata ed affidata all’esclusiva custodia dell’appaltatore, con conseguente assoluto divieto su di essa del traffico veicolare e pedonale, dei danni subiti all’interno di questa area risponde esclusivamente l’appaltatore, che ne è l’unico custode. Allorquando, invece, l’area su cui vengono eseguiti i lavori e insiste il cantiere risulti ancora adibita al traffico e, quindi, utilizzata a fini di circolazione, questa situazione dimostra la conservazione della custodia da parte dell’ente titolare della strada, sia pure insieme all’appaltatore, sicché la responsabilità ai sensi dell’art. 2051 cod. civ. sussiste sia a carico dell’appaltatore che dell’ente (sentenze 6 luglio 2006, n. 15383, 16 maggio 2008, n. 12425, e 23 luglio 2012, n. 12811).
2.4. Alle citate pronunce si intende dare continuità.
Nella specie, è indubbio che l’area interessata dai lavori stradali non era interdetta al pubblico, tanto che la C. ha patito l’incidente per cui è causa uscendo dalla propria abitazione. Correttamente, pertanto, la Corte d’appello è pervenuta alla conclusione della persistenza dell’obbligo di custodia a carico anche del Comune di Todi, in solido con la società appaltatrice, non essendo stata fornita alcuna prova dell’esistenza di ragioni oggettive che avrebbero dovuto escludere la responsabilità del Comune; né va trascurato che è stato riconosciuto un concorso di colpa anche a carico della C. .
Il quadro non muta in base alle leggi speciali – citate nel quarto motivo di ricorso – relative al risanamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi; esse, infatti, non prevedono alcun esonero di responsabilità dei Comuni interessati, ma soltanto un obbligo di attivazione da parte della Regione Umbria per l’esecuzione dei progetti necessari al fine di evitare i movimenti franosi e di sollecitare il pieno recupero delle due zone, di particolare rilievo artistico ed ambientale (si vedano, ad esempio, l’art. 2 della legge 25 maggio 1978, n. 230, e l’art. 2 della legge 12 giugno 1984, n. 227).
3.1. Col terzo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 54 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
Rileva il ricorrente, in proposito, che sarebbe errata l’affermazione della Corte di merito secondo cui il Comune di Todi conservava intatti i propri poteri di custodia, ivi compresa la possibilità di emanare provvedimenti di urgenza in base al citato art. 54. Quest’ultimo, infatti, è entrato in vigore dopo i fatti di causa, che risalgono al 1992, per cui non poteva certamente essere applicato al caso in esame.
3.2. Il motivo non è fondato.
La previsione dell’art. 54, comma 4, sopra citato disposizione che riconosce al sindaco il potere di adottare provvedimenti contingibili e urgenti, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, a tutela dell’incolumità pubblica e della sicurezza urbana – non è che la sostanziale trasposizione dell’art. 38, comma 2, della legge 8 giugno 1990, n. 142, vigente all’epoca dei fatti di causa (norma la quale, a sua volta, affonda le proprie radici in altre assai più risalenti nel tempo); ma comunque, anche a prescindere da tale dato formale, resta che il richiamo a detta disposizione non è che una argomentazione di contorno, nell’economia della decisione impugnata, al fine di dimostrare la persistenza di poteri organizzativi e di custodia a carico del Comune di Todi.
4.1. Col quinto motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 cod. civ., oltre ad errata ed insufficiente valutazione del fatto del danneggiato ai fini della sussistenza del nesso di causalità e del caso fortuito.
Rileva il Comune ricorrente che dall’istruttoria svolta era emerso che la danneggiata C. conosceva molto bene lo stato dei luoghi ed era pienamente in grado di notare l’esistenza di un dislivello di circa 60 centimetri, sicché l’evento dannoso era da ricondurre a responsabilità esclusiva della stessa vittima e, eventualmente, a concorrente responsabilità della società Colle di Todi appaltatrice dei lavori, poiché alla stessa andava addebitata la mancata posa in opera delle necessarie passerelle.
4.2. Anche questo motivo non è fondato.
In relazione al punto della sussistenza di una responsabilità esclusiva della società appaltatrice, è sufficiente richiamare quanto si è detto a proposito del secondo e del quarto motivo.
Per quanto riguarda, invece, il riparto delle responsabilità, si osserva che la Corte d’appello ha motivato, con pienezza di argomenti ed in modo ineccepibile, ricostruendo la dinamica dell’incidente e lasciando chiaramente intuire che l’attribuzione alla C. di un concorso di colpa nella misura del 15 per cento poteva, semmai, apparire troppo severo nei confronti della medesima. Il che è del tutto condivisibile se si considera che, nel caso in esame, la C. si era trovata, uscendo dalla propria abitazione, a dover sopportare un salto di circa 60 centimetri, senza l’ausilio di alcuna passerella.
Il motivo si risolve, pertanto, nel tentativo di sollecitare questa Corte ad un nuovo e non consentito esame delle prove esistenti, al fine di conseguire un risultato processuale più favorevole.
5. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
A tale esito segue la condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in conformità ai soli parametri introdotti dal decreto ministeriale 20 luglio 2012, n. 140, sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 4.500, di cui Euro 200 per spese, oltre accessori di legge.

Contratto di assicurazione: limitazione della garanzia, la Cassazione non ci sta!

Su ricorso presentato dalla Compagnia Fondiaria Sai SpA avverso la sentenza d’Appello del Tribunale di Prato, la Corte di Cassazione ha definitivamente sentenziato che se il contratto di assicurazione della responsabilità civile prevede la limitazione della garanzia ai danni derivati da fatti accidentali, la garanzia assicurativa opera anche nell’ipotesi di fatti colposi.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 maggio – 26 giugno 2013, n. 16108
Presidente Spirito – Relatore Cirillo

Svolgimento del processo

1. Il Giudice di pace di Prato condannava la Prontocolor s.n.c. a pagare ad An..Pa. la somma di Euro 2.456 a titolo di risarcimento dei danni causati all’autovettura del medesimo da schizzi e macchie di vernice, nel corso dell’operazione di tinteggiatura di una recinzione metallica; contestualmente, quel Giudice respingeva la domanda con la quale la società convenuta aveva chiesto alla propria assicuratrice, la Fondiaria SAI s.p.a., di essere manlevata in caso di condanna.
2. Appellata la sentenza dalla Prontocolor s.n.c., il Tribunale di Prato, con sentenza del 19 agosto 2006, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, condannava la Fondiaria s.p.a. a tenere indenne la società appellante di tutte le somme dovute al Pa. , con condanna al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.
Preliminarmente, il Tribunale rilevava che non potevano essere utilizzate né la deposizione resa dalla teste M.F. né la c.t.u. espletata nell’ambito di una diversa causa, trattandosi di richieste istruttorie tardivamente formulate.
Nel merito, il Tribunale osservava che l’interpretazione del contratto di assicurazione stipulato tra le parti conduceva alla conclusione che la garanzia assicurativa era operante nella fattispecie. La relativa clausola, infatti, in conformità all’art. 1917 cod. civ., doveva essere interpretata nel senso che rientravano nella copertura assicurativa tutti i fatti dannosi non cagionati volontariamente, ossia anche quelli colposi, a prescindere dal grado della colpa. E poiché nel caso in esame era pacifico che l’imbrattamento della vettura del danneggiato era avvenuta nel mentre i dipendenti della Prontocolor s.n.c. stavano lavorando, non essendo ipotizzabile, da parte dei medesimi, un’azione dolosa, era chiaro che il fatto generatore del danno rientrava nella copertura prevista dalla polizza.
3. Avverso la sentenza del Tribunale di Prato propone ricorso per cassazione la Fondiaria SAI s.p.a., con atto affidato a due motivi.
Resiste con controricorso la Prontocolor s.n.c..

Motivi delia decisione

1.1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1917 cod. civ., oltre a omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Osserva la società ricorrente che la clausola contrattuale in discussione prevede che l’assicuratore sia obbligato a tenere indenne l’assicurato di quanto questi sia tenuto a pagare “in conseguenza di un fatto accidentale”. Essa sarebbe stata erroneamente interpretata dal Tribunale di Prato, nonostante il senso letterale delle espressioni ivi contenute rivelasse in modo pacifico il senso della comune volontà delle parti. E poiché possono esistere fatti non dolosi che, tuttavia, non sono accidentali, la limitazione, prevista nella clausola, ai soli fatti accidentali dovrebbe comportare l’esclusione della garanzia nel caso in esame; l’accidentalità, infatti, non esiste quando l’evento dannoso si verifica in dipendenza della sola attività dell’agente e delle stesse modalità con cui essa è stata predisposta ed eseguita.
Nel caso in esame, essendo pacifico che il danno si è determinato per un fattore umano – ossia la colpa dei dipendenti della Prontocolor s.n.c. – mancherebbero i requisiti necessari per poter configurare tale fatto come accidentale. L’interpretazione data dal Tribunale – secondo cui la garanzia sarebbe operativa per tutti i fatti non dolosi né fortuiti – sarebbe quindi errata, oltre che in contrasto con l’art. 1917 cod. civ., perché farebbe venire meno la natura aleatoria del contratto di assicurazione.
1.2. Il motivo, a conclusione del quale vengono formulati due diversi quesiti, è privo di fondamento.
Costituisce pacifica acquisizione della giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui il contratto di assicurazione della responsabilità civile che preveda nelle condizioni generali la limitazione della garanzia ai danni derivati da fatti accidentali è correttamente interpretato nel senso che la garanzia assicurativa opera anche nell’ipotesi di fatti colposi, non potendo ipotizzarsi un contratto di assicurazione in relazione a fatti meramente accidentali che, derivando da caso fortuito o da forza maggiore, non possono essere comunque fonte di responsabilità civile (principio contenuto già nella sentenza 5 aprile 1990, n. 2863, poi costantemente ribadito, fra le altre, dalle sentenze 10 aprile 1995, n. 4118, 28 febbraio 2008, n. 5273, e, da ultimo, 26 febbraio 2013, n. 4799).
Alla luce di tale orientamento – al quale l’odierna pronuncia intende dare continuità – risulta chiaro che la sentenza del Tribunale di Prato non è incorsa in alcuna delle violazioni censurate nel primo motivo di ricorso. Non vi è stata, infatti, né un’erronea interpretazione della clausola contrattuale – la quale disponeva l’operatività della garanzia assicurativa in relazione ai danni involontariamente cagionati a terzi in conseguenza di un fatto accidentale verificatosi nello svolgimento dell’attività dichiarata – né la ipotizzata lesione dell’art. 1917 cod. civ., il quale non a caso esclude dalla garanzia i danni derivanti da fatti dolosi. E la sentenza impugnata ha spiegato che l’incidente, consistito nell’imbrattamento di una vettura avvenuto nel corso dell’attività di verniciatura, era da ricondurre ad evidente disattenzione dei lavoratori dipendenti della società Prontocolor, ossia, appunto, ad un fatto accidentale.
2.1. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 61 e 191 cod. proc. civ., in relazione al mancato accoglimento delle istanze istruttorie.
Si osserva, al riguardo, che il Tribunale avrebbe errato nel non consentire l’acquisizione di una testimonianza e di una c.t.u. espletate in diverso procedimento, in quanto “un’eventuale richiesta di c.t.u. formulata al giudice dalle parti non può mai essere considerata tardiva”, non trattandosi di una richiesta istruttoria rimessa alla disponibilità delle parti. Il Tribunale, cioè, avrebbe potuto anche negare l’acquisizione della c.t.u. considerandola superflua, ma non avrebbe potuto rigettare la richiesta sull’errato presupposto della tardività della medesima.
2.2. Il motivo è inammissibile.
Anche volendo prescindere, infatti, dal dato formale per cui la censura avrebbe dovuto essere posta in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 4), cod. proc. civ., assume rilevanza decisiva la circostanza che l’odierno ricorrente si è limitato a lamentare che il Tribunale di Prato abbia rigettato, siccome tardiva, l’istanza di acquisizione di una testimonianza e di una c.t.u. espletata in un altro processo, senza riportarne in alcun modo il contenuto e senza dare conto, quindi, della rilevanza e della decisività delle prove che si sarebbero dovute acquisire. Così facendo il ricorrente non ha dimostrato la sussistenza di un effettivo interesse al rispetto delle norme processuali delle quali lamenta la violazione.
Questa Corte, inoltre, ha in più occasioni affermato che ricorrente il quale, in sede di legittimità, denunci la mancata ammissione di un mezzo istruttorie o la mancata valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, la S.C. deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (ordinanza 30 luglio 2010, n. 17915, conforme a pacifico orientamento).
3. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
A siffatta decisione segue la condanna della società ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo alla stregua dei soli parametri introdotti dal decreto ministeriale 20 luglio 2012, n. 140, sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 1.200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre accessori di legge.

Il danno non patrimoniale è indipendente dall’esistenza del reato

Con la sentenza del 30 aprile – 3 luglio 2013  n. 16612 la I° sezione civile della Corte di Cassazione ha ribadito che
il danno non patrimoniale, attinente alla personalità e alla dignità della persona, è indipendente dall’esistenza del reato.

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Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 30 aprile – 3 luglio 2013, n. 16612
Presidente Salmè – Relatore Dogliotti

Svolgimento del processo

Con atto di citazione, notificato in data 5-1-1996, P.E. conveniva in giudizio davanti il Tribunale di Lecce la Banca Tamborrino Sangiovanni, di cui era correntista, nonché fideiussore per una società, pure correntista, per sentir condannare la banca alla corresponsione dell’importo di un assegno, tratto sul suo conto corrente per L. 16.000.000 – (che la banca stessa non aveva pagato, avendo unilateralmente effettuato una compensazione del saldo attivo del predetto conto corrente con il credito da essa vantato nei confronti della società garantita), nonché al risarcimento dei danni relativi. Costituitosi il contraddittorio, il Credito Emiliano S.p.A., successore, chiedeva il rigetto della domanda.
Il Tribunale di Lecce, con sentenza in data 15-4-2003, dichiarava illegittimo il rifiuto di pagamento dell’assegno da parte della banca, e la condannava alla corresponsione dell’importo dell’assegno stesso, escludendo peraltro ogni risarcimento.
Proponeva appello il P. . Costituitosi il contraddittorio, il Credito Emiliano s.p.a. ne chiedeva il rigetto, e in via di appello incidentale, chiedeva la riforma della sentenza di primo grado, là dove esso era rimasto soccombente. La Corte d’Appello di Lecce, con sentenza 18-2-/19-10-2005, rigettava l’appello principale e dichiarava inammissibile per tardività quello incidentale.

Ricorre per cassazione il P..
Resiste, con controricorso, il Credito Emiliano S.p.A..

Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione dell’art. 112 c.p.c. nonché vizio di motivazione, in quanto la Corte d’Appello, pur avendo dichiarato inammissibile per tardività l’appello incidentale, aveva “tradito” la sua stessa pronuncia, sostenendo il comportamento pienamente legittimo della banca e traendone indebite conseguenze circa l’esclusione del risarcimento del danno. Con il secondo, violazione dell’art. 1253, 1243 e 1936 c.c. nonché vizio di motivazione, sostenendo la mancanza, al momento della compensazione, di una valida costituzione in mora. Con il terzo, violazione dell’art. 189 c.p.c. in relazione agli artt. 278, 183 e 184 c.p.c. nonché vizio di motivazione, in quanto il tribunale, che si era riservato di decidere ai sensi dell’art. 278 c.p.c., non avrebbe potuto emettere sentenza definitiva. Il primo motivo appare fondato.
Come precisa correttamente il ricorrente, la Corte, dopo aver dichiarato tardivo l’appello incidentale, ove, chiedendosi la revoca della condanna della banca alla corresponsione dell’importo dell’assegno, si intendeva affermare la legittimità del comportamento della banca stessa, ha in sostanza riesaminato tale profilo, ciò che non poteva fare, perché ormai la questione era coperta da giudicato, e ne ha tratto ulteriori conseguenze: ritenendo legittimo il comportamento della banca, in ordine all’avvenuta compensazione, ha affermato l’insussistenza del danno morale. Al contrario, il giudice d’appello avrebbe dovuto limitarsi a valutare la sussistenza di tale danno, sotto il profilo della sua effettiva consistenza e del nesso di causalità con il comportamento della banca, e non già pervenire ad escluderlo per difetto del presupposto.
Va precisato che la Corte afferma l’insussistenza del danno morale non configurandosi nel comportamento della banca il reato di appropriazione indebita, nonché del danno patrimoniale, per mancanza del nesso di causalità tra il comportamento della banca stessa e le perdite economiche ovvero il mancato guadagno del Tasca. Su tali affermazioni non vi è in sostanza contestazione da parte del ricorrente.
Rimane tuttavia una posta rilevante di danno, quello non patrimoniale, attinente alla personalità e alla dignità della persona, indipendentemente dall’esistenza di reato. Come si è detto, la Corte di merito non esamina tale profilo di danno, limitandosi ad insistere sulla legittimità del comportamento della banca, ciò che essa, come si è detto, non poteva fare. All’accoglimento del primo motivo consegue l’assorbimento del secondo.
Quanto al terzo motivo, esso va dichiarato inammissibile. E infatti sulla carenza di interesse, come affermata dal giudice d’appello (per il quale nessun pregiudizio era derivato all’odierno ricorrente dalla sentenza definitiva in primo grado, indipendentemente dalla legittimità di essa, posto che la richiesta prova testimoniale, dedotta dal P. , e implicitamente disattesa dal Tribunale, nulla avrebbe aggiunto riguardo al danno e al relativo nesso causale) non vi è alcuna argomentazione o contestazione da parte dell’odierno ricorrente.
Va pertanto accolto, nei termini di cui in motivazione, il ricorso, cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello di Lecce, in diversa composizione, che dovrà attenersi a quanto sopra indicato, e in particolare valutare, sulla base dell’illegittimo comportamento della banca, l’eventuale sussistenza del danno, determinandone l’ammontare. La Corte d’Appello si pronuncerà altresì sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata nei termini di cui in motivazione, e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Lecce, in diversa composizione.

Risarcimento diretto: chi devo citare in giudizio?

Molti ritengono doveroso, in osservanza all’art 149 c. 6 del Codice delle Assicurazioni private, rivolgersi giudizialmente alla propria Compagnia assicuratrice al fine di ottenere il risarcimento del danno subito. Orbene, è vero che l’interpretazione letterale di detto articolo potrebbe indurre a configurare un tale obbligo senza alternative, tuttavia, la Corte Costituzionale ha totalmente ribaltato questa lettura con la sentenza 10-19 Giugno 2009 n. 180. Difatti, con tale pronuncia  la Consulta ha precisato che la norma stabilisce una facultas agendi a favore del soggetto danneggiato, il quale non deve necessariamente agire contro la propria assicuratrice, ma può benissimo citare (azione tradizionale) la Compagnia del responsabile civile (controparte nell’incidente).

Quindi, nella fase stragiudiziale, il danneggiato può tentare di ottenere il risarcimento dalla propria Assicurazione, tuttavia, se non dovesse riuscire a raggiungere un accordo, non gli è preclusa la possibiltà di esercitare l’azione (incardinare la causa) contro il responsabile civile (la controparte nell’incidente) e la sua impresa assicuratrice.

La prescrizione del diritto al risarcimento dei danni da circolazione stradale e la mancata querela

Poichè mi sono pervenute molte domande su questo argomento ritengo opportuno segnalare che, con la sentenza n. 27337 del 18.11.2008, le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno stabilito che “nel caso in cui l’illecito civile sia considerato dalla legge come reato, ma il giudizio penale non sia stato promosso, anche se per mancata presentazione della querela, l’eventuale più lunga prescrizione prevista per il reato si applica anche all’azione di risarcimento, a condizione che il Giudice civile accerti, incidenter tantum, la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi ed oggettivi, e la prescrizione stessa decorre dalla data del fatto”.

Quindi, sulla scorta di quanto letto par di capire che il Giudice debba appurare, di volta in volta, se nel caso di specie sussistano l’elemento oggettivo (condotta) e soggettivo (dolo o colpa) propri di una fattispecie di reato. Se così fosse, il danneggiato gode di un termine prescrizionale del suo diritto al risarcimento più lungo di quello previsto nei primi due commi dell’art. 2947, indipendentemente dalla presentazione o meno della querela. Insomma, non è detto che il diritto al risarcimento del danno fisico si prescriva nel termine biennale.