Ho avuto un incidente stradale, che devo fare?

La prima cosa che dovrebbe fare chi rimane coinvolto in un sinistro è assicurarsi di provare in modo certo la dinamica. Come fare?
Sostanzialmente esiste una duplice soluzione:

1. Qualora non vi siano feriti gravi e la controparte si dimostri collaborativa è possibile compilare il cd. Modulo di Constatazione Amichevole (CAI), avendo cura di prestare la massima attenzione nella sua compilazione. È importante sapere che tale modello, una volta sottoscritto, costituisce prova della dinamica dell’incidente, presumendosi concordata tra le parti. Ritrattare quanto dichiarato nella “constatazione amichevole” non è mai del tutto semplice; occorrerebbero prove contrarie ed attendibili capaci di sostenere una diversa dinamica dei fatti (dichiarazioni testimoniali, fotografie della scena del sinistro e dei danni riportati dai mezzi che si dimostrino incompatibili con quanto descritto nella Cai…). Insomma, è sempre meglio perdere qualche minuto in più a rileggere quanto dichiarato (mettendosi così al riparo da brutte sorprese) piuttosto di veder leso il proprio diritto ad ottenere il risarcimento dei danni subiti.

2. Se, invece, la dinamica dovesse apparire dubbia è buona cosa interpellare le Autorità competenti (Carabinieri, Polstrada, Polizia Locale…), possibilmente senza spostare i mezzi.

Una volta accertata la dinamica è opportuno pensare a sé stessi e alla propria salute fisica. Questo consiglio è rivolto soprattutto a coloro che, lievemente feriti, non si affidano subito ad un medico per le opportune cure del caso, rischiando poi, col passare del tempo, di aggravare patologie che potevano essere trattate medicalmente sin da subito.  Quindi, quando si avvertono dei dolori di qualsiasi natura, per ed in conseguenza di un sinistro stradale, è importante recarsi subito al Pronto Soccorso, dove il personale medico potrà valutare l’entità delle lesioni subite.

A questo punto non resta che affidarsi ad un Professionista serio e competente, che sappia offrire delle solide garanzie in termini di conoscenze della materia risarcitoria.

N.B.: Per chi volesse approfondire l’argomento si suggerisce, sempre all’interno di questa categoria (infortunistica stradale), la lettura dell’articolo dal titolo “Come procede lo Studio Legale Mulas in caso di sinistro stradale tra veicoli”.

Responsabilità degli insegnanti

In tema di responsabilità civile dei maestri e dei precettori, per superare la presunzione di responsabilità, ex art. 2048 c.c., non è sufficiente la sola dimostrazione di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo dopo l’inizio della serie causale sfociante nella produzione del danno, ma è necessario anche dimostrare di aver adottato, in via preventiva, tutte le misure disciplinari e organizzative idonee ad evitare il sorgere di una situazione di pericolo favorevole al determinarsi di detta serie causale.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza n. 9337/16; depositata il 9 maggio

Incidente stradale, passeggero ferito. Risarcimento ridotto per il mancato uso di cinture di sicurezza

Una donna ha riportato dei seri danni alla propria salute psico – fisica in quanto vittima, come persona trasportata, di un incidente stradale. E’ stata accolta e confermata in sede di legittimità la sua richiesta di risarcimento: a pagare il conducente della vettura e la Compagnia assicurativa.
Tuttavia, la cifra liquidata dai giudici è risultata inferiore a quella domandata dalla donna. Decisivo il fatto che la danneggiata non avesse indossato le cinture di sicurezza e che, per tale ragione, avesse concorso alla produzione del danno patito.
Corte di Cassazione, sentenza n. 126/2016, depositata l’8 gennaio scorso.

Non sussiste oggi colpa medica se i macchinari tecnici dell’epoca non fornivano certezze

A carico della struttura sanitaria vi è l’obbligo, in base al contratto di spedialità, di mettere a disposizione il personale sanitario e le necessarie attrezzature idonee ed efficienti, della cui inadeguatezza la struttura risponde in maniera esclusiva. Solo nel caso la struttura sia inadempiente scatta l’obbligo, sia da parte della struttura sanitaria che del medico, di informare il paziente di poter ricorrere a centri di più elevata specializzazione.
Insomma, soltanto “ove le apparecchiature tecniche non siano adeguate allo scopo” si impone al medico e alla struttura di indirizzare il paziente ad un centro maggiormente specializzato.

(Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 4540/16; depositata l’ 8 marzo)

La responsabilità (contrattuale) della scuola per danno da autolesione dell’alunno.

Principio consolidato della Corte di Cassazione è quello per cui, in caso di danno cagionato dall’alunno a sé stesso, la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante ha natura contrattuale. Quindi, sorge l’obbligo di vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità dell’alunno nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni.

Tra insegnate e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico nell’ambito del quale il primo assume anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l’alunno si procuri da solo un danno alla persona» (così Cass. Sez. Unite 27/06/2002 n. 9346).
Da ciò, consequenzialmente, deriva l’applicabilità del regime probatorio di cui all’art. 1218 c.c., in virtù del quale al danneggiato è imposto solo di provare che l’evento dannoso si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, mentre incombe sulla scuola l’onere di dimostrare che l’evento sia stato determinato da una causa non imputabile né alla scuola né all’insegnate.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 3695/2016; depositata il 25 febbraio

tamponato da veicolo sconosciuto: non è obbligatoria la querela per essere risarciti

Nelle ipotesi di sinistro stradale generato da un veicolo non identificato, il non aver denunciato il fatto alle Autorità non è sufficiente a rigettare la domanda di risarcimento proposta dal danneggiato nei confronti dell’impresa indicata dal Fondo di Garanzia per le vittime della strada.
Il danneggiato, infatti, non ha l’obbligo si presentare la querela per ottenere il risarcimento, essendo, tale adempimento, un mero indizio in relazione al fatto che il sinistro abbia avuto luogo.

Corte Cassazione sez. III Civile, sentenza 20 novembre 2015 – 17 febbraio 2016, n. 3019

danno provocato da autocarro in sosta: l’Assicurazione deve pagare!

Un uomo muore in seguito alle lesioni riportate per un sinistro stradale, in quanto colpito dalla rampa del rimorchio di un autocarro parcheggiato sulla pubblica via.
I familiari della vittima, pertanto, convenivano in giudizio il proprietario dell’autocarro e la Compagnia di assicurazioni del veicolo, per ottenere il risarcimento dei danni patiti in conseguenza della morte del loro congiunto.

Nonostante in primo grado il Tribunale avesse accolto l’istanza risarcitoria, nel giudizio di secondo grado la Corte d’Appello rigettava la domanda dei familiari della vittima poiché il sinistro, stando al parere dei giudici, non rientrava tra gli eventi coperti da assicurazione obbligatoria per la circolazione del veicolo.

Tuttavia, la Suprema Corte di Cassazione, chiamate a decidere nel giudizio di legittimità, ha elaborato il principio di diritto secondo il quale la nozione di circolazione stradale, ex art. 2054 c.c., contempla anche le ipotesi in cui il veicolo sia in posizione di arresto, sia in relazione all’ingombro operato dalla vettura sugli spazi adibiti alla circolazione, sia con riferimento alle operazioni propedeutiche alla partenza o collegate alla fermata, oppure ancora a tutte le attività che il veicolo è destinato a compiere e per le quali può circolare. Quindi, la Corte Suprema ha chiarito che nel caso di veicolo non sottoposto al controllo del conducente, in quanto in sosta presso la pubblica via, il proprietario della vettura non può sottrarsi ai danni derivanti dalla circolazione, comprendente tanto il movimento quanto il fermo del mezzo, e connessi a vizi di costruzione o difetto di manutenzione.

Per tale ragione, la Cassazione ha condannato la compagnia assicuratrice al risarcimento dei danni.

Corte di Cassazione,  sentenza n. 3257/2016, depositata il 19 febbraio.

 

tombino fuori dalla pista di atletica: il danno lo paga il Comune

Un amante  dell’atletica, nonostante la disponibilità della pista dello Stadio Comunale, decide di correre ed allenarsi all’esterno delle corsie numerate. Purtroppo, però, a causa di un tombino nascosto, lo sportivo inciampa e cade a terra, procurandosi diverse lesioni. L’uomo, assolutamente convinto della responsabilità del Comune (proprietario dell’impianto), decide di agire in giudizio per ottenere il risarcimento di tutti i danni patiti. Tuttavia, sia il Tribunale sia la Corte d’Appello reputano pretestuosa la domanda, ritenendo che l’atleta poteva evitare di allenarsi all’esterno della pista, in quanto pienamente consapevole dello stato dei luoghi. Tale visione, però, è fatta a pezzi dai giudici della Suprema Corte di Cassazione (Cass., ord. n. 4659/2014, Sesta Sezione Civile), per i quali «il luogo dell’incidente, pur esterno alle corsie numerate, era normalmente utilizzato per correre, in assenza di segnaletica che ne impedisse l’uso e di disposizioni orali da parte dei custodi». Ciò conduce a ritenere che lo spazio, utilizzato dalla donna per fare jogging, fosse «predisposto per la corsa», come dimostrato dall’assenza di «divieti» ad hoc e dalla constatazione che esso «era ricoperto dello stesso materiale» – tartan – utilizzato «per le corsie adibite all’allenamento».

La possibilità di vivere più a lungo è un bene risarcibile

Solo qualche giorno fa, il 27 marzo 2014, è stata depositata  un’importante sentenza in tema di risarcimento da responsabilità medica, pronunciata dai Giudici della sezione III della Suprema Corte di Cassazione:

“..In tema di responsabilità medica, dà luogo a danno risarcibile l’errata esecuzione di un intervento chirurgico praticabile per rallentare l’esito certamente infausto di una malattia, che abbia comportato la perdita per il paziente della chance di vivere per un periodo di tempo più lungo rispetto a quello poi effettivamente vissuto. In tale eventualità, le possibilità di sopravvivenza, misurate in astratto secondo criteri percentuali, rilevano ai fini della liquidazione equitativa del danno, che dovrà altresì tenere conto dello scarto temporale tra la durata della sopravvivenza effettiva e quella della sopravvivenza possibile in caso di intervento chirurgico corretto”.

Cade davanti a casa perchè il cantiere non è interdetto alla circolazione: paga l’appaltatore ed il Comune

Cade davanti al portone di casa per via di alcuni lavori al manto stradale.

Il cantiere non è messo in sicurezza in quanto non è delimitato in modo tale da impedire la circolazione, quindi la responsabilità per omessa custodia grava anche sul Comune.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 maggio – 25 giugno 2013, n. 15882
Presidente Spirito – Relatore Cirillo

Svolgimento del processo

1. V..C. conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Perugia, il Comune di Todi e la società Colle di Todi a r.l. chiedendo che fossero condannati in solido a risarcirle i danni conseguenti ad una caduta verificatasi all’uscita della propria abitazione, sita a (OMISSIS) . Esponeva l’attrice che tale evento dannoso era stato determinato dall’esistenza di un dislivello venutosi a creare tra la porta della sua abitazione ed il fondo stradale, a causa di lavori di ristrutturazione eseguiti dalla società Colle di Todi che avevano comportato la rimozione della pavimentazione esistente.
Si costituivano entrambi i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda; il Comune di Todi chiedeva di poter chiamare in causa la Regione Umbria, la quale si costituiva eccependo il proprio difetto di legittimazione passiva.
Il Tribunale, con sentenza del 12 dicembre 2002, accoglieva la domanda nei confronti del Comune di Todi e della società Colle di Todi a r.l., che condannava al pagamento della somma di Euro 33.707,22, riconoscendo un concorso di colpa della C. nella misura del 15 per cento.
2. Avverso tale pronuncia proponeva appello il Comune di Todi cui si affiancava quello della società Colle di Todi, mentre la Regione Umbria e V..C. chiedevano la conferma dell’impugnata sentenza.
La Corte d’appello di Perugia, con sentenza del 15 dicembre 2006, rigettava l’appello, confermava la sentenza impugnata e condannava il Comune di Todi al pagamento delle ulteriori spese del grado nei confronti della C. e della Regione Umbria.
Osservava la Corte territoriale, per quanto ancora interessa in questa sede, che il fatto che il Comune avesse affidato lo svolgimento dei lavori ad una società esterna non faceva venire meno il suo potere-dovere di vigilanza, che costituisce conseguenza del diritto di proprietà sul bene pubblico. Né risultava che l’affidamento dei lavori avesse determinato un qualche temporaneo affievolimento delle prerogative essenziali del diritto di proprietà.
La conservazione necessaria, in capo al Comune, dei poteri autoritativi sul bene – ivi compresi quelli di cui all’art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 – rendeva impossibile ipotizzare che fossero venuti meno gli obblighi di custodia; obblighi che, del resto, non possono essere dismessi “a piacimento”, sicché il sopravvenire di una concorrente responsabilità di altro soggetto “si somma ai doveri dell’ente senza eliderli in alcun modo”.
Quanto all’art. 2051 cod. civ., poi, la Corte perugina rilevava che il venire meno dell’obbligo di custodia potrebbe ipotizzarsi solo in presenza di beni pubblici che, a causa della loro estensione o configurazione, rendano in effetti impossibile un controllo; circostanza, questa, che non ricorreva nel caso di specie, perché i lavori di rifacimento della pavimentazione stradale riguardavano “luoghi estesi della città, ma determinati e non enormi”.
In riferimento all’attribuzione della responsabilità, in tutto o in parte, alla C. , il giudice d’appello poneva in evidenza che la ricostruzione del fatto induceva ad escludere che l’evento dannoso potesse essere ricondotto a responsabilità unica dell’appellata. Costei, infatti, settantanovenne all’epoca dei fatti, si era trovata a dover fare “una specie di salto in basso di circa 60 centimetri” senza alcun appoggio, anche perché il portone della sua abitazione era rimasto privo della necessaria passerella; sicché l’attribuzione a suo carico di un 15 per cento di responsabilità appariva addirittura criticabile per eccessiva severità.
3. Avverso la sentenza della Corte d’appello di Perugia propone ricorso il Comune di Todi, con atto affidato a cinque motivi.
Resistono con separati controricorsi la società Colle di Todi e la Regione Umbria.
Il Comune di Todi e la società Colle di Todi hanno presentato memoria.

Motivi della decisione

1.1. Col primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 5), cod. proc. civ., omessa o insufficiente motivazione circa la natura, la tipologia, l’entità e l’estensione dei lavori relativi al Comune di Todi.
Rileva il ricorrente che era stata commissionata alla società cooperativa Colle di Todi l’esecuzione di una serie talmente imponente di lavori che si trattava della costruzione di una nuova opera e non della modifica di quella precedente, sicché non era ipotizzabile l’esistenza di un obbligo di custodia. A norma dell’art. 28 della Convenzione, infatti, il Comune di Todi si era spogliato della custodia, essendo la medesima affidata alla società appaltatrice dei lavori, la quale si era impegnata alla manutenzione fino alla formale consegna delle opere realizzate.
1.2. Premesso che la censura, posta in termini di vizio di motivazione, manca del necessario momento di sintesi trattandosi di ricorso soggetto, ratione temporis, alla disposizione di cui all’art. 366-bis cod. proc. civ. – essa si risolve, in sostanza, in una critica all’operato della Corte d’appello in ordine all’interpretazione dell’art. 28 della convenzione intercorsa tra la Regione Umbria e la società Colle di Todi. Ora, anche volendo trascurare il dato formale per il quale una simile censura avrebbe dovuto essere posta come violazione di legge e, specificamente, come violazione delle regole in tema di ermeneutica contrattuale, resta il fatto decisivo che, ove anche fosse esatto il rilievo per il quale alla società appaltatrice era stata commissionata la costruzione di una nuova opera, ciò comunque non si tradurrebbe, di per sé, nell’automatico venire meno dell’obbligo di custodia; in conformità a quanto meglio si dirà nell’esame degli altri motivi.
2. Conviene esaminare congiuntamente, per ragioni di economia processuale, il secondo ed il quarto motivo di ricorso.
2.1. Col secondo motivo si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 del codice civile.
Osserva il ricorrente che la decisione della Corte d’appello si fonda sulla convinzione che il potere-dovere di K i custodia esistente a carico dell’ente pubblico sia una conseguenza del diritto di proprietà; nel caso specifico, invece, il Comune di Todi non poteva continuare ad esercitare l’attività di custodia, trattandosi di lavori pubblici di notevole entità in relazione ai quali la custodia della cosa era affidata alla società appaltatrice.
2.2. Col quarto motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 cod. civ., in riferimento alle leggi speciali per il risanamento del colle di Todi.
Osserva in proposito il ricorrente – richiamando la sentenza 6 luglio 2006, n. 15383, di questa Corte – che la sentenza impugnata avrebbe omesso di considerare l’esistenza di una relazione qualificata tra i beni in questione ed altri soggetti, nella specie la Regione Umbria e la società appaltatrice dei lavori. Il Consiglio comunale di Todi, con delibera del 2 marzo 1990, aveva dato atto della propria impossibilità di esercitare un’adeguata custodia dei beni assoggettati ai lavori di rinnovamento urbano; e ciò farebbe venire meno i poteri di custodia e vigilanza, perché per fattori oggettivi la cosa era stata sottratta al dominio del Comune stesso.
2.3. Entrambi i motivi, i quali pongono all’esame della Corte il problema dei limiti della responsabilità a titolo di custodia, sono privi di fondamento.
La giurisprudenza di questa Corte ha anche di recente ribadito, in conformità ad un pacifico orientamento, che la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia, prevista dall’art. 2051 cod. civ., ha carattere oggettivo, essendo sufficiente, per la sua configurazione, la dimostrazione da parte dell’attore del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con il bene in custodia: una volta provate queste circostanze, il custode, per escludere la propria responsabilità, ha l’onere di provare il caso fortuito, ossia l’esistenza di un fattore estraneo che, per il suo carattere di imprevedibilità e di eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso causale (così, più di recente, le sentenze 19 maggio 2011, n. 11016, e 5 febbraio 2013, n. 2660). D’altra parte, il rapporto di custodia è stato identificato come una relazione di fatto tra il soggetto e la cosa che sia tale da consentirne il “potere di governo”, ossia la possibilità di esercitare un controllo tale da eliminare le situazioni di pericolo insorte e da escludere i terzi dal contatto con la cosa (sentenza 12 luglio 2006, n. 15779), ove essa sia fonte di pericolo.
Nonostante il carattere oggettivo di tale responsabilità, la quale è esclusa soltanto dalla prova del caso fortuito, la giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto che il comportamento colposo del danneggiato può – secondo un ordine crescente di gravità – atteggiarsi come concorso causale colposo, valutabile ai sensi dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., ovvero addirittura giungere ad escludere del tutto la responsabilità del custode (v. sentenza n. 15779 del 2006 cit.)- Si è detto, infatti, che il dovere di segnalare il pericolo, che costituisce normale obbligo gravante sul custode, si arresta in presenza di un uso improprio, anomalo e del tutto imprevedibile della cosa, la cui pericolosità sia talmente evidente da integrare essa stessa gli estremi del caso fortuito (v. la sentenza 19 febbraio 2008, n. 4279, nonché la sentenza 4 dicembre 2012, n. 21727).
In relazione al problema specifico dell’obbligo di custodia connesso all’esistenza di un cantiere stradale, questa Corte ha affermato che, qualora l’area di cantiere risulti completamente enucleata, delimitata ed affidata all’esclusiva custodia dell’appaltatore, con conseguente assoluto divieto su di essa del traffico veicolare e pedonale, dei danni subiti all’interno di questa area risponde esclusivamente l’appaltatore, che ne è l’unico custode. Allorquando, invece, l’area su cui vengono eseguiti i lavori e insiste il cantiere risulti ancora adibita al traffico e, quindi, utilizzata a fini di circolazione, questa situazione dimostra la conservazione della custodia da parte dell’ente titolare della strada, sia pure insieme all’appaltatore, sicché la responsabilità ai sensi dell’art. 2051 cod. civ. sussiste sia a carico dell’appaltatore che dell’ente (sentenze 6 luglio 2006, n. 15383, 16 maggio 2008, n. 12425, e 23 luglio 2012, n. 12811).
2.4. Alle citate pronunce si intende dare continuità.
Nella specie, è indubbio che l’area interessata dai lavori stradali non era interdetta al pubblico, tanto che la C. ha patito l’incidente per cui è causa uscendo dalla propria abitazione. Correttamente, pertanto, la Corte d’appello è pervenuta alla conclusione della persistenza dell’obbligo di custodia a carico anche del Comune di Todi, in solido con la società appaltatrice, non essendo stata fornita alcuna prova dell’esistenza di ragioni oggettive che avrebbero dovuto escludere la responsabilità del Comune; né va trascurato che è stato riconosciuto un concorso di colpa anche a carico della C. .
Il quadro non muta in base alle leggi speciali – citate nel quarto motivo di ricorso – relative al risanamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi; esse, infatti, non prevedono alcun esonero di responsabilità dei Comuni interessati, ma soltanto un obbligo di attivazione da parte della Regione Umbria per l’esecuzione dei progetti necessari al fine di evitare i movimenti franosi e di sollecitare il pieno recupero delle due zone, di particolare rilievo artistico ed ambientale (si vedano, ad esempio, l’art. 2 della legge 25 maggio 1978, n. 230, e l’art. 2 della legge 12 giugno 1984, n. 227).
3.1. Col terzo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 54 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
Rileva il ricorrente, in proposito, che sarebbe errata l’affermazione della Corte di merito secondo cui il Comune di Todi conservava intatti i propri poteri di custodia, ivi compresa la possibilità di emanare provvedimenti di urgenza in base al citato art. 54. Quest’ultimo, infatti, è entrato in vigore dopo i fatti di causa, che risalgono al 1992, per cui non poteva certamente essere applicato al caso in esame.
3.2. Il motivo non è fondato.
La previsione dell’art. 54, comma 4, sopra citato disposizione che riconosce al sindaco il potere di adottare provvedimenti contingibili e urgenti, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, a tutela dell’incolumità pubblica e della sicurezza urbana – non è che la sostanziale trasposizione dell’art. 38, comma 2, della legge 8 giugno 1990, n. 142, vigente all’epoca dei fatti di causa (norma la quale, a sua volta, affonda le proprie radici in altre assai più risalenti nel tempo); ma comunque, anche a prescindere da tale dato formale, resta che il richiamo a detta disposizione non è che una argomentazione di contorno, nell’economia della decisione impugnata, al fine di dimostrare la persistenza di poteri organizzativi e di custodia a carico del Comune di Todi.
4.1. Col quinto motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 cod. civ., oltre ad errata ed insufficiente valutazione del fatto del danneggiato ai fini della sussistenza del nesso di causalità e del caso fortuito.
Rileva il Comune ricorrente che dall’istruttoria svolta era emerso che la danneggiata C. conosceva molto bene lo stato dei luoghi ed era pienamente in grado di notare l’esistenza di un dislivello di circa 60 centimetri, sicché l’evento dannoso era da ricondurre a responsabilità esclusiva della stessa vittima e, eventualmente, a concorrente responsabilità della società Colle di Todi appaltatrice dei lavori, poiché alla stessa andava addebitata la mancata posa in opera delle necessarie passerelle.
4.2. Anche questo motivo non è fondato.
In relazione al punto della sussistenza di una responsabilità esclusiva della società appaltatrice, è sufficiente richiamare quanto si è detto a proposito del secondo e del quarto motivo.
Per quanto riguarda, invece, il riparto delle responsabilità, si osserva che la Corte d’appello ha motivato, con pienezza di argomenti ed in modo ineccepibile, ricostruendo la dinamica dell’incidente e lasciando chiaramente intuire che l’attribuzione alla C. di un concorso di colpa nella misura del 15 per cento poteva, semmai, apparire troppo severo nei confronti della medesima. Il che è del tutto condivisibile se si considera che, nel caso in esame, la C. si era trovata, uscendo dalla propria abitazione, a dover sopportare un salto di circa 60 centimetri, senza l’ausilio di alcuna passerella.
Il motivo si risolve, pertanto, nel tentativo di sollecitare questa Corte ad un nuovo e non consentito esame delle prove esistenti, al fine di conseguire un risultato processuale più favorevole.
5. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
A tale esito segue la condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in conformità ai soli parametri introdotti dal decreto ministeriale 20 luglio 2012, n. 140, sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 4.500, di cui Euro 200 per spese, oltre accessori di legge.

Contratto di assicurazione: limitazione della garanzia, la Cassazione non ci sta!

Su ricorso presentato dalla Compagnia Fondiaria Sai SpA avverso la sentenza d’Appello del Tribunale di Prato, la Corte di Cassazione ha definitivamente sentenziato che se il contratto di assicurazione della responsabilità civile prevede la limitazione della garanzia ai danni derivati da fatti accidentali, la garanzia assicurativa opera anche nell’ipotesi di fatti colposi.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 maggio – 26 giugno 2013, n. 16108
Presidente Spirito – Relatore Cirillo

Svolgimento del processo

1. Il Giudice di pace di Prato condannava la Prontocolor s.n.c. a pagare ad An..Pa. la somma di Euro 2.456 a titolo di risarcimento dei danni causati all’autovettura del medesimo da schizzi e macchie di vernice, nel corso dell’operazione di tinteggiatura di una recinzione metallica; contestualmente, quel Giudice respingeva la domanda con la quale la società convenuta aveva chiesto alla propria assicuratrice, la Fondiaria SAI s.p.a., di essere manlevata in caso di condanna.
2. Appellata la sentenza dalla Prontocolor s.n.c., il Tribunale di Prato, con sentenza del 19 agosto 2006, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, condannava la Fondiaria s.p.a. a tenere indenne la società appellante di tutte le somme dovute al Pa. , con condanna al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.
Preliminarmente, il Tribunale rilevava che non potevano essere utilizzate né la deposizione resa dalla teste M.F. né la c.t.u. espletata nell’ambito di una diversa causa, trattandosi di richieste istruttorie tardivamente formulate.
Nel merito, il Tribunale osservava che l’interpretazione del contratto di assicurazione stipulato tra le parti conduceva alla conclusione che la garanzia assicurativa era operante nella fattispecie. La relativa clausola, infatti, in conformità all’art. 1917 cod. civ., doveva essere interpretata nel senso che rientravano nella copertura assicurativa tutti i fatti dannosi non cagionati volontariamente, ossia anche quelli colposi, a prescindere dal grado della colpa. E poiché nel caso in esame era pacifico che l’imbrattamento della vettura del danneggiato era avvenuta nel mentre i dipendenti della Prontocolor s.n.c. stavano lavorando, non essendo ipotizzabile, da parte dei medesimi, un’azione dolosa, era chiaro che il fatto generatore del danno rientrava nella copertura prevista dalla polizza.
3. Avverso la sentenza del Tribunale di Prato propone ricorso per cassazione la Fondiaria SAI s.p.a., con atto affidato a due motivi.
Resiste con controricorso la Prontocolor s.n.c..

Motivi delia decisione

1.1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1917 cod. civ., oltre a omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Osserva la società ricorrente che la clausola contrattuale in discussione prevede che l’assicuratore sia obbligato a tenere indenne l’assicurato di quanto questi sia tenuto a pagare “in conseguenza di un fatto accidentale”. Essa sarebbe stata erroneamente interpretata dal Tribunale di Prato, nonostante il senso letterale delle espressioni ivi contenute rivelasse in modo pacifico il senso della comune volontà delle parti. E poiché possono esistere fatti non dolosi che, tuttavia, non sono accidentali, la limitazione, prevista nella clausola, ai soli fatti accidentali dovrebbe comportare l’esclusione della garanzia nel caso in esame; l’accidentalità, infatti, non esiste quando l’evento dannoso si verifica in dipendenza della sola attività dell’agente e delle stesse modalità con cui essa è stata predisposta ed eseguita.
Nel caso in esame, essendo pacifico che il danno si è determinato per un fattore umano – ossia la colpa dei dipendenti della Prontocolor s.n.c. – mancherebbero i requisiti necessari per poter configurare tale fatto come accidentale. L’interpretazione data dal Tribunale – secondo cui la garanzia sarebbe operativa per tutti i fatti non dolosi né fortuiti – sarebbe quindi errata, oltre che in contrasto con l’art. 1917 cod. civ., perché farebbe venire meno la natura aleatoria del contratto di assicurazione.
1.2. Il motivo, a conclusione del quale vengono formulati due diversi quesiti, è privo di fondamento.
Costituisce pacifica acquisizione della giurisprudenza di questa Corte il principio secondo cui il contratto di assicurazione della responsabilità civile che preveda nelle condizioni generali la limitazione della garanzia ai danni derivati da fatti accidentali è correttamente interpretato nel senso che la garanzia assicurativa opera anche nell’ipotesi di fatti colposi, non potendo ipotizzarsi un contratto di assicurazione in relazione a fatti meramente accidentali che, derivando da caso fortuito o da forza maggiore, non possono essere comunque fonte di responsabilità civile (principio contenuto già nella sentenza 5 aprile 1990, n. 2863, poi costantemente ribadito, fra le altre, dalle sentenze 10 aprile 1995, n. 4118, 28 febbraio 2008, n. 5273, e, da ultimo, 26 febbraio 2013, n. 4799).
Alla luce di tale orientamento – al quale l’odierna pronuncia intende dare continuità – risulta chiaro che la sentenza del Tribunale di Prato non è incorsa in alcuna delle violazioni censurate nel primo motivo di ricorso. Non vi è stata, infatti, né un’erronea interpretazione della clausola contrattuale – la quale disponeva l’operatività della garanzia assicurativa in relazione ai danni involontariamente cagionati a terzi in conseguenza di un fatto accidentale verificatosi nello svolgimento dell’attività dichiarata – né la ipotizzata lesione dell’art. 1917 cod. civ., il quale non a caso esclude dalla garanzia i danni derivanti da fatti dolosi. E la sentenza impugnata ha spiegato che l’incidente, consistito nell’imbrattamento di una vettura avvenuto nel corso dell’attività di verniciatura, era da ricondurre ad evidente disattenzione dei lavoratori dipendenti della società Prontocolor, ossia, appunto, ad un fatto accidentale.
2.1. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 61 e 191 cod. proc. civ., in relazione al mancato accoglimento delle istanze istruttorie.
Si osserva, al riguardo, che il Tribunale avrebbe errato nel non consentire l’acquisizione di una testimonianza e di una c.t.u. espletate in diverso procedimento, in quanto “un’eventuale richiesta di c.t.u. formulata al giudice dalle parti non può mai essere considerata tardiva”, non trattandosi di una richiesta istruttoria rimessa alla disponibilità delle parti. Il Tribunale, cioè, avrebbe potuto anche negare l’acquisizione della c.t.u. considerandola superflua, ma non avrebbe potuto rigettare la richiesta sull’errato presupposto della tardività della medesima.
2.2. Il motivo è inammissibile.
Anche volendo prescindere, infatti, dal dato formale per cui la censura avrebbe dovuto essere posta in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 4), cod. proc. civ., assume rilevanza decisiva la circostanza che l’odierno ricorrente si è limitato a lamentare che il Tribunale di Prato abbia rigettato, siccome tardiva, l’istanza di acquisizione di una testimonianza e di una c.t.u. espletata in un altro processo, senza riportarne in alcun modo il contenuto e senza dare conto, quindi, della rilevanza e della decisività delle prove che si sarebbero dovute acquisire. Così facendo il ricorrente non ha dimostrato la sussistenza di un effettivo interesse al rispetto delle norme processuali delle quali lamenta la violazione.
Questa Corte, inoltre, ha in più occasioni affermato che ricorrente il quale, in sede di legittimità, denunci la mancata ammissione di un mezzo istruttorie o la mancata valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, la S.C. deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con indagini integrative (ordinanza 30 luglio 2010, n. 17915, conforme a pacifico orientamento).
3. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
A siffatta decisione segue la condanna della società ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo alla stregua dei soli parametri introdotti dal decreto ministeriale 20 luglio 2012, n. 140, sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 1.200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre accessori di legge.

Il danno non patrimoniale è indipendente dall’esistenza del reato

Con la sentenza del 30 aprile – 3 luglio 2013  n. 16612 la I° sezione civile della Corte di Cassazione ha ribadito che
il danno non patrimoniale, attinente alla personalità e alla dignità della persona, è indipendente dall’esistenza del reato.

Se ne consiglia la lettura:

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 30 aprile – 3 luglio 2013, n. 16612
Presidente Salmè – Relatore Dogliotti

Svolgimento del processo

Con atto di citazione, notificato in data 5-1-1996, P.E. conveniva in giudizio davanti il Tribunale di Lecce la Banca Tamborrino Sangiovanni, di cui era correntista, nonché fideiussore per una società, pure correntista, per sentir condannare la banca alla corresponsione dell’importo di un assegno, tratto sul suo conto corrente per L. 16.000.000 – (che la banca stessa non aveva pagato, avendo unilateralmente effettuato una compensazione del saldo attivo del predetto conto corrente con il credito da essa vantato nei confronti della società garantita), nonché al risarcimento dei danni relativi. Costituitosi il contraddittorio, il Credito Emiliano S.p.A., successore, chiedeva il rigetto della domanda.
Il Tribunale di Lecce, con sentenza in data 15-4-2003, dichiarava illegittimo il rifiuto di pagamento dell’assegno da parte della banca, e la condannava alla corresponsione dell’importo dell’assegno stesso, escludendo peraltro ogni risarcimento.
Proponeva appello il P. . Costituitosi il contraddittorio, il Credito Emiliano s.p.a. ne chiedeva il rigetto, e in via di appello incidentale, chiedeva la riforma della sentenza di primo grado, là dove esso era rimasto soccombente. La Corte d’Appello di Lecce, con sentenza 18-2-/19-10-2005, rigettava l’appello principale e dichiarava inammissibile per tardività quello incidentale.

Ricorre per cassazione il P..
Resiste, con controricorso, il Credito Emiliano S.p.A..

Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione dell’art. 112 c.p.c. nonché vizio di motivazione, in quanto la Corte d’Appello, pur avendo dichiarato inammissibile per tardività l’appello incidentale, aveva “tradito” la sua stessa pronuncia, sostenendo il comportamento pienamente legittimo della banca e traendone indebite conseguenze circa l’esclusione del risarcimento del danno. Con il secondo, violazione dell’art. 1253, 1243 e 1936 c.c. nonché vizio di motivazione, sostenendo la mancanza, al momento della compensazione, di una valida costituzione in mora. Con il terzo, violazione dell’art. 189 c.p.c. in relazione agli artt. 278, 183 e 184 c.p.c. nonché vizio di motivazione, in quanto il tribunale, che si era riservato di decidere ai sensi dell’art. 278 c.p.c., non avrebbe potuto emettere sentenza definitiva. Il primo motivo appare fondato.
Come precisa correttamente il ricorrente, la Corte, dopo aver dichiarato tardivo l’appello incidentale, ove, chiedendosi la revoca della condanna della banca alla corresponsione dell’importo dell’assegno, si intendeva affermare la legittimità del comportamento della banca stessa, ha in sostanza riesaminato tale profilo, ciò che non poteva fare, perché ormai la questione era coperta da giudicato, e ne ha tratto ulteriori conseguenze: ritenendo legittimo il comportamento della banca, in ordine all’avvenuta compensazione, ha affermato l’insussistenza del danno morale. Al contrario, il giudice d’appello avrebbe dovuto limitarsi a valutare la sussistenza di tale danno, sotto il profilo della sua effettiva consistenza e del nesso di causalità con il comportamento della banca, e non già pervenire ad escluderlo per difetto del presupposto.
Va precisato che la Corte afferma l’insussistenza del danno morale non configurandosi nel comportamento della banca il reato di appropriazione indebita, nonché del danno patrimoniale, per mancanza del nesso di causalità tra il comportamento della banca stessa e le perdite economiche ovvero il mancato guadagno del Tasca. Su tali affermazioni non vi è in sostanza contestazione da parte del ricorrente.
Rimane tuttavia una posta rilevante di danno, quello non patrimoniale, attinente alla personalità e alla dignità della persona, indipendentemente dall’esistenza di reato. Come si è detto, la Corte di merito non esamina tale profilo di danno, limitandosi ad insistere sulla legittimità del comportamento della banca, ciò che essa, come si è detto, non poteva fare. All’accoglimento del primo motivo consegue l’assorbimento del secondo.
Quanto al terzo motivo, esso va dichiarato inammissibile. E infatti sulla carenza di interesse, come affermata dal giudice d’appello (per il quale nessun pregiudizio era derivato all’odierno ricorrente dalla sentenza definitiva in primo grado, indipendentemente dalla legittimità di essa, posto che la richiesta prova testimoniale, dedotta dal P. , e implicitamente disattesa dal Tribunale, nulla avrebbe aggiunto riguardo al danno e al relativo nesso causale) non vi è alcuna argomentazione o contestazione da parte dell’odierno ricorrente.
Va pertanto accolto, nei termini di cui in motivazione, il ricorso, cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello di Lecce, in diversa composizione, che dovrà attenersi a quanto sopra indicato, e in particolare valutare, sulla base dell’illegittimo comportamento della banca, l’eventuale sussistenza del danno, determinandone l’ammontare. La Corte d’Appello si pronuncerà altresì sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e cassa la sentenza impugnata nei termini di cui in motivazione, e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Lecce, in diversa composizione.

Risarcimento diretto: chi devo citare in giudizio?

Molti ritengono doveroso, in osservanza all’art 149 c. 6 del Codice delle Assicurazioni private, rivolgersi giudizialmente alla propria Compagnia assicuratrice al fine di ottenere il risarcimento del danno subito. Orbene, è vero che l’interpretazione letterale di detto articolo potrebbe indurre a configurare un tale obbligo senza alternative, tuttavia, la Corte Costituzionale ha totalmente ribaltato questa lettura con la sentenza 10-19 Giugno 2009 n. 180. Difatti, con tale pronuncia  la Consulta ha precisato che la norma stabilisce una facultas agendi a favore del soggetto danneggiato, il quale non deve necessariamente agire contro la propria assicuratrice, ma può benissimo citare (azione tradizionale) la Compagnia del responsabile civile (controparte nell’incidente).

Quindi, nella fase stragiudiziale, il danneggiato può tentare di ottenere il risarcimento dalla propria Assicurazione, tuttavia, se non dovesse riuscire a raggiungere un accordo, non gli è preclusa la possibiltà di esercitare l’azione (incardinare la causa) contro il responsabile civile (la controparte nell’incidente) e la sua impresa assicuratrice.

La prescrizione del diritto al risarcimento dei danni da circolazione stradale e la mancata querela

Poichè mi sono pervenute molte domande su questo argomento ritengo opportuno segnalare che, con la sentenza n. 27337 del 18.11.2008, le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno stabilito che “nel caso in cui l’illecito civile sia considerato dalla legge come reato, ma il giudizio penale non sia stato promosso, anche se per mancata presentazione della querela, l’eventuale più lunga prescrizione prevista per il reato si applica anche all’azione di risarcimento, a condizione che il Giudice civile accerti, incidenter tantum, la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi ed oggettivi, e la prescrizione stessa decorre dalla data del fatto”.

Quindi, sulla scorta di quanto letto par di capire che il Giudice debba appurare, di volta in volta, se nel caso di specie sussistano l’elemento oggettivo (condotta) e soggettivo (dolo o colpa) propri di una fattispecie di reato. Se così fosse, il danneggiato gode di un termine prescrizionale del suo diritto al risarcimento più lungo di quello previsto nei primi due commi dell’art. 2947, indipendentemente dalla presentazione o meno della querela. Insomma, non è detto che il diritto al risarcimento del danno fisico si prescriva nel termine biennale.

“COLPO DI FRUSTA”: VIENE ANCORA RISARCITO?

Molta gente si chiede se le Compagnie di Assicurazione siano ancora tenute a pagare il danno non patrimoniale derivante dalla distorsione al rachide cervicale (colpo di frusta). A dire il vero, questa domanda se la sono posta un po’ tutti gli operatori del settore all’indomani della L. 27/2012; a distanza di un anno, e non prima di aver analizzato con attenzione l’applicazione teorica e pratica della norma, si possono finalmente esprimere alcune brevi considerazioni.

L’art. 32 comma 3 ter della L. 27/2012 recita testualmente: le lesioni di lieve entita’, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente”.

Sempre l’art. 32 della L. 27/2012, ma questa volta il comma 3 quater recita: Il danno alla persona per lesioni di lieve entita’ di cui all’articolo 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, e’ risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione.

Dallo studio di queste due disposizioni non v’è chi non veda che nel comma 3 quater è stabilito che l’esistenza della lesione deve essere accertata visivamente o strumentalmente: si utilizza dunque la disgiunzione o” ad evidenziare l’alternatività del metodo strumentale.

Perciò, nell’apparente contraddizione fra i due commi (il comma 3 ter parrebbe richiedere l’accertamento strumentale del danno), deve ritenersi prevalente la norma dell’art. 32 c. 3 quater, che definisce l’accertamento del danno biologico complessivamente considerato e che prevede appunto che tale voce di danno venga accertata in via strumentale ovvero, in via alternativa ma parimenti valida, “visivamente”, con ciò intendendosi l’accertamento effettuato in sede di visita medico legale ( sent. N. 1443/12 GdP Padova).

Se non fosse così, risulterebbero senz’altro violati gli artt. 3, 32 e 24 della Costituzione.

Risarcimento da incidente mortale: anche il convivente non sposato ha diritto ad ottenere il ristoro dei danni subiti

Molti si chiedono se al convivente more uxorio (convivente non sposato) spetti il risarcimento per i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti a seguito della perdita del proprio compagno di vita. La Corte di Cassazione si è espressa più volte su quest’argomento, dando vita ad un indirizzo che oggigiorno lo si può definire maggioritario.

La sentenza che si riporta di seguito è un chiaro esempio dell’attuale orientamento fornito dalla Suprema Corte.

Cassazione Civile, Sez. III, 07 Giugno 2011, n. 12278

In caso di incidente mortale, il risarcimento del danno morale deve essere riconosciuto sia alla famiglia legale della vittima,  sia alla c.d. famiglia di fatto (ossia al convivente more uxorio ed agli eventuali figli). L’unico presupposto richiesto per ottenere tale risarcimento è  che “venga fornita, con qualsiasi mezzo, la prova dell’esistenza e della durata di una comunanza di vita e di affetti e di una vicendevole assistenza morale e materiale, cioè di una relazione di convivenza avente le stesse caratteristiche di quelle dal legislatore ritenute proprie del vincolo coniugale”.

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

M.G. ed i figli legittimi V.C., V.A. F. e V.G. citavano in giudizio la omissis Trasporti srl e la omissis Assicurazioni, poi omissis e attualmente omissis Assicurazioni s.p.a, per sentirli condannare al risarcimento dei danni conseguenti all’incidente stradale del omissis, nel quale aveva trovato la morte il proprio marito e padre V. A.. Nel giudizio intervenivano la convivente del V., S.M.T., e la figlia naturale dello stesso, S. F.. La sentenza di primo grado ha accertato la pari responsabilità della omissis Trasporti e di V.A. nella causazione dell’incidente ed ha risarcito il danno morale subito dalla moglie del V., M.G., nella misura di Euro 20.658,28, e dai i figli legittimi V.C. e V. G. nella misura di Euro 10.329,14, dalla figlia legittima V.A.F. nella misura di Euro 5.164,57, dalla convivente S.M.T. nella misura di Euro 20.658,28 e dalla figlia naturale S.F. nella misura di Euro 10.329,14; ha liquidato in uguale misura il danno patrimoniale fra la famiglia legale e quella di fatto. Con sentenza del 12-2-2008 la Corte di Appello di omissis ha confermato la sentenza di primo grado. Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione M. G. ed i figli legittimi V.C., V.A.F. e V.G. con tre motivi. Resiste con controricorso la omissis Assicurazioni s.p.a. già omissis Assicurazioni illustrato anche da memoria ex art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso viene denunziata la violazione degli artt. 2059, 2056, 1223 e 1226 c.c. e dei principi generali in materia di liquidazione del danno non patrimoniale, nonchè vizi di motivazione sul punto ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Ad avviso dei ricorrenti il giudice del merito non poteva procedere ad una determinazione complessiva ed unitaria del danno morale ed alla conseguente ripartizione dell’intero importo in modo automaticamente proporzionale tra tutti gli aventi diritto, bensì doveva determinare in concreto il danno morale per ciascuno dei congiunti tenendo conto delle effettive sofferenze patite. 1.1. Il motivo è infondato. Infatti i giudici di merito hanno proceduto alla ripartizione dell’importo dovuto per danno morale tra tutti gli aventi diritto non in modo automatico, ma nella determinazione in concreto del danno per ciascuno dei congiunti hanno tenuto conto delle effettive sofferenze patite, in modo da rendere la somma riconosciuta adeguata al particolare caso concreto (Cass. n. 116/2001). 1.2. I giudici di merito hanno tenuto conto della particolarità della situazione in oggetto, condividendo la giurisprudenza, anche di legittimità, che in materia di responsabilità civile ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno conseguente alle lesioni o alla morte di una persona in favore del convivente “more uxorio” di questa, pur richiedendo che venga fornita, con qualsiasi mezzo, la prova dell’esistenza e della durata di una comunanza di vita e di affetti e di una vicendevole assistenza morale e materiale, cioè di una relazione di convivenza avente le stesse caratteristiche di quelle dal legislatore ritenute proprie del vincolo coniugale (Cass. Sez. 3, 29/4/2005 n. 8976). In base agli stessi presupposti, la Corte di Appello ha ritenuto la sussistenza del diritto al risarcimento in favore di chi sia stata legata da un vincolo di filiazione naturale alla vittima del sinistro, ancorchè non legalmente riconosciuta, laddove tale vincolo sia stato contraddistinto dalle medesime caratteristiche di quello tra genitore e figlio legittimo o naturale riconosciuto. Dall’esame del compendio probatorio, i giudici di merito hanno ritenuto provato che da molti anni V.A. aveva stabilito la sede principale della sua attività lavorativa a omissis e lì aveva costituito con S.M.T. un’unione stabile, caratterizzata non soltanto da un legame affettivo, ma anche dalla gestione comune dei molteplici aspetti della vita quotidiana, con reciproco appoggio morale e materiale, nonchè, successivamente, dalla condivisione dei compiti connessi alla nascita e alla crescita della figlia F., con la quale il V. intratteneva un rapporto sotto ogni profilo assimilabile a quello genitore-figlio; che V.A. aveva peraltro mantenuto stabili legami, anche affettivi, con i figli legittimi e con la moglie, i quali vivevano a Salerno e con i quali trascorreva regolarmente le principali festività, provvedendo sotto il profilo economico alle esigenze anche di questo nucleo familiare. 1.3. Si osserva che i Giudici di appello hanno parificato, ai fini del risarcimento dei danno morale, la famiglia legale e la famiglia di fatto, in quanto per quest’ultima è stata provata la stabilità e la continuità nel tempo del rapporto e delle relazioni affettiva. Successivamente hanno differenziato le singole posizioni degli aventi diritto, riconoscendo alla moglie ed alla convivente un importo maggiore rispetto ai figli, e per i figli un importo diverso per quelli conviventi e per la figlia sposata, a cui è stato liquidato un importo inferiore. 1.4. Quindi, nel risarcimento concreto del danno, tenendo conto della particolarissima situazione di un soggetto con due nuclei familiari legati a lui da una rapporto di protratta e contemporanea stabilità nel tempo, i giudici di merito, lungi dal lamentato automatismo, hanno tenuto conto della diversa intensità del vincolo familiare, moglie convivente e figli, e della effettiva convivenza liquidando alla figlia sposata un importo inferiore. 2. Con il secondo motivo viene dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 2059, 2056, 1223 e 1226 c.c. e dei principi generali in materia di liquidazione del danno non patrimoniale nonchè vizi di motivazione sul punto ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. I ricorrenti deducono che la liquidazione del danno non patrimoniale deve comunque rispettare alla esigenza di una ragionevole correlazione tra gravità effettiva del danno ed ammontare dell’indennizzo (e non può consistere in una espressione simbolica). 2.1. Si osserva che i ricorrenti non hanno contestato in appello il criterio utilizzato per la quantificazione del danno morale complessivo, richiamando solo nella comparsa conclusionale del giudizio di appello i più recenti e più elevati importi, da centomila e duecentomila Euro, previsti nelle tabelle del Tribunale di Milano nella liquidazione del danno morale in favore del coniuge e dei figli. Il motivo quindi deve considerarsi inammissibile perchè introdotto per la prima volta nel giudizio di cassazione. 3. Come terzo motivo di ricorso viene denunziato vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione per aver i giudici di merito riconosciuto un contributo annuo di L. 10 milioni alla famiglia di fatto, nell’ambito della quantificazione del danno patrimoniale. Infatti secondo i ricorrenti i giudici di merito avevano riconosciuto che il V. erogava un contributo annuo di Euro 10.000,00 in favore della famiglia di fatto, senza che di tale circostanza fosse stata fornita alcuna prova. 3.1. Si osserva che sotto l’apparente denunzia di vizio di omessa motivazione i ricorrenti richiedono a questa Corte un riesame del merito della controversia con una valutazione delle risultanze probatoria diversa da quella motivatamente fatta propria dai giudici di merito. Il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 c.p.c., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa. 3.2. Nel caso di specie la Corte di Appello ha ritenuto raggiunta la prova dell’effettiva coesistenza dei due nuclei familiari entrambi percepiti e vissuti dal defunto come “famiglia” e del sostegno economico fornito in uguale misura ad entrambi. Della linea argomentativa sviluppata, fondata su prove documentali e deposizioni testimoniali ritenute dalla Corte di appello attendibili, i ricorrenti non segnalano alcuna caduta di consequenzialità, mentre l’impugnazione si risolve in una generica prospettazione dei fatti alternativa a quella del giudice di merito: il che non può trovare spazio nel giudizio di cassazione. Giusti motivi impongono la compensazione delle spese del grado.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione

Risarcimento da incidente mortale:soggetti legittimati a richiederlo

Chi è colpito da un lutto in famiglia è costretto a convivere con un profondo senso di vuoto e di impotenza. Il patimento morale che ne derivaè tutt’altro che trascurabile.

Sul come dovesse essere risarcito detto pregiudizio si sono succeduti diversi orientamenti giurisprudenziali e dottrinali. Tuttavia, ogni apparente contrasto pare essere stato superato dall’intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, le quali hanno infatti stabilito che:

(a) tutti i danni si dividono in due grandi categorie: patrimoniali e non patrimoniali;

(b) il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 c.c. ha natura omnicomprensiva ( cioè si è deciso di far confluire all’interno di un’unica voce -appunto danno non patrimoniale- tutte le singole sottovoci che un tempo venivano considerate separatamente;

(c) anche quando l’illecito non integri gli estremi di un reato, il danno non patrimoniale è sempre risarcibile nel caso di offesa a diritti della persona di rilievo costituzionale.

Insomma, la S.C. ha affermato che l’art. 2059 c.c. disciplina tutte le ipotesi di danno non patrimoniale, costituendo così una sola voce risarcibile. Da questa affermazione di principio discende che rientra nel concetto di “danno non patrimoniale” ogni sofferenza fisica, psichica o morale provata dai congiunti della vittima. Le conseguenze non patrimoniali che possono derivare dalla morte di una persona cara possono consistere:

(a) in una malattia fisica: in questo caso ci troviamo dinanzi ad una ordinaria ipotesi di danno alla salute, da accertare e liquidare in basea determinati criteri legislativamente previsti;

(b) nel dolore e nella sofferenza provocati dalla mancanza della persona cara;

(c) nella perdita dei benefici morali che il superstite ritraeva dalla compagnia del defunto: gli insegnamenti e l’educazione (si pensi al minore che perda un genitore); il diletto della vita comune (si pensi a chi perde un fratello, compagni di studi o di giochi); il sostegno morale (come nel caso della perdita del coniuge o del partner).

Di tutti questi pregiudizi il giudice deve tenere conto nella liquidazione, per quanto allegato e provato nel corso del giudizio.

Va detto che i soggetti legittimati a domandare il risarcimento sono i più stretti congiunti della persona defunta (coniuge, genitori, figli, fratelli, convivente more uxorio).

Quando il risarcimento è domandato da queste categorie di persone, la giurisprudenza non esige alcun tipo di prova sull’esistenza del pregiudizio. Il danno in questione è stato altresì riconosciuto, sulla base della sola prova presuntiva, anche al fratello (o sorella) unilaterale. Il risarcimento del danno non patrimoniale da morte è stato accordato anche al coniuge separato: “tuttavia in tal caso il giudice dovrà decidere se sussista o meno il danno in esame valutando non solo se al momento della morte sussistesse la possibilità di una eventuale riconciliazione, ma soprattutto le ragioni che avevano determinato la separazione, e ogni altra utile circostanza idonea a manifestare se e in quale misura l’evento luttuoso, dovuto all’altrui fatto illecito, abbia procurato al coniuge superstite quelle sofferenze morali che di solito si accompagnano alla morte di una persona più o meno cara.

Così, per fare un esempio, il risarcimento in questione potrà senz’altro essere riconosciuto al coniuge tradito ed abbandonato dall’altro, che risulti avere cercato di fare il possibile per salvare l’unione coniugale. Per contro, il danno in questione non potrà essere liquidato nei casi in cui la separazione, per le modalità in cui si è realizzata, risulti conflittuale e caratterizzata da acredine reciproca”.1

La giurisprudenza di merito si è inoltre mostrata favorevole a liquidare il danno morale da morte sulla base della sola prova presuntiva anche al nipote ex filio per la morte del nonno.

La giurisprudenza ammette che il risarcimento sia riconosciuto anche ad altri parenti, e pure se non conviventi, ma a condizione che dimostrino di essere legati alla vittima da un intenso vincolo affettivo. Convivenza e grado di parentela tra la vittima ed il superstite, cioè, costituiscono fatti noti sui quali si può legittimamente fondare una ragionevole presunzione, ex art. 2727 c.c., di esistenza del danno, ma ciò non vuol dire che in assenza di convivenza il danno debba escludersi in radice. E così a contrario: dal fatto noto della non convivenza è possibile risalire ex art. 2727 c.c. al fatto ignorato dell’assenza di sofferenza morale per la morte della vittima, ma ciò non toglie che l’attore (la persona che chiede il risarcimento) possa fornire la prova contraria.

Ovviamente anche in questo caso è ammesso il ricorso alla prova presuntiva, che però dovrà avere contenuto e spessore maggiore di quella richiesta per dimostrare la sussistenza del danno in capo ai congiunti più stretti.

In base a questi criteri è stato riconosciuto il risarcimento al nipote ex fratre per la morte dello zio, ed anche in favore del genero per la morte del suocero.

La risarcibilità del danno morale da morte è stata invece esclusa a fronte della lesione di un semplice rapporto di amicizia.

Il tema della risarcibilità del danno da morte in favore del convivente more uxorio (convivente non sposato) della vittima ha suscitato diversi contrasti in giurisprudenza. Secondo un primo orientamento, il semplice convivente non avrebbe avuto diritto ad ottenere il ristoro dei danni subiti dall’uccisione del proprio compagno di vita, stando ad un secondo e più recente indirizzo, invece, tale risarcimento gli è assolutamente dovuto.

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che “danno ingiusto”, ai sensi dell’art. 2043 c.c., non è soltanto la lesione di un diritto perfetto, ma anche la lesione di qualsiasi situazione di interesse “presa in considerazione dalla legge”.

La convivenza di fatto, è proprio il caso di dirlo, è “presa in considerazione” da molteplici disposizioni normative; si considerino, in particolare:

-) gli artt. 406 e 417 c.c., che consentono al convivente di domandare l’interdizione o la nomina di un amministratore di sostegno per il partner;

-) l’art. 199 c.p.p. il quale ha esteso anche al convivente more uxorio la facoltà di astenersi dal testimoniare nei procedimenti in cui sia imputato il proprio convivente;

-) l’art. 12 d. lgs. lgt. 27.10.1918 n. 1726, il quale riconosce il diritto alla pensione di reversibilità, a determinate condizioni, alla convivente del militare morto in guerra;

-) l’art. 1 l. 29.7.1975 n. 405, istitutiva dei consultori familiari, il quale prevede che al consultorio familiare possano rivolgersi per l’assistenza medica, psichiatrica e psicologica relativa al menage familiare non solo le famiglie, ma anche le “coppie” tout court;

-) l’art. 30 l. 26.7.1975 n. 354 (regolamento penitenziario), il quale prevede che ai detenuti possano essere rilasciati permessi speciali allorché versi in pericolo di vita o sia gravemente malato una personache coabitava con essi prima della reclusione;

-) l’art. 4 d.p.r. 30.5.1989 n. 223 (regolamento anagrafico), il quale stabilisce che “agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da (…) vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”;

-) l’art. 19 l. 29-12-1990, n. 408 (delega fiscale), il quale ha demandato al governo di tenere conto della convivenza di fatto nella determinazione del reddito familiare imponibile.

Dignità e rilevo giuridico alla famiglia di fatto sono stati riconosciuti anche da numerose decisioni del giudice delle leggi e di quello di legittimità, sia pure in materie diverse dal risarcimento del danno.

Vengono in rilevo, al riguardo:

-) Corte cost. 7.4.1988 n. 404, in Giust. civ. 1988, I, 165, la quale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 6 co. I l. 27.7.1978 n. 392, nella parte in cui non prevede che il convivente more uxorio possa succedere nella titolarità del contratto di locazione, alla morte del conduttore;

-) Cass. 10.12.1994 n. 10927, in Inf. prev. 1994, 1502, la quale ha ritenuto che il lavoro subordinato svolto nell’ambito di una convivenza di fatto – in carenza di prove contrarie – deve essere disciplinato dall’art. 230 bis c.c.;

-) Cass. 22.4.1993 n. 4761, in Dir. fam. 1994, I, 846 ha ritenuto che la convivenza di fatto, iniziata dalla donna dopo la separazione od il divorzio, possa far venire il diritto della donna stessa alla corresponsione dell’assegno di mantenimento o dell’assegno divorzile, tutte le volte in cui la nuova convivenza in fatto esclude o riduce lo stato di bisogno.

Tutto ciò premesso, quindi, non è vera l’affermazione secondo cui il convivente non sarebbe titolare di alcuna aspettativa giuridicamente tutelata alla conservazione della stabilità del rapporto che aveva con la vittima deceduta; la lesione di tale rapporto, pertanto, genera un danno risarcibile, in quanto “ingiusta” ex art. 2043 c.c.

Una domanda alla quale, però, dobbiamo necessariamente rispondere è:

quand’è che vi è “convivenza” rilevante dal punto di vista giuridico?

Beh, stando alla giurisprudenza più recente non basta fornire la prova della coabitazione tra vittima e superstite, ma occorre dimostrare che quella unione fosse loco matrimonii, e cioè presentasse tutte le caratteristiche tipiche del rapporto di coniugio (affectio coniugalis, stabilità, fedeltà, coabitazione, collaborazione agli oneri domestici, nascita di figli).

Tra questi elementi, la Cassazione ne indica uno che potrebbe forse suscitare qualche perplessità: e cioè “la durata della convivenza al momento del fatto dannoso”. Se la convivenza era iniziata da poco al momento del fatto illecito, ciò non è di per sé idoneo ad escludere il diritto al risarcimento, ma semplicemente addossa al sopravvissuto l’onere di dimostrare che quella convivenza si fondava su basi affettive tali da lasciarne presumere solidità e durevolezza nel tempo.

E’ controversa la risarcibilità del danno morale subìto dal concepito, in conseguenza della morte del padre avvenuta durante il periodo della gestazione.

Di questo si parlerà nel prossimo articolo.

1: Relazione afferente l’ incontro su L’illecito civile e la famiglia ” di M. Rossetti

il danno esistenziale: osservazioni

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione Civile del 2008 hanno degradato il danno esistenziale a pregiudizio esistenziale, di fatto negando un’autonoma tutela a questa fattispecie. Difatti, la Suprema Corte avrebbe negato a questa voce l’ammissione incondizionata al risarcimento, al fine di “evitare un’abrogazione surrettizia” dell’art. 2059 c.c. che, sulla base di una lettura costituzionalmente orientata, garantisce una tutela risarcitoria solo ai danni derivanti dalla lesione di un diritto inviolabile della persona.

Tale assunto non è propriamente condivisibile, in quanto il danno esistenziale è un pregiudizio personale che consiste in un autentico mutamento in pejus della qualità di vita dell’individuo. Il danneggiato è costretto a subire un’alterazione delle proprie abitudini sia all’interno sia all’esterno del proprio ambiente familiare. In particolare, a farne le spese sono i rapporti relazionali che gli erano propri, negando al soggetto leso la capacità di esprimere e realizzare la propria personalità nel mondo esterno. Chi è costretto a subire tale pregiudizio, in realtà, matura il diritto ad essere risarcito ai sensi dell’art. 2043 c.c. Quindi, le Sez. Un., che reputano il danno esistenziale risarcibile ai sensi dell’art. 2059, e sempre che sussista una lesione di diritti costituzionalmente inviolabili, negano un’autonoma tutela di questa categoria di danno. In fin dei conti, è proprio l’art. 2 della Costituzione che apre ad un processo interpretativo evolutivo; questo significa che l’interprete deve necessariamente individuare nel sistema costituzionale degli elementi che permettano di valutare se nuovi interessi della società siano rilevanti sotto il profilo costituzionale. Insomma, tale chiusura della Suprema Corte  appare alquanto contraddittoria poiché, come già detto, da una lato vengono limitate le garanzie a difesa di questa categoria di danno, e dall’altro viene accettata l’esistenza del pregiudizio esistenziale.

La prescrizione in caso di sinistro stradale: art. 2947 c.c.

La prescrizione è quell’evento attraverso il quale, mediante il decorso del tempo (fissato dalla legge), si estingue un diritto per effetto del suo mancato esercizio. Proprio perchè nel nostro ordinamento vale il principio generale di certezza dei rapporti giuridici, il titolare di un diritto è tenuto ad esercitarlo entro il termine stabilito dalla legge (fatta eccezione per i diritti indisponibili,  in ordine ai quali non trova applicazione l’istituto della prescrizione.

L’art. 2947 c.c. è la norma di riferimento in materia di prescrizione del diritto al risarcimento dei danni prodotti dalla circolazione dei veicoli in genere.

L’art. 2947 c.1 c.c. prevede un termine di prescrizione di 5 anni dal momento in cui, a seguito della condotta illecita altrui, si concretizza la lesione della sfera giuridica del danneggiato.

L’art. 2947 c. 2 c.c. prevede, invece, un termine prescrizionale più breve, ossia pari a 2 anni. Esso concerne i sinistri con solo danni a cose, anche se la norma, genericamente, afferma l’applicabilità di detto termine allo scontro tra veicoli.

Il comma 3 dell’art. 2947 c.c. dispone che se il fatto che ha provocato il danno è considerato reato, e per il reato è prevista una prescrizione più lunga, allora questa andrà applicata anche all’azione civile. Le Sezioni Unite della Cassazione hanno chiarito che il diritto al risarcimento da fatto illecito, che sia considerato dalla legge come reato, si prescrive nello stesso termine di prescrizione del reato se quest’ultimo si prescrive in un termine superiore a 5 anni, mentre si prescrive in 5 anni se per il reato è stabilito un termine uguale o inferiore.

La prescrizione può essere interrotta, determinando la decorrenza di un nuovo termine, attraverso la notifica della citazione ed ogni altro atto ricettizio, che contenga una specifica richiesta di risarcimento o pagamento.

Ritorno del danno morale?

Il risarcimento del nuovo danno non patrimoniale sembra non aver ancora trovato un suo stabile assetto. Da alcuni anni a questa parte, infatti, la Corte di Cassazione si è spesso pronunciata sulla controversa questione relativa “all’indipendenza” o meno del danno morale rispetto al danno non patrimoniale. Ed invero, con l’introduzione del sistema risarcitorio onnicomprensivo, che ha racchiuso all’interno di un’unica voce (per l’appunto “danno non patrimoniale”) tutte le varie componenti di danno, la Suprema Corte ha più volte emesso sentenze contrastanti tra loro, alcune delle quali riconoscevano al danno morale una totale autonomia rispetto al più ampio genus del pregiudizio non patrimoniale, altre, invece, in linea con le innovazioni apportate dal nuovo criterio risarcitorio, hanno ribadito l’esigenza di individuare un’unica voce che comprendesse al suo interno il danno morale!  

Anche di recente la Corte di Cassazione è stata richiamata a decidere sull’argomento, e l’occasione si è presentata a seguito di un ricorso promosso da un medico ginecologo avverso una sentenza della Corte d’Appello di Genova che, dopo aver accertato l’errore del dottore, dal quale è derivata un’invalidità permanente totale a carico di un bambino, ha liquidato il danno biologico distintamente dal danno morale. Con tale pronuncia (C.C. sent. n. 18641 del 12 settembre 2011), quindi, resiste l’idea che il pregiudizio morale debba essere considerato separatamente quale degradazione psicofisica derivante dal trauma subito. A doverla dire tutta, questa distinzione è sempre esistita nell’ambito del risarcimento del danno parentale da perdita di un familiare. Infatti,  la giurisprudenza di merito (vale a dire le sentenze dei Tribunali) ha ritenuto, anche dopo l’introduzione del nuovo danno non patrimoniale, di non adeguarsi alle impostazioni, affermando la cumulabilità tra il danno da perdita del rapporto parentale e il danno morale, in forza della loro reciproca autonomia concettuale.   

Insomma, pare proprio che oggi il danno morale viva di vita propria, e non debba considerarsi assorbito nell’ambito del danno non patrimoniale tabellato. Oltre tutto, va fatto presente che quest’ultimo indirizzo potrebbe trovare facile applicazione se, come parrebbe (salvo entrata in vigore delle meno “convenienti” Tabelle nazionali), le Tabelle milanesi per la liquidazione del danno non patrimoniale sopra i 9 punti (macropermanente) diverranno il criterio valutativo di riferimento a livello nazionale. La ragione è data dal fatto che le Tabelle dell’Osservatorio civile di Milano sono state studiate in maniera tale già da operare al loro interno una sorta di distinzione tra danno non patrimoniale e danno morale. Difatti, ad ogni punto di danno biologico è associata una cd. “personalizzazione” del danno (vale a dire un aumento percentuale del valore economico del punto stesso) che varia a seconda della gravità di quanto riportato; insomma, le tabelle meneghine, nonostante tutto, hanno sempre offerto la possibilità di calcolare il pregiudizio morale patito.

Ad ogni modo, prima di cantar vittoria e poter affermare senza timore l’effettiva reintroduzione del danno morale quale voce distinta rispetto al danno non patrimoniale comunemente inteso dopo le sentenze gemelle del 2008 occorrerà attendere una pronuncia della Suprema Corte a Sezioni Riunite; speriamo quanto prima.